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Tassateli tutti, lo Stato riconoscerà i suoi

In Attualità, Economia, Politica

Nella mattinata di ieri 26 novembre, la Commissione Bilancio del Senato ha approvato l’emendamento alla legge di Bilancio del Senatore Mucchetti (PD) sulla Web Tax, la straordinaria imposizione fiscale destinata a portare a più miti consigli i giganti della Rete, ricordando loro che non si scherza con la sovranità italiana. Tuttavia, andando a leggere il testo, la legge non può che far sorgere qualche legittimo dubbio, ma prima darò qualche dato per illustrare la proposta.

Questa cosiddetta “Web Tax”, che dovrebbe entrare in vigore dal 1 gennaio 2019, consiste in un’imposta sulle transazioni digitali e sulle prestazioni di servizi effettuate con mezzi elettronici, con aliquota unica al 6% sul fatturato maturato sul territorio italiano. Inizialmente era previsto che tale imposta riguardasse solamente il mercato B2B ma, dopo l’intervento, a furor di popolo, del Caro Leader, pardon, Presidente Francesco Boccia (il quale presiede la Commissione Bilancio della Camera), si è deciso di estenderla anche al mercato B2C.

La legge si basa sul concetto di sostituto d’imposta con rivalsa, il che significa che a versare l’imposta sarà il consumatore finale (noi cittadini nel mercato B2C, le imprese italiane che sfruttano i servizi web nel mercato B2B), il quale però potrà poi rivalersi sul venditore.

Per le imprese italiane o residenti in Italia che sarebbero soggetti alla Web Tax, è previsto un meccanismo di credito d’imposta pari all’ammontare dell’imposta sui servizi digitali. Il credito potrà essere utilizzato ai soli fini dei versamenti delle imposte sui redditi. Questo per evitare che tali imprese siano soggette a doppia imposizione. L’eventuale eccedenza potrà essere utilizzata in compensazione per il pagamento di imposte sui redditi (Irpef o Ires), IRAP, contributi previdenziali ed assistenziali dovuti dai datori di lavoro e dai committenti di prestazioni di collaborazione coordinata e continuativa, nonché di contributi INAIL.

Per quanto riguarda, invece, i soggetti senza stabile organizzazione sul territorio italiano, la legge prevede che a fare da sostituto d’imposta siano le banche e gli intermediari finanziari, i quali dovranno applicare una ritenuta d’imposta con obbligo di rivalsa sul soggetto che percepisce i corrispettivi.

Per quanto riguarda la platea soggetta a questa nuova imposizione fiscale, il testo di legge rimanda a un decreto ministeriale che il MEF dovrà rilasciare entro il 30 aprile 2018. Non avendo ancora chiaro l’esatto perimetro della nuova base imponibile su cui applicare il 6%, la relazione tecnica della Ragioneria prende, come primo riferimento certo, l’impatto della Web Tax sui ricavi della pubblicità online, pari a 1,9 miliardi di euro nel 2016. In considerazione del fatto che i ricavi da pubblicità per la rete online siano una minima parte del mercato digitale italiano, secondo la Ragioneria è possibile stimare un importo minimo dei ricavi due volte superiore e quindi pari a 3,8 miliardi di euro.

Tralasciando le misure “spannometriche” con cui la Ragioneria dello Stato sembra aver fatto i calcoli, non sapendo neanche ancora su chi sarà effettivamente soggetto all’imposizione, vorrei fare alcune considerazioni in merito al testo nel suo complesso, due più generali e altre più specifiche.

  • Prima di tutto, mi sfugge la ragion d’essere della legge stessa. Mi spiego meglio: il sistema di tassazione ha sempre funzionato in un certo modo: vendi all’estero, ma le tasse le paghi nel paese in cui hai la sede legale, quale che sia. Le imprese italiane, le famose eccellenze del Made in Italy, che esportano in tutto il mondo, le tasse le pagano qui, non in America, Cina, Russia ecc. Oggi, non è più così. Oggi, ogni paese vuole tassare le imprese del Web che operano sul proprio territorio e strappare la “propria” quota parte. Attenzione però, questo vale per tutti e presto o tardi a qualcuno verrà in mente di estendere il concetto alla manifattura, o al tessile o all’alimentare. Un giorno Trump o la Merkel o Putin o chi per essi potrebbero dire “cara Barilla, cara Ferrero, visto che voi fate miliardi di fatturato nei nostri paesi, cosa ne dite di pagare un po’ di tasse sul fatturato anche qui?”. Attenzione, signori, attenzione. È dunque chiaro che, adesso, i vari stati del mondo si sono visti defraudati della loro parte da “Leone” e cercano di volgere le regole a loro vantaggio, di modo da rimanere al vertice della catena alimentare
  • Molti si lamentano del fatto che le imprese multinazionali spostino la loro sede legale in paesi dove il regime fiscale è a loro più favorevole. Io dico, ma se invece di sbraitare e sbattere i pugni sul tavolo rendessimo conveniente per loro trasferirsi qui in Italia? Non sarebbe meglio? Non sarebbe un beneficio anche per le imprese italiane avere un Total Tax Rate del 25% come quello irlandese, invece che del 62%? Certo è difficile, ma se il Presidente Boccia o il Presidente Mucchetti avessero voluto fare un lavoro semplice, avrebbero dovuto scegliere un altro mestiere.

