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Giovani che, hanno appena finito la scuola o l’università e, vogliono iniziare a lavorare e fare esperienza.
Donne che faticano a trovare quel “miracoloso” equilibrio tra maternità e lavoro.
Over 40-50 anni che si ritrovano disoccupati che non sanno come ripartire.

Queste tre categorie, per quanto eterogenee al suo interno, sono le “storiche” penalizzate dal sistema di welfare italiano. Tutto iniziò dagli anni cinquanta-sessanta, in cui prevaleva la figura del “Padre di Famiglia”, che portava i soldi necessari (e sufficienti) per far stare bene la propria moglie che, nel frattempo, si sarebbe occupata dell’amore per i propri figli.

Perciò le politiche adottate dai governi democristiani (e comunisti, negli anni settanta) fu quello di rafforzare, con una protezione totale, il lavoratore uomo padre con figli, sia dal punto di vista del contratto di lavoro (con un indeterminato difficilissimo da scalfire) e sia con generosissime trasferimenti di soldi (soprattutto le pensioni) o con maxi sconti sulle RCA auto. Questo tipo di politica era prevalente per coloro che fossero dipendenti pubblici o, se privati, purché in un’azienda di grande o media dimensione e se strategica per lo Stato (vedi dipendenti FIAT anni settanta-ottanta).

Questo incremento della spesa pubblica per i padri di famiglia se, da una parte, ha reso molto forte e solida la posizione del lavoratore uomo a tempo indeterminato, dall’altra, ha favorito l’inizio di un grave squilibrio sociale. Quale?

  •  Chi faceva parte della categoria, godeva di una proficua pensione;
  •  Per mantenere i lavoratori e i pensionati della categoria “iper-protetta”, occorrevano sempre più soldi, quindi più tasse;
  •  L’aumento delle tasse “indeboliva” lo stipendio del padre di famiglia, costringendo la donna a lavorare;
  •  Non tutte le donne rientravano nella categoria dei lavoratori protetti e fare figli è sempre più difficile;
  •  Il calo delle nascite ha creato un grave squilibrio nel rapporto pensionati-lavoratori;
  •  Lo squilibrio demografico ha comportato un ulteriore aumento delle tasse che ricadevano, principalmente, sui lavoratori di imprese di piccole dimensioni o non strategiche per lo Stato, sui lavoratori temporanei o irregolari;
  •  L’aumento del costo del lavoro del lavoratore protetto hanno disincentivato i datori di lavoro a non assumere e a dislocare fuori dall’Italia;
  •  Le dislocazioni e le non-assunzioni hanno provocato difficoltà per i giovani in cerca di prime occupazioni e per i nuovi disoccupati over 50 anni.

In sostanza, chi non rientra nelle politiche iper-protettive dello Stato, come il lavoratore a tempo indeterminato pubblico o privato di imprese di medie e grandi dimensioni, non solo non gode di alcuna tutela, ma si deve anche sobbarcare il peso – economico e sociale – dei “privilegi” altrui.

Questo è uno degli esempi di cosa voglia dire “mano del Governo”. Quando un Governo decide, penalizza sempre qualcun altro. Sia che riguardi una questione economica, come le tasse, sia che riguardi una questione sociale, come l’impossibilità di accedere al mercato del lavoro.

In questo caso, una politica adottata negli anni sessanta-settanta, non seguita e trascurata nel tempo, ha provocato (e sta provocando) dei gravi problemi economici-sociali all’Italia. Gli unici che si salvano, ma neanche più di tanto, sono i figli e le mogli dei lavoratori iper-protetti, che ricevono (indirettamente) i benefici.

Se noi vogliamo che i giovani abbiano più possibilità a investire in se stessi, se noi vogliamo che le donne abbiano più possibilità di gestire con equilibrio il lavoro e i figli, se noi vogliamo che chi rimane disoccupato a 50 anni abbia più possibilità di trovare, dobbiamo riflettere sugli effetti che provocati dalle politiche adottate negli ultimi decenni.

Di questo passo, rischiamo di dover pagare sempre più tasse per ricevere zero servizi un cambio e per pagare le protezioni di chi sta – persino – meglio di noi.
Ridurre questi privilegi vuol dire dare una scossa al lavoro, all’economia e a chi è sempre stato penalizzato, come i giovani e le donne, perché i datori di lavoro potrebbero iniziare a mettere in discussione le persone assunte di 20 o 30 anni fa e iniziare ad assumere persone nuove. Iniziamo a lavorare sulla concorrenza anche tra i lavoratori, non solo del mercato.

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Raffaele Dadone

Raffaele Dadone

Nato a Cagliari, ho 26 anni e sono laureato in Scienze Politiche e Sociali e sono iscritto al Corso di Laurea Magistrale Scienze del Governo presso l'Università degli Studi di Torino. Mi considero un Liberale di "Vecchio Stampo". Il mio impegno è per rendere maggiormente protagonisti i cittadini, sia come individui singoli sia all'interno di gruppi, valorizzando il Terzo Settore. Sono per uno Stato Minimo che si occupi esclusivamente di Giustizia, Sicurezza e Tutela dei Poveri.

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