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Tocca dare ragione a Michele Serra, e di stendersi accanto a lui sulla sua Amaca. Quella di giovedì 20 aprile, la incriminata. Non mi dilungherò più di tanto perché i fatti e le sensazioni sono paurosamente chiari ed evidenti, ma anche perché l’approccio disfattista che ha portato moltissimi commentatori e intellettuali a parlare delle violenze sui professori come di una perversione d’oggi mi ha stufato: questa visione pessimistica del futuro senza un briciolo d’ottimismo, guardando al passato con le lacrime agli occhi, non fa parte di noi. L’unico passato a cui possiamo guardare con nostalgia, senza per altro averlo vissuto, è quello del boom economico. Fine.

Serra ha detto l’indicibile: il livello di educazione, di padronanza dei gesti e delle parole, di rispetto delle regole è direttamente proporzionale al ceto sociale di provenienza. Il mio (e nostro) approccio si fonda sulla responsabilità individuale senza quindi addossarne a destra e  a manca: allo Stato, alla società, alla nonna e agli avi.

Però Serra non ha tutti i torti, ed anzi il suo supposto classismo ha fatto centro per quanto riguarda la ferma necessità che ognuno di noi deve (o dovrebbe) avere: elevarsi, promuovere al massimo le proprie capacità, vendersi al meglio facendosi guidare da una stella cometa che si chiama guadagno personale. C’è bisogno di una buona dose di cinismo e di realismo. Ce ne vuole anche per scrivere quell’Amaca e questo articolo, sebbene il mio nuovo amico Alessio mi abbia garantito che questo sito ha degli avventori di larghe e liberiste vedute. 

Suppongo, essendo sprovvisto di pregiudizi anche per motivi personali, che coloro che fanno parte del ceto sociale di cui non parla Serra (i benestanti o ricchi) vi si trovino grazie al proprio impegno o, quanto meno, all’impegno dei propri genitori. Come me. E a meno che non si voglia sostenere l’assurdità per la quale chi è ricco è uno stronzo ladro, costoro si sono guadagnati tale status lavorando e ingegnandosi, probabilmente destinando il proprio tempo non tanto al vittimismo bensì alla produzione di qualcosa.

È la fame di guadagno, di profitto, di interesse personale da appagare che li ha spinti in alto, così da poter sfuggire alle maglie dell’Amaca. Non certo questo frignacciume trendy. 

Leggendo in qua e in là, invece, ho scorto una pletora di buffoni che furoreggiano cianciando assurdità sui casi personali, sul figlio dell’avvocato che un tempo faceva il bullo o su quello del medico bocciato per una oscena condotta comportamentale.

Ah, dicono loro, anche i ricchi sono cattivi, anzi forse lo sono più degli altri perché il denaro è lo sterco del diavolo, corrompe le anime, rende avidi e irriconoscenti. Dunque assistiamo nuovamente al solito, trito e ritrito, odio di classe. Siccome col denaro si acquistano libri, e costoro sono avversi alla lettura pensando di potersi formare ascoltando Fedez, mi permetto di consigliargli la lettura di “Poco o niente” di Giampaolo Pansa: noteranno sin dalle prime pagine quanto il progresso economico abbia reso migliore sotto ogni punto di vista l’Italia, e con l’Italia anche gli italiani.

Agli inizi del secolo scorso, la miseria economica andava di pari passo con la miseria morale e spirituale, difatti erano tempi di violenze quotidiane e inaudite. Affrancarsi dalle ansie derivanti dall’indigenza dà contestualmente la possibilità di pensare ad innaffiare la propria anima, migliorandola, rendendola più florida. Non essere abbienti non è una colpa: ergersi a vittime invece sì, soprattutto se intanto si pesa sulle spalle della restante fetta di contribuenti che, ricchi e stronzi come sono, ti fornisce una casa popolare, delle bollette pagate, un’istruzione gratis, una sanità gratis e viveri gratuiti. E non dimentichiamoci della santa pazienza di costoro, obbligati a sentirsi additati come la fetta egoista e insensibile della società mentre, con tasse esorbitanti, mantengono i fannulloni che sul divano attendono pacatamente un reddito di cittadinanza qualunque.

Li mando a quel paese uno per uno, questi ingrati. Pagherò i contributi all’estero il più possibile anche per fargli un dispetto. Il tutto mentre ascolto la Nona.

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