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L’Italia verso il default, l’austerità fantasma

In Attualità, Economia

La crisi italiana è iniziata ben prima dell’avvento dell’euro ed è dovuta a molti fattori, anche se, di fatto, la fonte di dei nostri mali è una sola e la analizziamo tra poco. Iniziamo analizzando un attimo la salute bancaria attuale.

Mentre a un default della Grecia l’UE può sopravvivere, quello dell’Italia potrebbe provocarne la dissoluzione. L’Italia è la terza economia più grande all’interno dell’UE e ha un’economia che è 10 volte quella della Grecia. Inoltre ha il terzo debito pubblico più alto al mondo che ha appena superato i 2300 miliardi.

La maggior parte di questo di questo debito è detenuto dal sistema bancario europeo ormai traballante. La performance economica italiana dal 2008 ad oggi è sempre stata abissale e le condizioni standard di vita sono diminuite del 10%. Nel frattempo il sistema bancario italiano è a rischio e si ritrova con una una spesa pubblica che è la seconda più costosa d’Europa. L’economia italiana è a malapena sopra i livelli del 1999, quando ha adottato l’euro come nuova valuta. Come se non bastasse il nostro paese ha 360 miliardi di crediti in sofferenza, che raggiungono il 18% dei loro portafoglio prestiti.

Le nostre banche detengono gran parte del debito pubblico insostenibile, che ammonta a più del 10% dei loro asset. Mario Draghi ha tenuto i tassi d’interesse artificialmente bassi per dare respiro al nostro debito ormai insostenibile. Il QE è iniziato nel 2012, per salvare le nostre banche senza liquidità, con 80 miliardi al mese che poi sono diventati 60, e ora sono  30. Il prossimo presidente della BCE probabilmente sarà un tedesco e girano voci che possa essere Weidmann, colui che ha BOCCIATO tutti i provvedimenti di Draghi e quando verrà eletto nuovo presidente della BCE molto probabilmente alzerà i tassi d’interesse per costringere il nostro paese ad attuare vere proprie riforme che non abbiamo mai fatto.

Ora analizziamo la situazione del mercato del lavoro.

Secondo gli ultimi dati Istat pubblicati dall’ex primo ministro Renzi il numero dei posti di lavoro è tornato ai livelli pre-crisi, ma questo dato è allarmante perché vuol dire che in 10 anni sono stati creati ZERO posti di lavoro. L’andamento dell’economia Italiana è sceso del 7% rispetto ai livelli pre-crisi e i problemi nel mercato del lavoro ne hanno aumentato il costo del 15% in più rispetto alla Germania. (La causa del costo del lavoro la vediamo tra poco) La burocrazia ci costa 30 miliardi e debiti della PA nei confronti delle imprese ammontano a 65 miliardi.

Inoltre secondo gli ultimi dati OECD 13 milioni di adulti, cioè il 40% della popolazione  adulta ha scarse capacità matematiche e letterarie. Il Rapporto presentato a Roma dal segretario generale Angel Gurría insieme al ministro delle finanze Padoan cerca di definire le proprietà  future. Purtroppo indica che l’Italia è intrappolata  in un equilibrio di basse capacità dove l’offerta di queste è molto bassa ed è accompagnata da una bassa domanda da parte delle aziende. La totale occupazione è del 58%.  Le piccole imprese, spesso a livello familiare, contribuiscono l’85% in più di tutte le altre aziende e compongono all’incirca il 70% di occupazione.

Ma spesso molte di queste aziende sono composte da manager che non hanno la capacità per adottare e gestire tecnologie complesse. Purtroppo in Italia la paga si basa molto più sull’età che sulle performance. Questo fenomeno soprattutto presente qui da noi  (e guarda caso anche in Giappone) riduce gli incentivi dei lavoratori e di conseguenza investono pochissimo tempo nell’apprendimento di nuove competenze che potrebbero acquisire. Il 6% dei lavoratori non hanno alcuna capacità, mentre il 21% non detiene alcuna qualifica, quelli con notevoli capacità, invece, contano solo l’11% del totale.

I lavoratori qualificati, o quelli con qualifiche che eccedono ciò che è richiesto dalle compagnie, sono il 18%. IL 35% dei lavoratori si è ritrovato in campi che non hanno nulla a che fare con quello che hanno studiato all’università. Un giovane su 4 tra i 15 e i 29 anni non sono né nel mondo del lavoro, né studiano. Questi sono i cosiddetti NEET, e siamo secondi nella classifica OECD. Gli italiani tra i 25 e i 34 anni  con un’istruzione universitaria  sono a malapena il 20%, mentre la media stimata è il 30.

Qui, invece, guardiamo il grafico che mette a confronto la produttività italiana con le altre nazioni. Notate qualcosa? La nostra produttività è stata l’unica in continuo calo.