Tornando al testo di legge sopra illustrato, ci sono alcune criticità che il legislatore pare non abbia visto o abbia deciso di non vedere:

  • Doppia tassazione imprese estere: Il problema della doppia tassazione per le imprese italiane o residenti in Italia è stato risolto col meccanismo di credito d’imposta, ma non per le imprese senza stabile organizzazione in Italia. Queste, infatti, dovranno pagare, sulla stessa quota parte di fatturato, imposte in Italia e nel paese in cui hanno la sede legale. Se dovessero sollevare la questione di fronte alla Corte di Giustizia Europea, è molto probabile che la Corte dia loro ragione.
  • Pagamenti fuori dal circuito bancario: Per le imprese senza stabile organizzazione in Italia è previsto che le banche e gli intermediari finanziari facciano da sostituto d’imposta. Molto bene. E per chi volesse pagare con PayPal o BitCoin, che non sfruttano il circuito bancario, l’imposta a quel punto ricadrebbe esclusivamente sul consumatore finale?
  • Costituzionalità: A mio modestissimo parere ci sono anche gli estremi per mettere in dubbio la costituzionalità della legge. Infatti l’articolo 23 della Costituzione afferma che “nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge”. La definizione non solo dell’importo, ma anche della base imponibile dovrebbe essere fatta a norma di legge e non di decreto ministeriale post-approvazione della legge. È esilarante il fatto che il Parlamento si affretti a varare una legge definita una “battaglia di civiltà” (al giorno d’oggi qualsiasi cosa è una battaglia di civiltà), senza neanche sapere chi andrebbe effettivamente a colpire.
  • Scarico del maggior costo: Non si capisce cosa possa impedire alle imprese, italiane e non, di scaricare questo maggior costo sul consumatore finale. Sfortunatamente, temo che dal 2019 ogni mio acquisto su Amazon costerà il 6% in più. Grazie Presidente Boccia. Evidentemente la lezione dell’Equo Compenso SIAE sui dispositivi mobili, non l’hai imparata. (Per chi non lo sapesse l’Italia è il paese europeo dove i dispositivi mobili, come smartphone, tablet e computer, costano di più. Questo grazie, fra le altre cose, anche al cosiddetto Equo Compenso SIAE, che altro non è che una tassa aggiuntiva che tutti i produttori di dispositivi mobili devono pagare, poiché attraverso questi si possono riprodurre files coperti da diritti d’autore. Boccia e il ministro Franceschini hanno sostenuto ostinatamente che il costo aggiuntivo di questa tassa non sarebbe stata scaricata sul prezzo finale del prodotto. Inutile dirvi come sia andata a finire).

Su quest’ultimo punto è esilarante la risposta di Mucchetti, ideatore insieme a Boccia della legge, in un’intervista rilasciata oggi al Corriere della Sera: “Dunque solo le imprese come Google non potrebbero compensare l’imposta. C’è pericolo che si rifacciano sui consumatori finali?

No: stiamo parlando di rapporti tra imprese. E comunque mi parrebbe un’obiezione curiosa dopo tante teorizzazioni liberiste sul trasferimento dell’imposizione fiscale dalle imprese e dalle persone alle cose.”

Posto che le teorie liberali dicano che sarebbe meglio non tassare, ma se proprio devi tassare tassa i consumi e non le persone (Mucchetti deve essersi perso la prima parte), da un lato non solo sembra ignorare il fatto che la sua legge riguardi anche il mercato B2C (comma a sua insaputa?), ma dall’altro sembra dire “noi vogliamo colpire le grandi multinazionali, poi se a rimetterci saranno i consumatori, non importa. L’importante è che qualcuno alla fine paghi”.

Sembra ricordare il proclama di Arnaud Amaury, arcivescovo di Norbona e inviato del Papa per sradicare l’eresia Catara: “Uccideteli tutti, Dio riconoscerà i suoi”.

Ecco.

Tassateli tutti, lo Stato riconoscerà i suoi.

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