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Il disastro del reddito di cittadinanza in Inghilterra

In Storia

Nel 1601 la Regina Elisabetta sancì il diritto del cittadino britannico caduto in povertà, ad essere mantenuto dallo Stato.

Nel 1834 si abolirono questi soccorsi, siccome erano distribuiti con così larga ampiezza che erano divenuti un’integrazione al salario, il quale non necessitava più d’essere sufficiente al mantenimento della famiglia, siccome al resto ci pensava lo Stato.

Cerchiamo di contestualizzare storicamente quanto sopra: prima dell’atto di Elisabetta, assolvevano l’assistenza ai poveri i conventi e le fondazioni religiose; tuttavia suo padre, Enrico VIII, aveva fatto confisca di numerose proprietà ecclesiastiche, sancendo per implicito che da quel punto in avanti sarebbe stato un diritto dei poveri il porsi a carico dello Stato.

Tali soccorsi elemosinieri venivano distribuiti a domicilio a tutti i proletari, divenendo a poco a poco un grave per le casse del Regno.

Con l’abolizione dei soccorsi, vennero immediatamente cancellate le imposte locali a carico dell’industria, la quale non più doverosa nei confronti dello Stato reagì con una osservabile crescita, che sarebbe sfociata successivamente in concomitanza alla Seconda Rivoluzione Industriale.

Gli operai, che per la maggiore ritenevano indegno cadere a carico delle work-house (ricordate quei luoghi tanto tipici nella storia di Oliver Twist?), iniziarono feroci proteste richiedendo salari sufficienti a mantenere la famiglia.

 

Con l’ingresso dei socialisti in politica ed il loro sopravvento sul liberalismo classico (parliamo degli anni situati fra il 1897 e il 1909, con protagonisti Lord Passfield e la moglie Beatrice Webb, socialisti fabiani) vennero portate avanti nuove riforme sull’aiuto ai poveri, riportando in auge le work-house e le relative figure dei guardiani dei poveri.

A poco a poco, crearono leggi sparse, sovrapposte, non coordinate che decretarono la nascita di un regime burocratico dissoltosi solamente quattro decenni dopo, con il Rapporto Beveridge e la nascita del Welfare State.

Alcuni esempi della contorta burocrazia: per richiedere il sussidio assicurativo di disoccupazione bisognava rivolgersi a taluni funzionari del ministero del lavoro, una volta scaduto bisognava fare richieste del sussidio assistenziale semplice agli uffici locali di pubblica assistenza, mentre per malattia e invalidità ci si poteva rivolgere alle associazioni sottostanti al ministero della pubblica sanità, per la cecità alle contee, per richiedere la pensione dopo gli anni di lavoro dovuti bisognava nuovamente rivolgersi al ministero della pubblica sanità, per il supplemento di pensione la richiesta andava posta ai funzionari locali.

 

Ritorniamo ai soccorsi elemosinieri per gli operai: i coniugi Webb e Beveridge sostenevano che un reddito minimo garantito rappresenti la sicurezza del vivere e dunque l’incitamento a lavorare per migliorare la propria posizione.

Sorge spontanea la domanda: se già si ha un reddito minimo garantito, dunque si è provveduti del necessario per vivere nell’ozio, cosa si può chiedere di più dalla vita?

La domanda è retorica, perché la risposta è: niente.

Ammetto che se mi pagassero per non lavorare, indubbiamente non lavorerei più. Come me, molti. Questo gli inglesi lo hanno capito con un immenso ritardo; lo hanno compreso dopo aver perso le colonie più prospere a causa delle elevate tassazioni, dopo aver fatto crollare il proprio Impero per l’esorbitante costo degli ammortizzatori sociali, della burocrazia e dell’esercito.

L’Impero Britannico si reggeva sul monopolio commerciale in mezzo globo, potendosi così permettere il mantenimento dei poveri in patria. Man mano che l’Inghilterra perdeva colonie e potere commerciale ed al contempo dilagavano sempre più nuove riforme assistenziali, le casse dello Stato iniziavano a ridursi, raggiungendo una obbligata revisione (Beveridge, Churchill, Welfare State) che ha placato temporaneamente la discesa verso il baratro, per poi accentuarla.

 

La salvezza inglese è stata l’applicazione di una dottrina unilaterale di cui non farò il nome, ma ne esporrò l’esponente: Margaret Thatcher.

Sì, siamo ben lontani da una visione più moderna dello Stato Minimo, ma è stato un incipit. Una revisione organica e semplicizzata della società: impresa, iniziativa privata, Individuo, deregulation, privatizzazione, rilancio dell’economia di mercato, concorrenza, diffusione dell’azionariato delle ex aziende pubbliche, riduzione del potere sindacale. Dopo dieci anni di lungo lavoro, sono arrivati i risultati: l’inversione di rotta.

Lei stessa disse: “La storia mi darà ragione“.

E noi posteri, manzonianamente, possiamo sentenziare finalmente che avesse avuto ragione.

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