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Nell’ultima tornata elettorale, uno dei temi più dibattuti è stata la flat tax, la tassa piatta o aliquota unica che si dovrebbe applicare a tutti i redditi. In Italia, un sistema fiscale chiaro e non ultra-normato sarebbe già un gran passo avanti e darebbe un vero impulso alla crescita del sistema paese. I principali sostenitori della flat tax hanno mostrato come la sua adozione porterebbe una semplificazione del sistema fiscale. Questo avverrebbe perché sarebbero insieme cancellate la maggior parte delle circa 620 fra deduzioni e detrazioni che “costano” agli italiani circa 140 miliardi l’anno. Trovo lodevolissimo il tentativo di semplificare il sistema fiscale italiano, ma questo non si limita soltanto alle aliquote e si estende ai rapporti fisco-privati, agli accertamenti della base imponibile e tutta una serie di adempimenti sintomatici di una burocrazia “nemica” della libera iniziativa che trova nelle sue norme la visione del privato cittadino solo come potenziale evasore fiscale (se non già presunto colpevole di tale reato).

Dopo questa digressione, vi porgo le mie ragioni che dovrebbero portare, non solo all’abbandono della progressività, ma anche all’abbandono di differenti livelli di prelievo fiscale per differenti fonti di reddito. Dal mio punto di vista, dovrebbe essere abbandonata anche la no tax area, soglia di reddito entro il quale esso non viene tassato per nulla, e venire sostituita con un sussidio di tipo universalistico, come proposto dall’Istituto Bruno Leoni e da Friedman.

Uno vale uno: Questo tre parole, in questo caso, stanno a significare che ogni Euro guadagnato (in qualsiasi maniera lecita) deve essere “tassato” nella stessa misura. Se si afferma il contrario, si attuano principi di discriminazione arbitrari che favoriscono alcuni e che danneggiano altri, qualcosa che non risponde all’equità. Un enorme problema della progressività sta nella domanda: <<Quando si ferma?>>

Distorsione produttiva e fiscale: Tassando in maniera diversa redditi provenienti da fonti diverse, si privilegiano alcune categorie a discapito di altre. Per esempio, i redditi d’impresa sono tassati con IRES al 24% e con IRAP (anche se non proprio sulla stessa base imponibile ) almeno a 3,90% (a seconda della regione). I redditi da lavoro dipendente hanno 5 aliquote, con una progressività per scaglioni (a determinate soglie di reddito corrispondono diverse aliquote). Potrei continuare con la tassazione delle rendite finanziarie o con i ricavi degli affitti che hanno altri regimi fiscali. Immaginiamo, per assurdo, che alle imprese venga applicato il regime progressivo, assisteremmo ad una chiusura istantanea per delocalizzare tantissime aziende, e di altre che cercherebbero di splittare/dirigere i loro profitti verso altre imprese per rimanere nel primo scaglione di reddito o nella eventuale no tax area.

Qualche studioso/esperto di fiscalità, potrà giustamente affermare che i redditi di impresa sono soggetti ad una parziale doppia imposizione in capo alla persona posseditrice del capitale dell’azienda, rimane il fatto che la tassazione nei suoi confronti rimanga diversa da quella di un lavoratore dipendente. Tassare diversamente i redditi per fonte di provenienza spinge a maggiori investimenti nei settori agevolati a discapito degli altri, distorcendo la normale allocazione delle risorse produttive. Una soluzione per una sana allocazione delle risorse è un’aliquota unica,  per evitare spinte verso divisioni fittizie di profitti fra familiari per evitare gli scaglioni con più alta tassazione.

Inflazione e progressività: In ogni sistema fiscale progressivo, le aliquote sono fissate per certi livelli di reddito. Cosa succede con l’inflazione? I redditi aumentano, ma solo nominalmente perché il potere di acquisto rimane invariato; il reddito aumenta come aumentano i prezzi. Le soglie di reddito nelle quali vigono le aliquote non vengono aggiornate regolarmente. L’aumento nominale e non reale del reddito lo porta a subire le aliquote più alte senza che la sua ricchezza sia effettivamente aumentata. Perciò i redditi perdono potere d’acquisto se non aumentano più dell’inflazione. L’effetto sopra descritto, l’erosione del potere d’acquisto causato dal mancato aggiornamento degli scaglioni all’inflazione, viene chiamato “fiscal drag/drenaggio fiscale”.

L’inequità nel tempo/sfaso temporale: La progressività ha un grande problema con lo scorrere degli anni. Immaginiamo due soggetti, A e B, che in due anni hanno guadagnato complessivamente 100000€ entrambi. Il problema della progressività si manifesta nella distribuzione diversa di quei redditi nei due anni; a seconda di come si sono distribuiti i redditi, i soggetti pagheranno imposte per livelli differenti. Caso limite: A guadagna tutto il primo anno, e B invece guadagna 50000€ entrambi gli anni. A si ritroverà a pagare certamente più tasse di B. Questo a causa della progressività, che non prende in considerazione l’incostanza e la volubilità dei redditi nel tempo.

Anno/Imposte pagate

A B
Primo anno

34289.98€

13439.98
Secondo anno

0

13439.98
Totale

34298.98

26879.96

 

A(1° anno): (15000-8174)*23%+13000*27%+27000*38%+20000*41%+25000*43%

B (per ogni anno): (15000-8174)*23%+13000*27%+22000*38%

Per verificare i calcoli, per chi non ci credesse, ecco gli scaglioni e le aliquote IRPEF a cui aggiungere la no tax area fino a 8174€

https://www.informazionefiscale.it/Irpef-2018-aliquote-scaglioni-calcolo-novita

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Matteo Chionna

Matteo Chionna

Laureato in economia e commercio presso l'Università Milano-Bicocca, ora studente di International management presso l'Università di Bergamo. Liberale cattolico che non sopporta gli sperperi di denaro pubblico.

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