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Il Capitalismo di Stato non è Liberalismo

In Politica, Società

Cosa vuol dire Capitalismo di Stato? Capitalismo di Stato vuol dire un sistema economico in cui lo Stato diventa azionista o imprenditore e gestisce, direttamente o indirettamente, le aziende private o pubbliche.

In questo articolo il mio obiettivo è cercare di far capire come il Capitalismo di Stato è lontano da qualsiasi pretesa liberale liberista.

Partiamo dal ragionamento dei socialisti. Guidati dal loro approccio marxista, considerano lo Stato come lo strumento dei più forti per la coercizione del potere. Ebbene, se prevalgono alcune aziende rimanendo dietro le quinte dello Stato, per un socialista si tratta di economia neoliberista.

In realtà siamo ben lontani dal considerare questo tipo di politiche “neoliberiste”, poiché se il liberalismo pretende la piena libertà di fare e di commercio la piena concorrenza del mercato, come è possibile considerare l’economia libera se un attore, come quello dello Stato, partecipa alla vita economica? Immaginiamo una partita di calcio o di basket, se un arbitro entra nel gioco, la partita è ancora libera o no? Io penso di no.

Dunque, per i liberali, lo Stato è un Guardiano Notturno che deve tutelare e garantire le regole a tutti gli attori che partecipano al mercato.

Ma in Italia non siamo stati abituati a ragionare secondo la logica del profitto. Il profitto è sinonimo di meritocrazia, sinonimo di innovazione, sinonimo di determinazione, sinonimo di vittoria e sinonimo di competitività. Ma già dai tempi del fascismo, il libero mercato e il profitto sono stati “messi da parte”. Perciò con la presenza dello Stato Azionista-Imprenditore, le aziende sono state abituate ad arricchirsi attraverso i sussidi, attraverso il rifinanziamento del debito, attraverso la logica del “privatizza gli utili, socializza le perdite”. Molti colossi industriali italiani si sono arricchiti grazie all’intervento dello Stato piuttosto che grazie al profitto. Finché esisteva lo strumento no-limits della svalutazione della moneta e finché la ricchezza dello Stato era grande tutto andava bene, ma quando è iniziata – tra la fine degli anni settanta e anni ottanta – la crisi economica della Pubblica Amministrazione, la presenza dello Stato nella vita delle aziende subì un terremoto. Un terremoto perché molte aziende – vedi FIAT negli anni novanta o primi duemila – che scoprì di essere un’azienda scarsamente competitiva rispetto ai competitor. Ma non solo FIAT, ma molte altre aziende private, abituate con lo sussidio, una volta giunti con la nuova moneta chiamata Euro, si resero conto di “aver perso tempo” negli ultimi decenni.

Pertanto si tende ad incolpare il liberalismo, reo di aver portato all’Italia alla “giungla della globalizzazione”. In realtà, se nei decenni di prima repubblica fossimo stati abituati sin da subito alla logica del profitto e del libero mercato, probabilmente l’incontro con l’Euro sarebbe stato meno traumatico.

Ma se l’Inghilterra ebbe la fortuna di aver un governo liberale liberista come quello di Margaret Thatcher che adottò politiche di risanamento della Pubblica Amministrazione e iniziò a diffondere la logica del Libero Mercato, in Italia non c’è mai stato un Governo del genere. Lo Stato, attraverso i suoi governanti, ha preferito adottare una “Linea di Accomodamento”. Che cosa vuol dire? Con l’arrivo dell’Euro, l’Italia non poteva più ricorrere allo strumento no-limits della svalutazione della moneta, l’alternativa al taglio della spesa della Pubblica Amministrazione adottato dalla Thatcher era l’aumento delle tasse che fu ampiamente adottato dal 2002 ad oggi. Ma ci sono delle aziende, private o pubbliche, che sono di vitale importanza per lo Stato. Non solo la Banca Montepaschi di Siena, Tim Telecom o Alitalia, ma anche tutti gli interventi economici statali per evitare licenziamenti o delocalizzazioni da parte delle aziende.

Per svariati motivi lo Stato iniziò ad adottare due linee completamente eterogenee. Per il resto dei cittadini che producono economia, profitto, reddito e lavoro la burocrazia diventava sempre più asfissiante, ma per una piccola parte di imprenditori le strade della burocrazia erano sempre più spianate. Da qui iniziò a diffondere il gergo giornalistico o populistico di Poteri Forti. I Poteri Forti esistono perché è lo Stato italiano è uno Stato Sindacalista e Socialista che non ha nulla a che fare con il liberalismo. Si tratta di uno Stato Sindacalista perché è governato da gruppi che rappresentano singoli interessi collettivi che mettono pressione agli attori politici che decidono. Si tratta di uno Stato Socialista perché lo Stato gode ancora di un buon margine di manovra all’interno dell’economia. Inoltre, sono tanti le motivazioni per cui non si può definire liberale questo tipo di politiche. Non è liberale perché è inaccettabile che qualcuno si possa arricchire con i sussidi a discapito di chi vive di profitto; non è liberale perché è inaccettabile che lo Stato influenzi il mercato a discapito di chi tenta di portare avanti la propria azienda; non è liberale perché esistono persone che pretendono di usare i canali dello Stato o della Politica a discapito del cittadino penalizzato dalle tasse.

Allora, smettiamola di considerare il sistema italiano liberale o neoliberista per “mascherare” il socialismo, il burocratismo e il sindacalismo che da decenni rallentano l’economia italiana.

Ronald Reagan diceva..

Lo stato non è la soluzione ma il problema

Riflettete, prima di sprecare fiato..

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