Da questo altro grafico si può notare che, contrariamente a quanto dicono i mainstream media, l’output, cioè la produzione di beni e servizi, i quali sono la vera ricchezza di una nazione, è in continuo calo.

Come si è potuto notare dai grafici postati sopra, la produttività, l’output e il mercato del lavoro sono stagnanti, anzi, col tempo continuano a peggiorare e al contempo il costo del lavoro è aumentato.

Ma a cosa è dovuta la crisi? Qual è la fonte dei nostri mali?

Detto senza giri di parole la crisi è dovuta alla spesa pubblica. Dall’ingresso nell’euro l’Italia ha raddoppiato la spesa pubblica e questo significa  raddoppiare le tasse o il debito per pagarla. Perché la ragione di stato vuole che le uscite siano coperte con le tasse dei privati, oppure con ulteriore debito che è una tassa posticipata. Debito che dalla caduta del governo Berlusconi è stato declassato raggiungendo BBB-. Spesa pubblica aumentata soprattutto per via delle pensioni grazie anche a Tremonti nel 2009, ma i danni dei governi precedenti sono equiparabili, se non peggio. Ma l’analisi su come sia aumenta la spesa pubblica la vedremo con gli articoli successivi…. Adesso occupiamoci di smontare la bufala sull’austerità, che ovviamente non abbiamo mai fatto. Il grafico qui sotto mostra chiaramente il RADDOPPIO della spesa.

Ora guardiamo il debito pubblico con questo bellissimo grafico.

Total Tax Rate più alto al mondo.

Come potete vedere tasse, spesa e debito sono sempre aumentate e l’austerità non è mai esistita, se non nelle favole dei politici e degli elettori.

Il benessere ce lo siamo giocato raddoppiando la spesa pubblica. E lo abbiamo fatto da un lato perché porta voti, e dall’altro perché teorie economiche ciarlatane dicono che la spesa pubblica produce benessere. Così non è. La spesa pubblica è più simile ad un “lusso” Ora, la razionalità, la logica, la REALTA’ dice semplicemente che in un paese in cui le tasse stanno al 70% perché la spesa pubblica è immensa, è inadatto al benessere. E’ inadatto alla produzione, è inadatto alla ricchezza. Fine. Non ci stanno strani fenomeni paranormali dietro, e soprattutto non c’entra un nulla la moneta con la quale si misura il 70% di tasse rispetto ai ricavi, né la moneta con la quale si misura la spesa pubblica. Sempre il 70% sono e sempre inadatto alla vita civile rimane il Paese.

Detto questo veniamo alla soluzione populista del “più moneta per tutti”. prima dell’Euro,  invece di tassare o fare debito, si applicava il principio “dell’inflazione” della massa monetaria. Lo fanno pure la FED e la BCE. Ma lo fanno molto meno di quanto lo faceva l’Italia. Quando si aumenta la massa monetaria  quello che si fa è diminuire il valore dei soldi. Quindi dimezzare i risparmi, dimezzare gli stipendi, dimezzare un po’ tutto. Ovviamente verso l’esterno. In pratica succede che se si vende fuori e si chiede la metà dei soldi, si ottiene più mercato. Ovvio. Ma per far questo  basta vendere alla metà senza dimezzare i risparmi di tutti. Basta vendere il proprio litro di latte in Germania invece che ad un euro a 50 centesimi, e il proprio mercato aumenta.

Anche se si abbattono gli stipendi della metà (sempre riguardo l’esterno) è chiaro che si riesca ad avere più margini. Ma non si capisce perché debba essere un bene pagare gli operai la metà e perché se così fosse non si fa e basta. Quel che molti italiani si dimenticano di vedere però è l’effetto su quei poveri disgraziati che lavorano, importano e vendono sul mercato interno prodotti che vengono da fuori. Tutti i derivati del petrolio, tutti i derivati del rame, del ferro, e di tutte quelle materie prime che L’Italia non ha e che quindi, contrariamente al “sano” principio autarchico mussoliniano, ci tocca per forza comprare fuori.

E là fuori, i casini della “liretta” sono grossi. Perché adesso che è stata stampata vale la metà, un terzo. Il che significa che ogni oggetto di plastica, la benzina, gli scaffali in acciaio, le macchine industriali, hanno un costo in materie prime che raddoppia o triplica. E questo produce un aumento del costo e una contrazione del mercato per tutti coloro i quali si trovano “sfortunatamente” o perché sono dei poveri sfigati non allineati con il pensiero “facciamo solo export”, in quei settori che abbisognano di commercio estero.

