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Il referendum di ieri ha sostanzialmente confermato le attese: una buona partecipazione in Veneto – dove l’affluenza ha superato il 57% – e un parere positivo più blando da parte dei lombardi, che però non avevano il limite del quorum.

Stando alle parole dei due governatori e promotori del referendum, Zaia e Maroni, sin da questa mattina si avvieranno le trattative con il Governo per attivare lo status di regione autonoma per le due regioni italiane. La domanda da porsi è questa: l’autonomia in sé è un vero e proprio vantaggio?

I dati economici non mentono generalmente e tramite questi bisogna fare chiarezza. Se andiamo a guardare la spesa pubblica per abitante, infatti, vediamo che spesso e volentieri sono i residenti in regioni autonome a spendere di più. Come mostrano i conti pubblici territoriali, è la Valle d’Aosta la regione con la spesa pubblica per abitante più alta, con quasi 20.000€ per abitante. Seguono sul podio il Lazio e la provincia autonoma di Trento. Curiosamente, ma nemmeno troppo e poi vedremo perché, chi spende meno è la Campania, con appena 11.000€ per abitante.

La situazione non cambia se guardiamo alle spese totali per abitante: la provincia autonoma di Trento spende più di tutti con oltre 7.000€ per abitante, seguita da Bolzano e dalla Valle d’Aosta, mentre la Campania rimane la più “parsimoniosa” con meno di 2.000€. Come si può spiegare un tale divario? Anzitutto analizzando voce per voce queste spese.

Le regioni e le province a statuto autonomo hanno un costo per il personale decisamente più elevato di quelle a statuto ordinario: eccezion fatta per la Sicilia, le regioni autonome spendono dai 750€ – Friuli-Venezia Giulia – ai 2.500€ – Bolzano – per abitante in personale; le spese per acquisti, pur essendo la Valle d’Aosta la più gravosa per i propri cittadini, non rappresentano una voce di netto divario.

Perché allora delle regioni floride e sempre in positivo come Lombardia e Veneto vorrebbero lo status autonomo? La risposta, anche in questo caso, arriva dai dati. In fatto di residuo fiscale, le due “locomotive” del Nord Italia non hanno rivali con nessuno in Europa: si stima che in 5 anni le due regioni abbiano prodotto un residuo fiscale vicino ai 100 miliardi.

Non è difficile intuire la frustrazione di queste regioni leggendo certe cifre e sapendo che la regione Sicilia, con una popolazione pari a circa la metà di quella lombarda, spende il 400% in più in spese legali, il 500% in viaggi e missioni, il 700% in noleggi, locazioni e leasing, 10 volte tanto in cancelleria, senza contare le cifre del personale, con 104 milioni spesi in Lombardia contro i 598 della Sicilia.

L’autonomia ha dunque certamente dei vantaggi ma il rischio è che questa si trasformi in un pozzo senza fondo di fondi e di spesa pubblica. Se a bruciare denaro pubblico è lo Stato oppure le regioni, il tema poco cambia: lo spreco rimane perché manca la buona gestione del denaro pubblico. Ecco dunque che l’autonomia non è la soluzione al problema degli sprechi. Non è l’unica, per lo meno.

L’unica vera possibilità di argine a una spesa pubblica ormai galoppante è quella di un progressivo taglio di questa, con un conseguente passaggio di competenze ad altri enti che potrebbero assicurare una resa migliore ad un costo minore rispetto a quello richiesto dallo Stato. Comprensibile dunque che si sia chiesta l’autonomia, che consente quantomeno di poter disporre maggiormente del gettito fiscale raccolto in regione; ma a pensare che questo sia il balsamo contro ogni male si commette un grave errore.

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