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Conoscere la Scuola austriaca: i principi chiave dell’economia austriaca (parte 2 di 15)

In Economia, Storia

Conoscere la Scuola austriaca: i principi chiave dell’economia austriaca

⦁ Le decisioni dalle cui derivano tutti i fenomeni economici sono sempre e solo personali e imprevedibili.
⦁ Il valore che viene attribuito alle cose non è intrinseco, ma risiede unicamente nella mente degli individui. Gli scambi si realizzano e i prezzi si formano perché le persone valutano le cose in modo differente. I mercati indirizzano i beni verso i loro impieghi più utili e benefici. La proprietà privata è fondamentale per raggiungere i migliori risultati in economia.
⦁ Gli interventi statali e gli errori della politica (ad esempio l’inflazione) intralciano i processi del mercato e producono invariabilmente risultati perversi.

I fondamenti dell’economia

Innanzitutto, l’economia è centrata sugli individui e sulla nozione di scelta. Non potendo ottenere tutto ciò che desideriamo, siamo costretti a scegliere solo quello che per noi è più importante. Siamo continuamente chiamati a cedere qualcosa in cambio di qualcos’altro. Tutte queste sono decisioni di tipo economico (e lo sono anche se non entra in gioco la moneta). Esse sono relative al modo in cui ci destreggiamo tra risorse scarse per riuscire a soddisfare al meglio i nostri bisogni e desideri. Esse rappresentano tutto ciò di cui l’economia si occupa.

Si tratta di decisioni che possono essere prese solo e soltanto dagli individui in esse direttamente coinvolti. La società non effettua scelte. Il ruolo dell’economia è quello di analizzare le scelte e gli effetti che esse producono; ciò può essere compreso solo focalizzandosi sul modo in cui le persone prendono le proprie decisioni.

L’economia è estremamente differente dalle scienze naturali, perché completamente diverso è il suo oggetto di studio. Le scienze naturali si occupano di cose osservabili e misurabili. Le loro caratteristiche e il loro comportamento sono, almeno in linea di massima, conoscibili e, a partire da esse, gli scienziati possono formulare previsioni. L’economia, invece, pone la sua attenzione sul modo in cui la gente effettua le proprie scelte e, di conseguenza, finisce per occuparsi di ciò che le persone preferiscono, pensano e credono della realtà e del mondo. Si tratta di sentimenti individuali che non possono essere osservati o misurati, né tantomeno previsti.

Ciò che gli austriaci propongono di fare, allora, è studiare le scelte umane. Al contrario, gli scienziati naturali che studiano gli individui come fossero oggetti, rinunciano alla possibilità di comprendere tutto ciò che sta alla base delle loro motivazioni e ne spiega il modo di vivere.

Valutazioni, prezzi e mercati

Ogni cosa, in economia, si basa sulle valutazioni umane. Il valore non è una qualità misurabile degli oggetti connaturata ad essi, come lo sono la dimensione e il peso. Agenti economici diversi attribuiscono un valore diverso allo stesso bene in funzione dell’uso che ciascuno di questi prevede di farne. Infatti, i beni non contengono quantità predeterminate e fisse di utilità. Quest’ultima si trova nella mente delle persone ed è, come il valore, del tutto soggettiva.

I beni sono disponibili in quantità limitata, come lo sono il tempo e le risorse. Scegliere una determinata opzione significa rinunciare immancabilmente a qualcos’altro e ciò a cui rinunciamo lo definiamo “costo”. Esso non deve necessariamente essere un costo in denaro: potrebbe semplicemente rappresentare il tempo e il lavoro che impieghiamo per raggiungere un qualche obiettivo, o tutte le possibili alternative che abbiamo escluso. Anche i costi sono frutto di valutazioni soggettive, noi confrontiamo sempre il valore di ciò che otteniamo con quello di ciò a cui rinunciamo. Si tratta ogni volta di una decisione personale. Gli economisti dovrebbero ricordare, sostengono gli austriaci, che ogni decisione economica, dall’investimento alla produzione, dal commercio al consumo finale, è esclusivamente soggettiva e dipende dalla scala di valori degli individui coinvolti.

I prezzi aiutano a massimizzare il valore e a minimizzare i costi. Nelle transazioni attribuiamo all’oggetto che la potenziale controparte è disponibile a cedere un valore superiore rispetto a quello che riconosciamo al bene che possediamo e che siamo pronti a scambiare. Il valore è sempre personale.

Ciò che i prezzi sintetizzano è la quantità di una merce che i frequentatori del mercato sono pronti a sacrificare per poterne ottenere un’altra. Se il prezzo di un bene cresce i compratori sono spinti a impiegarne una minore quantità e a indirizzare il loro potenziale di acquisto verso prodotti alternativi. Grazie alla cruciale informazione veicolata dal sistema dei prezzi, compratori e venditori aggiustano automaticamente le loro scelte per potersi adattare a una realtà sempre mutevole e in questo modo le attività di milioni di persone vengono a essere coordinate tra di loro.

La concorrenza è un processo di scoperta. I mercati non sono perfetti ed è questa imperfezione a consentirne il funzionamento. In essi i singoli possono individuare nuove opportunità di scambio finalizzate al proprio guadagno. Il desiderio del profitto è ciò che incoraggia gli uomini a monitorare le opportunità offerte dal mercato e a innovare così da poterle cogliere.

Più grande è il bisogno che viene soddisfatto, maggiore è il profitto che può essere atteso. La competizione tra imprenditori è un meccanismo continuo di esplorazione dal quale noi tutti traiamo benefici, poiché porta a scoprire modalità sempre migliori e più a buon mercato per soddisfare le nostre necessità.

