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Siamo tutti socialisti (senza saperlo)

In Attualità, Politica

Che la politica sia meno ideologica rispetto alla Prima Repubblica lo sappiamo, che la politica venga mediata dai gruppi di interesse lo sappiamo, ma che la politica italiana sia in maggioranza socialista non lo sappiamo tutti, nemmeno gli addetti al lavoro.

Leggevo qualche programma politico. Immaginiamo una scala da 1 a 10, in cui 1 corrisponde al socialismo e 10 al liberalismo. A questo punto noteremo come i principali partiti, di destra o sinistra, tendano ad essere più socialisti che liberali. Qualche promessa liberale non manca, ma se la maggior parte sono proposte socialiste, è facile capire quale sia la tendenza. Questo problema vale, ovviamente, nei partiti dichiaratamente socialisti, ma anche nei partiti che non si dichiarano tali.

In realtà in pochi sappiamo cosa sia il liberalismo, ma nemmeno il socialismo. Su quest’ultimo, molte persone ne conoscono gli orrori nel corso della storia, ma non si può dire altrettanto sull’idea economico-politica.
La causa principale di questa situazione è il troppo Governo ottenuto dai partiti nei decenni successivi al secondo dopoguerra. La drammatica crisi degli anni quaranta-cinquanta e la conseguente competizione tra i partiti nell’offrire livelli sempre più alti di benessere, aveva diffuso la convinzione che il governo fosse in grado di fare qualsiasi cosa e aveva offerto ai socialisti l’opportunità di estendere massicciamente l’intervento statale.
Tutto ciò provocava nelle persone la sensazione di avere scarsa voce in capitolo riguardo alla vita propria e alla propria famiglia. I movimenti comunisti e socialisti ritenevano che la soluzione fosse la creazione di strutture che permettessero una maggiore partecipazione democratica alle decisioni politiche. Perciò la politica si stava insinuando in un numero esorbitante di decisioni che propriamente erano al di fuori del suo ambito. Una vera e propria ossessione politica per le dimensioni. Era ormai diffusa la convinzione che lo Stato avesse il compito di offrire un lavoro a tutti.

In contemporanea, nonostante la presenza del Partito Liberale Italiano, il liberalismo in Italia viveva un forte declino culturale. Nemmeno la deriva liberista negli anni ottanta avviata dalla Thatcher e da Reagan riuscì a fermarlo o limitarlo.

La situazione attuale è molto semplice. Manca una vera opposizione liberale politica e culturale di massa e i movimenti liberali presenti in Italia, spesso e volentieri, sono costretti ad alleanze con altri movimenti con idee politiche notevolmente diverse. L’obiettivo è quello di provare ad entrare in Parlamento per poi, successivamente, dare libero sfogo alle proprie idee. Sembra facile, ma non è altrettanto facile che gli elettori comprendano questa strategia. Da una parte aumentano le probabilità di entrare in Parlamento grazie alla somma dei voti, ma dall’altra si perdono i voti del cosiddetto elettorato di nicchia.

In poche parole, siamo così poco influenti che dobbiamo sottostare alle regole di coloro che sono più forti, elettoralmente parlando. Queste persone sono sovente più vicine al socialismo dei movimenti dichiaratamente socialisti.
Per concludere, i movimenti liberali non devono andare sempre in cerca di “compromessi”, ma ritengo che debbano investire maggiormente sulle idee liberali sforzandosi di farle conoscere alle masse.

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