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Si sente sempre più spesso parlare di Flat Tax, anche da forze politiche non del tutto di stampo liberale. Spesso però a questo nome non si riesce a dare un significato chiaro e completo, capace di far capire a chiunque l’importanza di questa proposta.

A tal proposito, l’associazione culturale Gentes ha organizzato a Verona una conferenza che ha visto la partecipazione di un esperto del settore come il professor Nicola Rossi. Il curriculum del professore è segno di autorevolezza: professore ordinario di Economia Politica a Tor Vergata, ex-presidente dell’Istituto Bruno Leoni, membro della Fondazione Italia USA.

Per il professor Rossi, sostenere una tassazione differente è un dovere civile, dal momento che l’attuale sistema è insostenibile. La pressione fiscale è infatti superiore del 4% a quella di tutti gli altri paesi europei e del 2% nell’eurozona, senza contare che – anche per colpa delle tasse – in Italia possiamo contare circa 5 milioni di poveri assoluti. Rossi ha poi sottolineato come una cifra intorno a 5 miliardi di euro sia destinata agli italiani più ricchi sotto forma di assistenza.

Come arginare tutto ciò? Sarebbe sufficiente una Flat Tax, se solo questa parola non sembrasse così oscura all’elettorato medio. La proposta del professore è molto semplice: impostare il sistema fiscale su una sola aliquota stabilita nel 25%, stabilendo una quota esente fissa. In particolare Rossi ha proposto che ogni reddito inferiore agli 11.000€ annuali non possa essere tassato, da lì in poi scatta la quota del 25%. In questo modo la Flat Tax non violerebbe il principio di costituzionalità della progressività dell’imposizione fiscale.

Il principale motivo per cui il sistema di imposizione fiscale non ha funzionato in Italia è la “tela di Penelope” intessuta tra fisco e assistenza sociale: i servizi vengono infatti offerti a tutti quasi gratuitamente a scapito invece delle entrate scaglionate previste dal sistema progressivo. Ciò è dovuto a un sistema flat già presente su certo tipi di redditi, come quelli da impresa, quelli da capitale, quelli da partecipazioni non qualificate ecc. con quote inferiori a quella IRPEF, anche perché è impensabile che un imprenditori arrivi a pagare oltre il 43% di tasse. Il far convivere un sistema progressivo sul reddito e uno flat su proventi meno “comuni” va a discapito dei pensionati e degli impiegati, che dunque subiscono la progressività.

In conclusione, per il professor Rossi è necessario ridurre le spese fiscali e di conseguenza abbassare il peso del cuneo fiscale, rendendolo effettivamente equo. Anzitutto è impensabile che venga delegata a certi enti la politica fiscale e a certi altri quella sociale quando poi il bilancio pubblico è uno solo, in secondo luogo bisogna appunto ridurre le spese dello Stato anche perché continuare a produrre debito pubblico sarebbe un dramma.

Non è un caso, dunque, che i paesi che hanno già adottato la Flat Tax, quasi tutti provenienti dall’ex blocco sovietico, hanno già vissuto momenti di forte crescita, oltre che un generale ritrovo dell’occupazione. Per dire, l’Ungheria con la Flat Tax ha una disoccupazione al 4%, lo stesso tasso è triplo in Italia. Forse è ora di interrogarsi al riguardo, non adottando gli sterili paraocchi dei populismi e degli statalismi

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