La proprietà privata è essenziale. I socialisti credono che gli uomini possano agire anche senza l’attrattiva del profitto e in un regime in cui la proprietà sia stata trasformata da privata in pubblica. Siccome, ovviamente, i beni di consumo non si possono collettivizzare, i socialisti si focalizzano unicamente sul possesso collettivo dei mezzi di produzione. Però se gli stabilimenti e i macchinari non possono essere venduti, non possono neppure avere un prezzo. Ma dove non c’è prezzo non può esserci, per forza di cose, neppure un mercato in grado di indicare quali beni risultino, di volta in volta, scarsi e indirizzare coerentemente l’impiego delle risorse produttive. Il risultato di questo stato di cose è che il pianificatore socialista non può sapere se i processi produttivi avviati stiano invece sprecando risorse.

Produzione e moneta

La produzione è un difficile processo di bilanciamento. Le decisioni produttive possono divenire impossibili in un paese socialista in cui il sistema dei prezzi è inesistente. L’unico scopo della produzione è quello di realizzare i beni destinati al consumo. Ma ciò richiede tempo e spesso anche il preciso coordinamento di complessi passaggi intermedi. In ogni istante e in ogni punto di questo intricato processo, cambiamenti nei prezzi o nelle caratteristiche della domanda possono mutare le condizioni inizialmente previste.
In casi del genere, se i beni capitali utilizzati per la produzione possono trovare impieghi alternativi, allora gli imprenditori possono riuscire a recuperare in qualche misura gli investimenti effettuati. Spesso, però, i beni capitali non possono essere adibiti a impieghi diversi da quelli per i quali sono stati progettati. Ciò rende la produzione una faccenda rischiosa, fonte di perdite reali.

L’inflazione è profondamente dannosa. Quando gli Stati commettono errori nella gestione della moneta, i rischio dei danni al sistema è elevato. La moneta è un bene alla pari di tutti gli altri: per essa esiste un’offerta e una domanda. Se lo Stato aumenta la massa di denaro in circolazione, allora il valore di quest’ultimo scende e i venditori ne richiedono una maggiore quantità in cambio dei propri beni.

L’inflazione agevola i debitori che possono ripagare le proprie obbligazioni utilizzando una moneta il cui valore tende a ridursi con il passare del tempo, ed è estremamente dannosa per i creditori. Ciò ha effetti distorsivi sul mercato, sui finanziamenti e sui processi produttivi che da questo vengono alimentati.

L’inflazione non tende a manifestarsi allo stesso tempo e uniformemente in tutti i punti del sistema. I prezzi si incrementano inizialmente dove l’iniezione di moneta si verifica in prima istanza e poi si diffonde gradualmente ad altri settori. Così, le risorse sono dapprima dirottate verso un settore, poi verso un altro, poi ancora un altro e così via, creando una catena di boom settoriali temporanei. L’inevitabile risultato di ciò è una recessione generalizzata.

La società e lo Stato

Le azioni hanno sempre conseguenze non intenzionali, sia positive che negative. Non è raro che i risultati apprezzabili dell’agire in mano non derivino da pianificazione cosciente. Spesso, anzi, essi sono ottenuti proprio come prodotto collaterale degli sforzi delle persone. I valligiani che fanno la spola tra un paese e l’altro vogliono solo trovare il percorso meno faticoso tra i due punti; gradualmente, però, essi tracciano un sentiero che tornerà utile a chiunque. Allo stesso modo, nei loro atti di scambio, compratori e venditori inseguono unicamente la possibilità di incrementare il valore in loro possesso. Anche la moneta emerse grazie a un processo non governato finalizzato alla determinazione di un mezzo di scambio che potesse essere accettato da tutti. Al pari inconsapevoli furono lo sviluppo del linguaggio in risposta alla necessità di comunicare e la creazione del corpus della common law. I tentativi degli uomini di migliorare le costruzioni sociali distorcono spesso gli intricati meccanismi che le fanno funzionare e causano conseguenze catastrofiche.

Gli interventi statali sono quasi sempre negativi. Singolarmente presi, gli individui hanno una limitata capacità di influenzare l’equilibrato funzionamento delle istituzioni sociali, cosa che, invee, le autorità sono in grado di fare con facilità. Ciò scatena episodi di euforia che si propagano da un settore all’altro e che finiscono poi con l’affievolirsi. Nel corso di essa, vengono distrutte risorse produttive e le persone vengono più povere.
In risposta alle difficili condizioni da essi stessi create, gli Stati possono varare leggi che garantiscono salari minimi; ciò comporta che un certo numero di lavoratori apporto alla produzione non è tale da compensare quello del salario imposto. Come conseguenza, la disoccupazione aumenta. I regolatori possono anche introdurre nuove norme per proteggere settori o categorie, ma ciò provoca extra costi, rendendo difficile l’ingresso di nuovi concorrenti nelle industrie coinvolte, riducendo la competizione e peggiorando le condizioni di vita delle persone.

L’azione degli Stati viene di solito malamente esercitata anche in un altro modo. Le autorità non possono in alcuna maniera conoscere ciò che i singoli considerano utile. Questo genere di informazione è veicolata dai prezzi, ma, ignorando la funzione di questi ultimi e tentando di “migliorare” il sistema di mercato i politici inevitabilmente si dimostrano incapaci di massimizzare l’utilità delle persone. Forse gli Stati possono giocare un ruolo nel permettere ai mercati di funzionare correttamente, ma, affermano gli austriaci, la politca non deve assolutamente divenire parte attiva in essi.

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