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Stefano Parisi è liberale? [Intervista al personaggio]

In Politica

Abbiamo incontrato Stefano Parisi, candidato alla Presidenza della regione Lazio per il centrodestra e gli abbiamo posto alcune domande sul liberalismo e su come si possa conciliare il pensiero liberale con il governo del territorio.

– Buonasera Stefano, innanzitutto: sei un liberale?

Il Liberalismo popolare è il mio imperativo morale e politico. Rimettere al centro le persone e le comunità è l’unico modo per  liberare le energie in ogni ambito della vita. Da quando si è allargato il suffragio, i liberali hanno cominciato a perdere consensi e sono diventati testimoni di politiche che hanno compresso le sfere delle libertà. Però gli italiani sono più liberali di quanto possiamo immaginare. Erroneamente, nel tempo il liberalismo è stato associato alle élite, come se fosse un sistema di idee alla difesa dei loro interessi. Ma non è così. Il liberalismo parla prima di tutto al popolo. Per la Regione Lazio proponiamo infatti un programma ambizioso che punta a combattere la morsa soffocante delle troppe tasse e della burocrazia nell’interesse primario dei cittadini. Vogliamo uscire dall’immobilismo e dare la possibilità di immaginare un futuro diverso per tutti.

– Un amministratore pubblico di una regione importante come il Lazio, di stampo liberale, cosa farebbe di differente rispetto al tipico candidato di estrazione differente?

La Regione si deve trasformare in un ente più leggero, di programmazione. Non deve più gestire direttamente i servizi pubblici, ma deve garantire i diritti e controllare che questi siano liberi di essere esercitati. Nel mio modello chi eroga i servizi deve essere il più vicino possibile ai cittadini. Penso ai Comuni, che conoscono le esigenze particolari del territorio, alle Province e alle organizzazioni, a fine di lucro e non. Per noi l’importante è che i diritti non rimangano sulla carta, che le risorse vengano spese in maniera efficiente, che i bisogni vengano soddisfatti. Lo Stato, storicamente, si è dimostrato meno efficiente. La Regione che immagino deve lasciare più spazio alle energie inespresse della società.

– La sanità è una delle competenze più importanti delle Regioni, qual è la sua proposta per l’ottimizzazione di questo servizio pubblico, importantissimo e molto costoso?

È costoso, ma le dirò che la sanità nel Lazio costa molto di più che in Lombardia in termini pro capite. Le persone preferiscono però andare a Milano o a Bologna per curarsi, non vengono più da noi. La scarsa qualità, dunque, non è un problema di mancanza di risorse, ma di come queste vengono gestite. Bisogna cambiare l’organizzazione e la mentalità di chi lavora nel servizio sanitario. Dobbiamo costituire presidi ambulatoriali aperti 24 ore su 24 per il trattamento dei casi lievi, così liberare fondi per gli investimenti in macchinari e personale. Zingaretti ha scelto la via più comoda per tentare di risanare la sanità, ha solo tagliato. Oggi si possono aspettare anche 300 giorni per una semplice Tac.

– Il Lazio è il fanalino di coda (o quasi) su molti fronti, tra cui la produzione manifatturiera. Quali sono le tue proposte, tenendo conto inoltre dell’avvento imminente della manifattura 4.0?

L’industria 4.0 è già una realtà, noi purtroppo non stiamo cogliendo questa sfida come dovremmo. Nel Lazio ci sono tante imprese che, nonostante tutto, riescono a sopravvivere e a fare bene. Ma l’obiettivo non può essere quello di tirare a campare, bisogna generare ricchezza e posti di lavoro. La regione ha una grande carenza di infrastrutture fisiche e tecnologiche. Dobbiamo dare il via a un grande piano di opere per collegare tutti i capoluoghi di provincia, oggi lontanissimi tra loro, e per potenziare i porti e le ferrovie, così che le merci possano raggiungere agevolmente i mercati. Bisognerà, in tutti i modi, spingere perché le imprese e i distretti industriali siano raggiunti dalla banda larga. Da questo dipende la produttività del territorio e il benessere delle persone. È una partita che non possiamo perdere.

