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Conoscere Ricossa: Lo Stra-Borghese (1^ Parte)

In Economia, Sociologia

Lo Stra-Borghese è un libro (o libriccino) pubblicato nel 1980 e ripubblicato nel 2013 (Istituto Bruno Leoni Libri) di Sergio Ricossa, economista e saggista italiano, molto impegnato nell’attività di divulgazione delle idee liberali.

Attraverso la prefazione di Alberto Mingardi, possiamo notare come lo Stra-Borghese sia un libriccino utile per far capire la società di mercato in cui viviamo. Questa società è costituita da borghesi, l’uomo dell’oggi, che sarà descritto chiaramente nei vari capitoli.

Capitolo 1 – Borghesia: parolaccia da non pronunciare?
Ricossa inizia con una citazione di Luigi Einaudi:

E’ tale la confusione indicibile sulle idee venute fuori intorno alla parola “borghesia”, da rendere necessario di escluderla dal novero di quelle adoperate dalle persone decise a non imbrogliare il prossimo

Il primo capitolo è molto breve, ma nelle poche righe Ricossa esprime chiaramente il suo disagio nei confronti di coloro che vogliono oscurare questa parola, poiché ritiene che sia un “piacere” nei confronti dei nemici della borghesia e una resa nei confronti dei corruttori del linguaggio. Quest’ultimi hanno distorto il senso della parola “borghesia”, non permettendo ad un mondo pieno di borghesi di non sapere di esserlo.
A fine capitolo, Ricossa scrive:

Questo libro vuole essere uno strumento del genere, modesto, incompleto, ma spero sufficiente per spostare l’argomento dal turpiloquio politico alla conversazione civile

Capitolo 2 – Perché è inutile ammazzare i borghesi

Ogni discorso sulla borghesia incappa fin dal principio nella difficoltà di non sapere mai bene chi siano i borghesi

Sergio Ricossa insiste sul fatto che sulla Borghesia ci sia molta confusione, soprattutto se viene considerata una classe sociale. Egli ritiene che sia un tipo umano, un carattere.

Il carattere borghese, come ogni altro carattere, è in parte innato e in parte coltivato

Per l’economista, non è una questione di soldi o posizione sociale, poiché il mezzo borghese può nascere in una famiglia contadina od operaia, così come in una famiglia nobiliare, quindi in una famiglia povera come in una famiglia ricca. Quindi i borghesi possono nascere ovunque.
Prova a descrivere sommariamente il carattere borghese:

Il carattere è umano, dunque imperfetto e mutevole nella specificazione individuale. E’ una disposizione, che si applica variamente: si applica con virtù o con vizio

Capitolo 3 – Come riconoscere un borghese a prima vita (o quasi)

Il borghese è essenzialmente chi vuole farsi da sé. I tratti per riconoscerlo sono l’individualismo, lo spirito di indipendenza, l’anticonformismo, l’orgoglio e l’ambizione, la volontà di emergere, la tenacia, la voglia di competere, il senso critico, il gusto della vita. Sconfina nell’eccentrico, nell’avventuriero, o egualmente bene nel martire, eccezionalmente.

In questo capitolo, Ricossa descrive l’Uomo Borghese.

Il borghese non accetta le caste, ma neanche l’egualitarismo. […] Conta quello che si fa della propria vita. Il borghese crede nella gerarchia, non nelle classi sociali: la sua gerarchia è individuale. Non sente la solidarietà di classe, perché anzi è abituato alla concorrenza coi suoi pari. Sente poco la solidarietà in generale,perché pensa se egli si fa da sé, senza aiuti, tutti debbano farsi da sé.

L’uomo borghese è una persona che pensa ai suoi successi e a suoi fallimenti, non tanto su quelli altrui. Quindi si fonda sulla responsabilità individuale, sulla colpa individuale e sulla punizione individuale. Preferisce il lavoro indipendente al lavoro subordinato. La borghesia odia però che si sprechi anche solo una briciola nella fase dell’accumulazione e questo in nome dell’efficienza. Il borghese crede che il mondo sia sempre da cambiare, da migliorare, soprattutto su scala individuale. Egli inventa il mercato e ha fede solo su stesso.

