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Il più grande ostacolo allo sviluppo umano: l’intervento dello Stato (W. von Humboldt)

In Attualità

Il seguente testo viene da “I Limiti dell’Azione Statale” di Humboldt del 1792, quando ancora il Socialismo Marxista non c’era, eppure -sorprendentemente- i liberali già combattevano le forze stataliste che volevano sottomettere il cittadino al volere dei governanti:

Qualsiasi interferenza statale negli affari privati, non implicando necessariamente la violenza a danno dei diritti individuali, dovrebbe essere assolutamente condannata.

Uno Stato, quindi, progetta sia per promuovere la felicità, sia semplicemente per prevenire il male; e in quest’ultimo caso, il male è quello che sorge da cause naturali, o ciò che scaturisce dal disprezzo dell’uomo per i diritti del suo prossimo.

Ad esempio, può adoperarsi per ottenere immediatamente questi risultati, sia con l’aiuto della coercizione sia con gli incentivi dell’esempio e dell’esortazione; oppure può combinare tutte queste fonti di influenza nel tentativo di plasmare la vita esteriore del cittadino in accordo con i suoi fini; o, infine, può tentare di esercitare un’influenza sui suoi pensieri e sentimenti, in modo da portare le sue inclinazioni, anche, in conformità con i desideri dello Stato.

Sotto tale sistema, non abbiamo tanti singoli membri di una nazione che vivono uniti nei vincoli di un contratto sociale; ma soggetti isolati vivono in una relazione con lo Stato, o piuttosto con lo spirito che prevale nel suo governo, una relazione in cui l’indebita preponderanza dell’elemento dello Stato tende già a ostacolare il libero gioco delle energie individuali.

Le cause simili producono effetti simili; e quindi, in proporzione al crescere della misura e della cooperazione statale, una comune rassomiglianza si diffonde, non solo attraverso tutti gli agenti a cui è applicata, ma attraverso tutti i risultati della loro attività. [nota: ecco l’uguaglianza sostanziale!]

E questo è il disegno che gli Stati hanno in mente. Non desiderano nient’altro che conforto, agio, staticità; e queste caratteristiche sono prontamente assicurate nella misura in cui non vi è alcun conflitto di individualità.
Ma quello a cui le energie dell’uomo lo spingono sempre e verso cui deve incessantemente dirigere i suoi sforzi, è l’opposto di questa inerzia e uniformità, – è varietà e attività.

L’uomo che frequentemente sottomette la condotta delle sue azioni a guida e controllo stranieri, diventa gradualmente disposto a un sacrificio volontario della poca spontaneità che rimane in lui. Si immagina liberato da un’ansia che vede trasferita ad altre mani, e sembra a se stesso fare abbastanza quando cerca la loro guida, e segue il corso a cui lo dirige.

Così, le sue nozioni di giusto e sbagliato, di lode e di biasimo, si confondono. L’idea di essere primo non lo ispira più; e la dolorosa coscienza dell’ultimo lo assale meno frequentemente e violentemente, dal momento che può facilmente attribuire i suoi difetti alla sua peculiare posizione, e lasciarli alla responsabilità di coloro che li hanno forgiato per lui.

Se aggiungiamo a questo che non può, forse, considerare i disegni dello Stato come perfettamente puri nei loro oggetti o nell’esecuzione, egli ora si concepisce non solo libero da ogni responsabilità che lo Stato non gli ha imposto espressamente, ma allo stesso tempo scagionato da ogni sforzo personale per migliorare la propria condizione; e si restringe anche da un tale sforzo, come se fosse probabile che possa aprire a nuove opportunità, di cui lo Stato potrebbe trarre vantaggio.

 

 

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