Il protezionismo è nemico dell’Industria [Discorso di Cavour]

In Storia

Quando si fece la riforma del 1851, molti onorevoli e benemeriti industriali vennero a me per cercare di convincermi che se la riduzione [ndr: dei dazi] venisse approvata dal Parlamento, tutte le fabbriche si chiuderebbero.

E mi ricordo che uno di quei signori, che non nominerò, mi disse: ebbene, l’anno venturo ci vedrà in piazza Castello con sei o settemila operai a domandare il pane.

Io espressi un vivissimo dolore di questa eventualità, ma siccome credevo fermamente che s’ingannasse, non m’arrestai.

Si fece la tariffa. Otto mesi dopo mi annunciano quello stesso industriale, ed immaginai a tutta prima che fosse seguito da seimila operai; ma era solo.

Ei s’avanza e mi dice -scusate la parola un po’ volgare-, mi dice: io era un gran minchione, Lei aveva tutte le ragioni; fatta la riforma mi sono detto due cose: o chiudere la fabbrica o migliorarla; presi il secondo partito, andai in Inghilterra e vidi che ella aveva ragione, che noi eravamo indietro ancora di venti e più anno; mutai tutti i miei meccanismi e tutto procede bene.

Alcuni anni dopo, passando nel paese dove questa fabbrica è stabilita, ebbi il piacere di vedere una fabbrica che, a parer mio, può essere annoverata fra le prime di questo paese.

Prenderò a considerare una sola industria, quella delle sete.
L’Italia meridionale produce molte sete, e sete piuttosto di qualità reputate; eppure tutta la seta greggia va a farsi lavorare altrove, parte in Lombardia e in Piemonte, parte in Francia ed Inghilterra. Quale ne è il motivo? Perché non vi sono sufficienti capitali e tendenze industriali onde creare nell’Italia meridionale degli edifizi per filare e torcere la seta.

La conseguenza del sistema protettore è di spingere i capitali e gli industriali nelle industrie protette, quella della libertà è di spingerli invece nelle industrie naturali al paese. Quindi io credo che, se la riduzione avesse per avventura per effetto di menomare in Napoli l’industria dei panni (ciò che non credo), per compenso accrescerebbe l’industria della seta.

La miglior prova, del resto, per sapere se questa riforma fu fatta opportunamente è di esaminare le conseguenze della medesima. Questa riforma fu fatta nel mese di settembre scorso, cioè nove mesi or sono. Non mi ricordo se nel primo momento eccitò qualche lagnanza, ma il fatto sta che quindici giorni dopo più nessuno ne parlò, più nessuno di questi industriali se ne rammaricò. Ora, ad un tratto, quando questa legge viene in discussione, si presentano a voi questi industriali e dicono: se voi la sancite siamo rovinati. Ma in questi nove mesi, io chiedo loro: avete voi perduto molto? Signori, sarei ben contento, per la mia fortuna, di avere una piccola porzione dei profitti che questi industriali hanno raccolti in questi pochi mesi!

Finalmente io credo che per favorire l’industria (ed in questa parte l’onorevole Sella potrà fare molto più di me), si conviene di favorire l’istruzione professionale non solo nelle alte, ma nelle basse sfere degli operai. Noi difettiamo ancora di buoni capimastri nelle nostre fabbriche; s’incontrano assai difficoltà onde procacciarsi dei meccanici ingegneri, quelli che gl’Inglesi dicono engineers, che sono meccanici un po’ distinti, e per avere questa classe di capimastri artieri è necessario che vi siano alcune scuole tecniche, dove gli operai, non quelli vestiti di panno fino, ma i veri operai che hanno un ingegno naturale acquistino quelle cognizioni che sono necessarie per diventare buoni capi d’arte, buoni capimastri.

Io credo d’aver fatto il possibile onde alcune di queste scuole fossero attivate; se il mio onorevole collega ministro dell’istruzione pubblica, coadiuvato dall’onorevole deputato Sella, può far sorgere di queste scuole in varii punti dello Stato, avrà reso all’industria un ben altro servigio che non sarebbe l’aumento dell’uno o del due per cento sui dazi protettori.

27 Maggio 1861

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