Capitolo IV – Come distinguere un borghese da un collettivista

Qual è il contrario di Borghese? Per Ricossa è il collettivista. Vorrebbe rispondere un socialista, un comunista, un fascista, ma pur essendo consapevole che quasi tutti lo siano, non tutti sono antiborghesi. Per quanto riguarda i liberali, per Ricossa esistono due tradizioni, quella borghese e quella antiborghese. Quella borghese sarebbe “britannica” (vedi Adam Smith o Hume) e quella antiborghese sarebbe “francese” (vedi Rousseau). Però non nasconde che in Gran Bretagna ci sia confusione, ammettendo che i Liberal Party siano poco borghesi rispetto al Conservative Party.

Per capire se una persona sia borghese o antiborghese, Ricossa consiglia la lettura dell’Opera di Rousseau Il Contratto Sociale. Se leggendolo ci viene l’orticaria o il convulso, probabilmente siamo dei liberali borghesi, oppure se siamo d’accordo, siamo dei liberali antiborghesi.
Da considerare un liberale borghese è Luigi Einaudi che scrisse in riferimento al pensiero di Rousseau.

Non il voto dei cittadini, ma il riconoscimento degli dèi afferma la volontà generale. Rousseau forse non prevedeva che la sua dottrina sarebbe stata feconda di effetti tanto gravi. A decine gli dèi sono comparsi e hanno assunto l’ufficio di guide di popoli (riferendosi a Hitler, Robespierre, Marx, ndr)

Per Ricossa è opportuno diffidare delle classificazioni basate sui partiti, sulle rozze etichette di “destra” e “sinistra”, in quanto l’ideologia tende a non far capire ad una persona se abbia un carattere borghese o collettivista. E’ un errore che ci facciano credere che praticare la borghesia vuol dire praticare l’egoismo tanto quanto praticare il collettivismo voglia dire praticare l’altruismo, poiché tutti cercano il successo, ma con mezzi diversi, con avidità diverse. Come diceva lo stesso Ricossa:

L’avidità borghese preferisce gli strumenti privati; l’avidità collettivista, quelli pubblici o politici. La prima fa leva sulla produzione di nuova ricchezza, la seconda è più interessata al trasferimento di vecchia ricchezza in nuove mani. Il borghese giustifica la sua avidità col merito individuale, il collettivista deve inventare un merito collettivo. […]

In primo luogo, descrive i collettivisti.

Per il collettivista, all’interno della collettività tutti gli individui sono eguali o devono diventarlo. Fra essi deve cessare la concorrenza e formarsi la solidarietà. Per la morale collettivistica, il borghese è dunque un estraneo, un asociale, un “alienato”, tendenzialmente un criminale: è un pericolo pubblico. […] Mentre l’ideale borghese è una società di individui variati il più possibili, l’ideale collettivista è una società “unitaria” di individui simili il più possibile.

Ricossa riscontra un contrasto sulla visione della democrazia.

Per il borghese, la democrazia è un espediente al quale ricorrere solo quando non c’è di meglio, cioè solo quando è impossibile che ciascuno faccia quel che vuole senza danneggiare gli altri […]. Per il collettivista, la democrazia è ancor sempre un espediente, ma per la ragione opposta, ossia perché tollera il dissenso […]. Gli piace l'”assemblea” intesa come un corpo che non decide finché non è unanime, ed escogita mezzi di persuasione per farlo diventare unanime a ogni costo. Tuttavia, la perfezione resta per lui la “volontà generale”, che non si accerta votando, bensì aleggia a disposizione di chi sappia captarla.

Tra il borghese e il collettivista, cambia anche la visione sullo Stato.

Se per il borghese lo stato è nient’altro che una finzione giuridica, per il collettivista è una esistenza superiore. Lo Stato collettivistico è sopra gli individui, è uno Stato etico […]. Se per il borghese lo Stato va ridotto al minimo, e le sue leggi devono limitarsi a dare una forma ai rapporti fra gli individui, affinché tutti possano fare quel che vogliono senza vogliono senza ledere la libertà altrui; per il collettivista lo Stato dà anche il contenuto di quei rapporti, e quindi lo Stato è da allargare il più possibile.

In conclusione del capitolo, esprime un’altra distinzione borghese-collettivista in riferimento ai partiti politici.

I partiti politici sono più importanti per il collettivista che non per il borghese. Il collettivista ne vorrebbe uno solo, ma onnipotente e inestinguibile. Per il borghese ne vanno egualmente, sul piano teorico, due o infiniti, purché siano tutti moderati […].

 

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