Detto questo,  stampando moneta non si fa altro che RUBARE il potere d’acquisto dei cittadini (in primis i più deboli gli operai), spostandolo verso lo Stato (o la BCE) che con quei soldi può farci altre opere tipo le case che crollano, i salvataggi bancari, i salvataggi dell’Unità, le ostriche e le prostitute. In pratica quello che tutti i fautori “dell’helicopter money” vanno ripetendo INCONSAPEVOLMENTE è “tassateci di più, riduceteci gli stipendi, dimezzateci le riserve bancarie: se raggiungiamo il livello di benessere dei vietnamiti poi finalmente riusciremo ad avere “lavoro”. Si forse. Al livello del Vietnam però. E’ banale che se paghi un tizio 2 euro al giorno, magari lo assumi. Non ci voleva Auriti a spiegare questa grande novità.

Ora. Il motivo per cui, a fronte di una spesa pubblica raddoppiata e una tassazione doppia per pagare tale spesa pubblica (tramite pagamento diretto o tramite pagamento di debiti), la soluzione sarebbe aggiungere un’altra tassazione (patrimoniale e sui redditi contemporaneamente) tramite inflazione monetaria. E lo so che la BCE (Draghi) stampa. Ma so pure che con la Lira, l’inflazione sarebbe a due cifre e con l’Euro questo non è ancora avvenuto.

Nota sull’inflazione.

L’inflazione provoca una contrazione nel mercato perché favorisce le imprese interne a discapito di quelle estere, che ritrovandosi con una moneta più debole rispetto a quelle degli altri paesi impediscono alle imprese estere di competere a livello di prezzo, calando così la competizione e favorendo i predatori nazionali che non hanno voglia di lavorare. E non essendoci competizione diminuisce la produttività (vedere grafico iniziale. L’inflazione non è solo l’unico fattore che la fa calare, specialmente nel nostro caso), di conseguenza si ha una riduzione dei salari, della produzione e dell’output, cioè della ricchezza prodotta, e contrariamente a quanto dicono i fan della MMT e di Keynes l’inflazione è una tassa che pagano i più poveri favorendo i ricchi.

Esempio: la BCE immette una quantità di moneta del 30% in più rispetto alla ricchezza reale prodotta. Ora il gruppo A che è il primo a ricevere la massa monetaria spenderà il 10% in più rispetto al solito, mettendo da parte l’altro 20%. Il gruppo B sapendo che ci sono più soldi in circolazione aumenta i prezzi e acquisisce il 10% in più. Il gruppo B ne spende 5 tenendosi gli altri 5. Il gruppo C sapendo che ci sono più soldi in giro, a sua volta aumenta i prezzi. Il Gruppo C si ritrova col 5% in più di guadagno e questi soldi decide di non spenderli. Ecco che il gruppo D, la classe operaia si ritrova coi prezzi rincarati e lo stipendio che NON tiene passo con l’inflazione.

Ora, dopo aver spiegato il fenomeno dell’inflazione per i bambini di 5 anni passiamo ad altri dati. Contrariamente ai fan della Scandinavia, i quali sostengono il successo del loro socialismo, guardiamo questo grafico che mostra l’indice di libertà economica all’interno del nostro paese che si trova al 79° posto, e confrontiamo questo indice con tutti paesi scandinavi, che gli italiani amano così tanto.

La Danimarca è 18° posto, la Filanda al 24°, la Svezia al 19°, la Norvegia al 25° e l’Islanda al 22°. Qui sotto c’è l’intera classifica.stilata dall’Heritage Foundation:

http://www.heritage.org/index/ranking

Questo cosa significa? che è vero che i paesi scandinavi hanno un Welfare efficiente, come spiegato meglio dal mio collega Francesco,  in un suo articolo, ma se lo PAGANO.  L’indice di libertà economica è fondamentale perché spiega come l’assenza competizione e di libero mercato provochino una diminuzione della produttività e quindi anche dei salari, della produzione e dell’output. Ciò è dovuto a una spesa pubblica asfissiante che richiede il 70% di TASSE rendendo impossibile la produzione di ricchezza da parte del privato. Unico vero  motore trainante dell’economia in tutti paesi SVILUPPATI.  E gli Italiani dimenticano una cosa fondamentale quando parlano dei paesi Scandinavi. TUTTI questi paesi PARASSITANO la difesa degli USA e di tutte le superpotenze europee, Italia compresa. Questo significa che in caso venissero attaccate dovremmo far loro da cuscinetto. Ma non è una bella strategia perché si è alla merce di chi detiene il fucile in mano. Questo dimostra che non esistono pasti gratis, e se per qualcuno lo sono significa che c’è un altro che li sta pagando.

La prossima volta analizziamo i motivi dovuti all’aumento della spesa pubblica, a cominciare dalle pensioni. Gli elettori si lamentano dei politici dando loro dei ladri, ma i primi LADRI siete voi.

Fatevi un esame di coscienza.

 

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