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Non mi si creda cattivo o insensibile, ma non capisco davvero per nulla il grande problema che i “liberals” hanno sollevato in America sul “Gender assuming”. Per chi non lo sapesse, alcune persone rifiutano di definirsi “uomo” o “donna” perché, a loro avviso, si tratta di categorie create dalla società, che ci classifica in generi per, secondo le teorie più radicali di alcuni, controllarci meglio. E dunque rifiutano di dichiarare il loro genere perché non vi si sentono rappresentati a pieno.

Ed io mi scervello e mi concentro ma continuo a non cogliere un passaggio logico che credo tuttavia fondamentale: per non riconoscersi in delle categorie bisogna per prima cosa riconoscere quelle categorie. Saperle definire e poi, eventualmente, rifiutarle. E i motivi per cui questa massa di apolidi sessuali rifiutano di definirsi altro che “persone” è che, a quanto dicono, i caratteri che definiscono i due generi non hanno nulla a che vedere con chi sono.

In breve, nella società un uomo si definisce socialmente perché è di atteggiamento più patriarcale, o fisicamente più forte. Magari è più appassionato di sport che di moda. E una donna è considerata più femminile se si mostra vicina alla sua funzione di procreatrice. Questo infastidisce molto i cosiddetti “genderfluid” che si trovano spesso ad essere “gender-assumed”. Ossia chi li incontra presume una loro appartenenza ad un genere perché riconosce in loro i caratteri sessuali secondari come capelli lunghi, trucco o atteggiamento. La critica ha senso, in chiave liberale, perché se un ragazza vuole avere i capelli corti o vestirsi con vestiti generalmente indossati da uomini, è libera di farlo.

Però la chiusura a riccio nei confronti del genere mi lascia un po’ confuso. Siccome la società mi definisce uomo perché ho atteggiamenti considerati maschili (e magari sbaglia), io rifiuto la definizione di uomo, come di donna, e me ne astraggo. Qual è però il problema? Il problema è che i generi servono. Hanno una funzione identificatrice e anche medica. Sarebbe assurdo se io andassi dal ginecologo ed a una sua obiezione lo accusassi di “gender-assuming”. Perché sono differenze biologiche che non si possono eliminare. Se anche ci si considererà un giorno tutti null’altro che persone, le donne continueranno a partorire bambini e noi a soffrire di un calcio tra le gambe più di quanto non ne soffrirebbe una donna.

Per cui, a mio modesto avviso, il rifiuto delle categorie sociali può anche andare bene, ma non deve eliminare i generi. Semmai eliminare i pregiudizi legati ad essi. Per cui non riesco a capire perchè un uomo “genderfluid” non può considerarsi uomo poiché biologicamente appartenente a questa inconfutabile categoria, e rifiutare dall’altra parte chi ha da obiettare sulla sua maschilità perché il suo modo di comportarsi non corrisponde con la generale idea di uomo.

La mia opinione è che se si vuole operare una vera e propria rivoluzione di genere per portare ad un’uguaglianza tra soggetti, si deve essere consapevoli, orgogliosi e magari anche contenti del genere in cui si è nati. E poi rifiutare i tratti che ci consegnano ad una categoria o ad un’altra. Ma senza abbandonarle o rifiutarle, quasi fossero un insulto o una mancanza di rispetto.

Altrimenti si incorre in due effetti collaterali: il primo, perdere credibilità proponendo una cosa assurda come una società senza distinzioni di genere. Consuetudine che in America ha portato quelli che, in teoria, si sarebbero dovuti convincere di una battaglia, anche giusta, a ridicolizzare un movimento per alcune posizioni inconcepibili, come quest’ultima. E in secondo luogo il fare il gioco di chi riconosce solo ad un genere alcune prerogative, astraendosi e non considerandosi nulla, perché qualcuno sbaglia i termini. Lasciando chi si considera uomo ad essere circondato da una massa di stereotipi dell’essere ”mascolino”. Viceversa con le donne.

In America si ha, in genere, un grande talento ad individuare problemi anche seri ma a trovare modi per ribellarvisi completamente anti-producenti e dannosi. Così da rendere la battaglia ridicola agli occhi di chi si dovrebbe convincere. Basti guardare come il problema delle violenze sugli afroamericani sia sfociato nel “Black lives matter” e come il problema del razzismo abbia assunto inspiegabilmente come baluardo la battaglia della “cultural appropriation”. In poche parole: se non sei nero e ti fai i dreadlocks ti stai appropriando indebitamente di aspetti di una cultura che non ti appartiene. Una battaglia ridicola che non è servita ad altro che a renderne poco dignitosa una invece importante, come quella dell’antirazzismo.

Ecco, il caso dei “genderfluid” credo possa fungere da esempio per spiegare come i liberals americani distruggono le buone battaglie che dovrebbero condurre, spinti dalla massa di seguaci sui social, pronti a fare scoppiare un caso (o un casino) ogni qual volta qualcuno dice qualche cosa anche lontanamente interpretabile come “politically uncorrect”.

Chi rifiuta di definirsi uomo o donna riconosce che i capelli lunghi sono aspetti femminili e che gli addominali sono maschili. E crede che per mantenerli, sebbene in contrasto con l’idea che si ha del suo genere, non possa rimanere uomo o donna. Per cui arriva a sostenere di non essere ciò che, suo malgrado, geneticamente è. E sostiene implicitamente che se ti consideri uomo allora non puoi avere capelli lunghi, unghie smaltate o gambe depilate.

La sostanza è questa: chi combatte contro le discriminazioni di genere e chi le fa dicono la stessa, terribile cosa. I primi per esasperazione di una protesta, i secondi per ignoranza. Ma contribuiscono entrambi allo stesso pregiudizio.

 

Alessandro Luna

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