Questo articolo venne scritto e pubblicato in Osservazioni critiche intorno alla teoria dell’ammortamento dell’imposta e teoria delle variazioni nei redditi e nei valori capitali susseguenti all’imposta, Atti e memorie della R. Accademia delle Scienze di Torino (1918-1919) e ristampato parzialmente per la raccolta saggi di economia e politica dal titolo Il Buongoverno pubblicato nel 1954.

L’articolo di Einaudi è molto particolare in ciascuna sua parola, soprattutto se scritte da una persona liberale. Parte dal presupposto che è errato pensare che la spesa pubblica sia costellata da spese inutili, alcune nemmeno desiderate ai cittadini, alcune vantaggiose solo ai ceti dirigenti. Questo elenco, per Einaudi, è solo una parte della spesa pubblica, poiché ci sono anche quelle spese pubbliche fondamentali, utili alle collettività, necessarie per permettere il funzionamento del meccanismo economico e politico. Proprio per questo considera opportuna la presenza di un governo qualsiasi a discapito di un governo incapace, tirannico, di imposte esorbitanti, sperperate da un piccolo gruppo di dirigenti a proprio beneficio. Un governo qualsiasi è un governo efficiente, è un governo libero, è un governo di un ordine politico qualunque, è un governo preferibile anche alla mancanza di governo come l’anarchia. In un  governo qualsiasi, destinare una parte del proprio reddito ad imposta, diventa – secondo Einaudi – una delle operazioni più convenienti che l’uomo possa compiere.

Einaudi riflette sul fatto che le persone diano per scontato la presenza del governo, senza ragionare sulla sua necessità ed utilità. Riflette soprattutto sul fatto che i cittadini non hanno la percezione che la domanda dei pubblici servizi non viene soddisfatta perché la classe dirigente agisce in modo diversi e lontano dai desideri effettivi o perché tutto ciò è molto diverso da quanto accade nel campo del soddisfacimento dei bisogni privati, proprio perché gli uomini – forse per consuetudine, per precauzione, per orrore del cambiamento – sono disposti a dare tutta la propria ricchezza eccedente l’indispendabile per vivere, pur di avere uno Stato. Lo stato consente di vivere rispetto all’anarchia.

Prendendo in considerazione H. Stanley Jevons – autore di principi della finanza – spiegò che la capacità contributiva è da considerarsi come il Prodotto Umano Sociale al netto dell’indispensabile per la vita degli individui. Gli errori dei governi consistono nel non valutare questa capacità contributiva, andando spesso oltre. Un errore da non sottovalutare se consideriamo le enormi potenzialità dell’impiego della ricchezza per scopi privati rispetto a quelli pubblici. Però sfruttare nel modo giusto la capacità contributiva del cittadino vuol dire che spese come l’illuminazione, il piano regolatore, i giardini e gli edifici pubblici, per quanto non incidano direttamente sul reddito, sono da ritenersi delle spese che danno luogo ad imposte pagare volentieri, proprio perché i contribuenti capiscono che è una spesa che influiscono positivamente sulla vita quotidiana. Anche spese come la costruzione di ferrovie, magazzini, ponti, o quelle socialmente riproduttive, come l’istruzione, influiscono positivamente sui cittadino e sulla capacità contributiva.

Lui ha una visione ottimista dello Stato e delle sue funzioni, quindi non è contrario alla sua presenza. Come testimonia la frase conclusiva.

Accanto all’uomo privato ed all’uomo di governo egoista, curante solo dei propri interessi e di quelli della propria classe, desideroso di godere dei pubblici servigi e di farne pagare altrui il costo, vi è l’uomo “politico”, il quale vede la necessità di far parte dello stato, di “ricrearsi” in esso, di raggiungere fini che senza lo stato sarebbero inconcepibili. L’uomo “politico” sa od intuisce che egli è un “altro” appunto per la sua appartenenza al corpo collettivo; sa od intuisce che la sua fortuna, i suoi redditi, le sue maniere di vita sono condizionate dall’esistenza degli altri uomini e dello stato; sa che, pagando l’imposta, egli non dà cosa creata da lui, ma cosa creata dallo stato o da lui quale parte dello stato.

Nel caso vogliate leggere il primo articolo dedicato a Luigi Einaudi “Il Problema Della Burocrazia“, clicca qui

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Raffaele Dadone

Raffaele Dadone

Nato a Cagliari, ho 26 anni e sono laureato in Scienze Politiche e Sociali e sono iscritto al Corso di Laurea Magistrale Scienze del Governo presso l'Università degli Studi di Torino. Mi considero un Liberale di "Vecchio Stampo". Il mio impegno è per rendere maggiormente protagonisti i cittadini, sia come individui singoli sia all'interno di gruppi, valorizzando il Terzo Settore. Sono per uno Stato Minimo che si occupi esclusivamente di Giustizia, Sicurezza e Tutela dei Poveri.

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