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Trump, i dazi e l’attentato alla globalizzazione

In Attualità, Economia, Geopolitica

Due giorni fa, l’8 marzo, il presidente Trump ha firmato il decreto presidenziale al fine di introdurre dazi sul commercio di acciaio e alluminio importato, rispettivamente del 25% e del 10%, attentando di fatto al commercio mondiale e al processo di globalizzazione.

Oltretutto, la Casa Bianca ha fatto questa scelta aggirando le regole del WTO (World Trade Organization), organizzazione nata appositamente per risolvere eventuali dispute o regolare il commercio mondiale in un sistema di libera circolazione, ma di concorrenza leale, in un contesto di multilateralità degli accordi.

Lo stesso establishment repubblicano non ha mai fatto mistero della propria perplessità al riguardo e ha cercato in qualche modo di opporsi alla decisione del presidente, invano, arrivando alle dimissioni di Gary Cohn, Direttore del National Economic Council, considerato una delle voci più influenti all’interno del Gabinetto di Trump, ma evidentemente non abbastanza da impedire il varo dei dazi.

I mercati azionari, che già scontavano i timori di un rialzo dei tassi d’interesse da parte della Fed, hanno reagito prontamente e male, vedendo attuata la decisione che più danneggerebbe il mercato mondiale e le prospettive future di crescita e prosperità.

L’Unione Europea ha già avvisato la Casa Bianca (che ha già parzialmente ritrattato, prevedendo una certa “flessibilità” verso i paesi amici) che se i dazi colpiranno anche l’Europa sono già pronte misure di ritorsione contro gli Stati Uniti (primi fra tutti i formaggi del Wisconsin e il bourbon del Kentucky, non a caso i collegi elettorali di Mitch McConnell e Paul Ryan, rispettivamente leader della maggioranza repubblicana in Senato e Speaker della Camera dei Rappresentanti), ricordando inoltre che la politica commerciale è di competenza comunitaria e che non possono essere fatti sconti a singoli paesi membri interni all’UE, paventando una vera e propria guerra commerciale fra America ed Europa.

Ma non solo, quello che non bisogna mai dimenticare è che il commercio mondiale è un sistema a vasi comunicanti e quello che non si riesce più a vendere in un mercato verrà dirottato negli altri mercati. Le esportazioni che non riescono più ad entrare negli Stati Uniti saranno dirottate, verosimilmente, sul mercato europeo, che si ritroverà invaso da questi prodotti. E di nuovo l’Unione Europea ha già annunciato misure di salvaguardia per evitare di essere invasa da acciaio e alluminio che dovevano essere esportati in America, danneggiando i produttori europei.

Ora, un paio di considerazioni:

  • La misura avrà effetti a cascata non lievi, considerando che negli Usa ci sono circa 6,5 milioni di persone che lavorano in settori che impiegano acciaio ed alluminio, contro soli 80 mila occupati nell’acciaio, e la sostituzione di produzioni importate con quelle domestiche causerà comunque aggravi di costi.
  • I sostenitori del protezionismo domestico, che ritengono giusta l’imposizione di dazi, dovrebbero ricordare che
    • proprio per la storia dei vasi comunicanti di cui sopra, una politica protezionistica causerà una riduzione della produzione e un aumento dei prezzi
    • l’Italia è un paese esportatore netto, cioè, a differenza degli USA, esportiamo più di quanto importiamo, e che le esportazioni sono ciò che hanno tenuto in piedi questo paese negli ultimi anni. L’imposizione di dazi da parte degli Stati Uniti, e le conseguenti ritorsioni europee, colpiranno l’Italia in modo particolare, rischiando di darci la spallata definitiva che ci manderà gambe all’aria.
    • La “nostra” Fiat Chrysler da circa tre anni tiene in piedi la nostra produzione industriale e il nostro Pil grazie a produzioni destinate all’export, non certo solo al nostro ormai striminzito mercato domestico. Da dazi sull’acciaio, l’Italia è quindi uno tra i paesi che avrebbero più da perdere perché FCA, se dovesse subire aumenti di costo sul nostro mercato, potrebbe comunque rilocalizzare le produzioni fuori dall’Italia. Ma se anche non si arrivasse a tanto, il protezionismo produrrà un effetto certo: minori volumi e maggiori prezzi, che riducono la domanda.
  • A coloro che dicono: “anche noi abbiamo i dazi anti-dumping contro la Cina”, è opportuno ricordare che essi sono per l’appunto “anti-dumping”, cioè hanno un preciso scopo e sono stati implementati in osservanza delle regole del WTO, cosa che Trump invece non sta facendo.

In definitiva, è opinione di chi scrive, ma non solo, che una guerra commerciale e l’imposizione di politiche protezionistiche siano un danno per tutti, Stati Uniti compresi, e che nel lungo periodo andranno a impoverire e danneggiare proprio coloro che si sarebbe voluto proteggere con essi.

La protezione degli interessi nazionali, non si fa attraverso una guerra commerciale, ma giocando secondo le regole del mercato e della leale concorrenza, investendo e innovando costantemente prodotti e processi. Speriamo che l’amministrazione americana e la politica italiana lo capiscano e alla svelta, poiché la storia ci insegna che le guerre per il commercio sono state molto spesso il preludio a qualcosa di più terribile.

Come cita il detto: “Dove circolano le merci, non circolano i carri armati”.

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