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L’inconsistenza dello scandalo “Paradise Papers”

In Attualità, Società

L’ultimo scandalo giornalistico di questi giorni è il caso “ Paradise Papers ”, a 18 mesi dal caso “Panama Papers” che aveva suscitato grande indignazione. Il consorzio dei giornali aderenti all’International Consortium of Investigative Journalists ha cominciato a pubblicare da domenica dei documenti provenienti dagli archivi informativi di due società di consulenza che hanno sede nei cosiddetti “paradisi fiscali”. Sono venuti fuori nomi importanti, da Apple al campione di Formula 1 Lewis Hamilton fino ad una società che fa capo a S.M. la Regina Elisabetta II, la Duchy of Lancaster.

Le colpe ascritte a questi personaggi sono state l’aver “sottratto” al fisco diversi miliardi di Euro in utili. Appleby e Apple Operations International ad esempio avrebbero gestito gran parte degli utili spostandoli dall’Irlanda, dove già dal 2016 un intervento non richiesto dall’interessato (la Repubblica d’Irlanda appunto) da parte dell’Unione Europea, ha condannato il colosso Apple a risarcire Dublino con 13 miliardi di Euro.

A questi dossier è naturalmente seguita l’indignazione del giornalista collettivo, che ha trattato i presunti colpevoli alla stregua dei peggiori criminali. Ci sono diversi appunti da fare a questo falso scandalo. Come sottolinea il “The Guardian”, quotidiano laburista inglese, si tratta di un fenomeno che in inglese viene detto “tax avoidance”, ovvero efficientamento fiscale, per cui si utilizzano dei mezzi legali per riuscire a pagare meno tasse. È un meccanismo, ribadiamo, perfettamente legale che esiste in molti Paesi. Non si tratta dunque di evasione fiscale, “tax evasion”.

Inoltre, benché il nascondere soldi al fisco vada contro il comune sentire, che a quanto pare considera più nobile combattere la ricchezza anziché ridurre la povertà. Sappiamo benissimo quanti danni abbia prodotto il tentativo di tradurre in pratica l’uguaglianza ad ogni costo. Se esistono dei paradisi fiscali, è perché esistono anche i rispettivi inferni. Paesi in cui la tassazione sui profitti d’impresa, sui cosiddetti super-ricchi è talmente elevata, quasi a voler punire chi fa profitto e dà lavoro, che nessuno dotato di un minimo di spirito di sopravvivenza vi investirebbe o vi stabilirebbe la residenza fiscale. Se esistono l’Irlanda o la dipendenza della Corona Britannica Jersey, è perché nessun individuo mediamente furbo investirebbe in un Paese in cui il total tax rate sui profitti d’impresa ammonta al 62%.

Un secondo appunto che mi permetto di fare è che spesso i giornalisti si arrogano un diritto che spetta esclusivamente alla magistratura: quello di stabilire chi è colpevole e chi è innocente e che quest’ultimo, lo rimane fino al terzo grado di giudizio. Con questo tipo di inchiesta si rischia di mandare in rovina persone od aziende che fino a prova contraria non hanno commesso illeciti.

Per cui, il giornalista collettivo, anziché parlare a vanvera e stracciarsi le vesti perché alcuni, imprese o privati cittadini portano alcuni dei propri risparmi in un luogo sicuro lontano da occhi indiscreti, farebbero bene a domandarsi il motivo. E tirare fuori qualche inchiesta su quanto dei nostri soldi va all’Erario per mantenere questi mastodontici apparati statali.

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