– Parliamo ora di ricerca e sviluppo, cosa credi che manchi in Italia, e nella regione in cui sei candidato, per dare una prospettiva di rafforzamento in questo ambito?

Il Lazio ha ottime Università, occorre creare strumenti e reti di collegamento con il mondo dell’impresa. È in questo modo che si massimizza il valore delle idee, con la loro applicazione nella vita reale. Nel Lazio abbiamo una cultura industriale ora repressa, sto pensando al distretto di Frosinone, che è stato affossato dall’insipienza di politici senza visione e dalla loro paura di cambiare. Lo Stato, com’è oggi, pone ostacoli che non tutti possono superare, e così ci troviamo nelle condizioni in cui siamo. I soldi in formazione vengono utilizzati per finanziare il processo senza tenere conto dei risultati che effettivamente raggiungono. Io pagherò gli enti e le associazioni a risultato. Quello che però è importante è avere un disegno.

– Cavour sosteneva che per far ripartire l’economia si dovesse partire dalla logistica. Vista la competenza delle Regioni in ambito trasporti, quali sono le misure da attuare per rendere il Lazio un fulcro economico importante nel panorama italiano ed europeo?

Come ho detto dobbiamo lanciare un grande piano di investimenti in infrastrutture. Dai tempi di Cavour le cose però sono cambiate. Lui guardava alla Mitteleuropa, noi, con le capacità di trasporto che abbiamo adesso, possiamo guardare al mondo intero. Abbiamo uno dei più grandi mercati ortofrutticoli del continente, a Fondi. Proviamo a immaginare se fosse ben collegato con il porto di Gaeta, o se ci fosse la Roma-Latina-Civitavecchia, quanto i nostri prodotti agricoli potrebbero prendere il largo e conquistare nuovi mercati. Dobbiamo anche sfruttare i fondi europei fino all’ultimo centesimo, per grandi progetti, e non disperderli in mille rivoli come facciamo oggi. Dei piani di sviluppo rurale, 780 milioni nel settennio 2014-2020, Zingaretti non è riuscito a fare neanche un bando. Il Lazio ha grandissime potenzialità, può diventare una regione gioiello facendo quello che si deve con serietà e passione.

– Passiamo a una domanda non proprio attinente con la tua candidatura. Quale sarebbe il tuo modello di Europa ideale?

Un’Europa che faccia sentire sicuri gli europei, che abbia una politica estera e di difesa comune, ma che lasci libere le identità nazionali di sviluppare appieno le proprie energie economiche, sociali e culturali. La necessità di cambiare, però, non deve costituire un alibi per noi. Non è questione di fare i compiti a casa: con una classe politica all’altezza non ne avremmo mai sentito parlare. Noi dobbiamo mettere a posto quelle che sono le nostre criticità, non perché ce lo dice l’Europa, ma perché è quello che si deve fare.

– Concludiamo con una domanda ardua e più complessa di quello che possa apparire. Chi butteresti giù dalla rupe Tarpea (si fa per scherzare) tra Hayek e Keynes?

Non uccidiamo nessuno dei due. A me sembra che tutti quelli che si definiscono keynesiani, oggi, lo fanno semplicemente per giustificare la possibilità di andare in deficit. Quando Keynes scrisse la sua Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, il livello medio di indebitamento degli Stati era prossimo al 20%. Non credo che oggi Keynes spingerebbe per un grande programma di investimenti pubblici in deficit. Hayek poi ci ha insegnato che quello che più conta non è la conoscenza, ma l’ignoranza. Noi saremo saggi se dimostreremo di sapere di non poter prevedere quello che sapremo domani. Il mondo è in continua evoluzione e le strutture decisionali sono tarate su un avanzamento della frontiera della conoscenza molto lento rispetto alle dinamiche odierne. Le persone, gli individui, conoscono meglio di chiunque altro quelle che Hayek definiva come le circostanze di luogo e di tempo. Le persone sanno quali sono i propri bisogni. Dobbiamo lasciare gli individui più liberi nella difficile impresa di soddisfarli. Oggi lo Stato li intralcia, la Regione come la immagino io, sarà al loro fianco.

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