Conoscere Ricossa: Lo Stra-Borghese (2^ Parte)

In Economia, Sociologia

Settimana scorsa ho parlato dei primi capitoli del libriccino di Sergio Ricossa, economista e saggista italiano.

Capitolo 5 – Esercizio per stabilire chi è borghese: Garibaldi

In questo capitolo e in quello successivo, Sergio Ricossa prova a mettere alla prova la conoscenza su chi sia un borghese o no. Nel quinto riporta un esempio di chi sia un borghese, indicando Giuseppe Garibaldi (1807-1882). Nonostante sia stato il simbolo dei comunisti collettivisti, nelle elezioni del 1948, per l’economista si tratta di un equivoco.

Garibaldi non era “amico del popolo”, non disprezzava l’imprenditore privato, il commerciante. Disprezzava solo i magnati o comunque gli uomini del privilegio.
Il vecchio garibaldino rimproverava i socialisti per il loro scarso patriottismo. A tal proposito, Ricossa dice qualche parola sul rapporto tra borghesia e patriottismo.

Nel Risorgimento era evidente che il patriottismo va inteso come affrancamento dallo straniero, per desiderio di essere cittadini indipendenti, per garanzia di libertà individuale. Poi venne confondendosi col nazionalismo, che non è più borghese e lo è assai meno, giacché santifica un corpo collettivo come la nazione a scapito dell’individuo […]. Il borghese non prova alcuna consolazione nel sapersi oppresso da un connazionale anziché dallo straniero, caso mai si indigna maggiormente.

Capitolo 6 – Esercizi per stabilire chi non è borghese: Napoleone

Ricossa è abbastanza chiaro.

[…] dimenticava l’individuo e considerava solo la massa, da buon collettivista. Allora gli uomini erano meri numeri da addizionare e sottrarre, moltiplicare e dividere. Morivano i singoli francesi, ma la nazione, la Francia stava meglio. Diceva, esaltandosi: “[…] Ho solo un amante, e questa è la Francia.

Inoltre, in riferimento alle politiche economiche, Ricossa prosegue.

In Economia è dirigista, pianificatore. […] La famiglia e la proprietà sono istituzioni valide finché utili a lui.

Capitolo 7 – Perché sulla borghesia si è scritto troppo e non abbastanza

In questo capitolo, Sergio Ricossa ammette che sulla borghesia sia stato detto troppo, ma ritiene che non sia abbastanza, poiché riscontra troppa confusione da parte di coloro – prendendo come “bersaglio” Werner Sombart (1863-1941),  economista e sociologo tedesco, capo corrente della nuova scuola storica tedesca – che lo hanno descritto. In particolare, queste sono le sue parole.

La confusione nasce dal ragionare per categorie professionali anziché per caratteri umani. Le categorie vanno bene solo per gli uffici di collocamento. E’ vero che il carattere influisce sulla scelta della professione, ma insieme a mille altre cause, e più ancora influisce su come la professione viene esercitata: sullo stile. Organizzatore può essere sia il burocrate sia l’industriale intraprendente, che sta agli antipodi del burocrate. In apparenza, il mestiere di imprenditore si oppone a quello di operaio, come vede Sombart; […] quanti piccoli imprenditori vengono dagli operai…

Poi prende come “bersaglio” Giacomo Leopardi (1798-1837), poeta, filosofo, scrittore, filologo e glottologo italiano.

“Ha già detto tutto Leopardi”: questo, sì, l’accetto. Ma non è diffusa l’abitudine di andarlo a leggere per trovarvi un trattato sulla borghesia. Il trattato c’è, ma sparso qua e là nelle sue pagine, a volte dove meno lo si aspetta […]. Fermiamo l’attenzione su questo suo brano, per esempio: “Bisogna distinguere tra egoismo e amor proprio […]. L’egoismo è quando l”uomo ripone il suo amor proprio in non pensare che a sé stesso, non operare che per sé stesso immediatamente, rigettando l’operare per altrui […]. Il sacrifizio di sé stesso e dell’amor proprio, qualunque sia questo sacrifizio, non potendo esser fatto (come niun’altra opera umana” se non dall’amor proprio medesimo, […]ha bisogno di una grandissima e straordinaria forza e abbondanza di amor proprio. Quindi è che dove maggiormente abbonda l’amor proprio, e dov’egli ha maggior forza, quivi più frequenti e maggiori siano i sacrifizi di sé stesso, la compassione, l’abito, l’inclinazione e gli atti di beneficenza”.

Capitolo 8 – A che serve la borghesia

Nell’ottavo capitolo, Ricossa esordisce in questo modo.

Ogni uomo, compreso l’uomo borghese, non è libero e non è felice se non ha mezzo di estrinsecare il suo carattere. Dunque, la borghesia serve al borghese innanzi tutto, e non è poco. Chi voglia davvero farsi da sé, in ciò è inevitabile che scorga quasi tutto il gusto della vita.

Particolare è la seguente frase.

Non sarebbe un gran male se i collettivisti si limitassero a espropriare i ricchi borghesi, che, appunto per esser ricchi, borghesi lo sono generalmente poco o nulla. Il male peggiore è se i collettivisti espropriano innumerevoli giovani di modesta e modestissima origine, li espropriano della speranza di poter un giorno esclamare con orgoglio: “Ecco la mia ricchezza spirituale e materiale, interamente frutto del mio ingegno, della mia intraprendenza, della mia volontà, della mia scelta”.

Ricossa spiega che l’economia borghese, per quanto sia fondata sul risparmio volontario, sia finita nel “consumismo”. Quindi non condanna il lusso per moralismo, ma quando scade nel cattivo gusto. Il vero problema è che se il borghese è libero di spendere i soldi come meglio ritiene per sé stesso, il collettivista pretende di limitare alle persone la libertà di spesa, perché pretende di sapere quali siano i bisogni di ciascuna famiglia. Straordinaria – direi – la seguente frase.

Il collettivista, per quanto austero egli sia, non è contro i consumi in generale: è solo contro i consumi privati, ma è per i consumi pubblici, quelli decisi da lui, dai politici collettivisti come lui.

In generale, in questo capitolo, l’economista italiano insiste sul fatto che il borghese non deve nuocere agli altri, ma non deve essere nemmeno limitato a vita, ribadendo che sia una scelta che “non conviene agli altri”.
Come testimonia l’ultima frase del capitolo.

Per studiare la borghesia non basta girare per fabbriche, magazzini e uffici: bisogna pure andare al ristorante, nel salone da ballo, in gita, passeggiare nel giardino della vita. La letteratura epica o di corte è pomposamente stucchevole, il romanzo borghese è divertimento, è vita vera, non finzione indorata.

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