Conoscere la Scuola austriaca: l’importanza del valore (parte 4 di 15)

In Economia, Storia

Conoscere la Scuola austriaca: l’importanza del valore

⦁ Il valore non è una proprietà intrinseca delle cose come lo sono la dimensione o il peso. Persone diverse valutano differentemente il medesimo bene anche se chiamate a esercitare il proprio giudizio contemporaneamente e nello stesso luogo. Il valore di un oggetto è solo nella mente delle persone.
⦁ Non ci è dato sapere ciò che accade nel cervello degli individui, ma possiamo ottenere qualche indizio su quella che è la loro scala di valori osservandone i comportamenti di scelta.
⦁ Le scelte e le valutazioni non sono entità matematicamente descrivibili: chi ha mal di testa non attribuisce a cento aspirine un valore cinquanta volte superiore a quello posseduto da solo due di esse

L’approccio degli austriaci all’economia può davvero essere utilizzato per fare previsioni, anche se di un tipo diverso da quelle generalmente formulate dagli scienziati della natura.
L’economia è una disciplina necessariamente differente dalle altre scienze perché studia gli individui. Sarebbe difficile per un fisico predire l’espansione del volume di un gas se le molecole di quest’ultimo vivessero di vita propria e e alcune cominciassero a lamentarsi dell’esperimento, mentre altre ne fossero felici. Allo stesso modo, è complicato fare previsioni relative a grandezze statistiche di natura economica, dato che le motivazioni e l’agire degli individui sono così diversi, mutevoli e tra loro conflittuali.

Il valore si trova nella mente, non nelle cose

Sin da quando hanno fatto la loro apparizione sulla terra, gli uomini hanno frainteso il concetto di valore. Secondo il senso comune, esso indica qualcosa di cui i diversi oggetti dispongono in maniera differente, una qualità misurabile. La valutazione che ciascuno di noi fa di un particolare oggetto è una questione di giudizio personale, qualcosa che ha a che fare con la sfera emotiva.

Le nostre valutazioni possono cambiare anche a causa dell’introduzione di nuovi prodotti e processi e dell’innovazione tecnologica, tutte cose che offrono ai nostri desideri oggetti migliori e più a buon mercato. I risultati di queste dinamiche non sono facilmente prevedibili.

Nonostante l’economia sia radicata nei giudizio di valore delle persone, essa non rappresenta una branca della psicologia. La nostra scienza non si preoccupa, infatti, del perché le persone siano attratte dalle cose; essa si concentra unicamente sul modo in cui le valutazioni dei singoli influenzano le loro scelte nel mercato.

Temendo che il termine “economia” possa trasmettere un’idea di “meccanico”, “deliberato”, o “pianificato”, Mises ricorre al termine “catallassi” per indicare l’ordine risultante delle continue e innumerevoli interazioni che si verificano nel mercato e definisce “catallattica” l’analisi economica di quel fenomeno.

La natura delle scienze economiche

Secondo gli austriaci, dunque, l’economia è a tutti gli effetti una scienza che può produrre previsioni e procedere a nuove scoperte; ciò non in base a un processo di osservazione, teorizzazione e sperimentazione, ma per mezzo di un agire deduttivo.

Pur non potendo avere accesso diretto alle scale di valori dei singoli, siamo ugualmente in grado di formarci un quadro di queste ultime in base alle scelte che ciascuno effettua. Il privilegio accordato da parte di un individuo a un determinato corso di azione anziché a un altro consente di poter ragionevolmente ipotizzare che quella scelta sia, tra le due, l’opzione a cui viene attribuito maggior valore.

Ne deriva che, osservando le preferenze e i comportamenti manifestati dal medesimo soggetto nel corso di una serie di atti di scelta, possiamo arrivare a ricostruire l’intera sua scala di gradimenti, ciò che Mises chiama “preferenza rivelata”.

Fu proprio questo modo di ragionare, che divenne noto come “analisi dell’utilità marginale“, che consentì a Carl Menger di concepire una nuova scienza del valore e dell’azione davvero rivoluzionaria e così feconda che ancora oggi il pensiero dominante ne fa ampio uso nei propri manuali.

Il procedimento della scelta

Con le sue tesi, Menger fornì la risposta a un problema che da sempre sconcertava gli economisti: come mai l’acqua, davvero essenziale per la vita, viene scambiata per così poco, mentre i diamanti, seppur inutili, sono così costosi? Egli affermò che in realtà gli individui non si trovano mai di fronte all’opzione di possedere tutta l’acqua del mondo o tutti i diamanti del mondo. Essi si trovano il più delle volte di fronte all’opportunità di scegliere tra una piccola quantità del prezioso liquido o un singolo diamante.

La maggior parte della popolazione è normalmente in possesso di una sufficiente quantità d’acqua per estinguere la propria sete e così esse non attribuiscono un grande valore a un bicchiere in più. Al contrario, difficilmente gli individui si convincono della adeguatezza della quantità di diamanti in proprio possesso, di conseguenza, essi sono disponibili a pagare profumatamente per poterne acquistare anche uno solo in più.

Essi non ritengono di poter derivare un particolare beneficio da un ulteriore bicchiere d’acqua, ma si attendono grandi vantaggi dal possesso di un diamante addizionale.

Questo punto di vista sul comportamento umano è conosciuto come utilità marginale: esso si concentra sul beneficio che le persone si attendono da un piccolo incremento della dotazione di beni in proprio possesso.
Naturalmente, le scelte dei singoli dipendono dalle circostanze in cui essi si trovano al momento di decidere.

Chi sta morendo di sete nel deserto valuterà davvero molto un bicchiere d’acqua e sarà pronto a scambiarlo per una grande quantità di diamanti. L’utilità è il beneficio che ognuno si aspetta di ricevere da un determinato bene e come tale è una faccenda di giudizio personale vincolato alle condizioni di spazio e tempo.

Una persona che avesse bisogno di dieci tronchi per completare un rifugio potrebbe scambiare un impermeabile per dieci o più di quei tronchi, ma non per nove, poiché quest’ultima quantità non gli permetterebbe di portare a termine il suo progetto. L’utilità non è una qualità degli oggetti che può essere, come i manuali mainstream sostengono, accatastata e quantificata come una pila di mattoni.

Su questo punto i testi ufficiali introducono il fuorviante concetti di “curve di indifferenza“. Essi pretendono di mostrare l’ammontare di un bene che le persone sacrificherebbero di buon grado per ottenerne un altro. Ma ogni scambio dipende dalle valutazioni e dal sentire di coloro i quali vi sono coinvolti e non da inequivocabili formule matematiche disegnate per produrre curve ben levigate.

È su basi di utilità marginale che le persone decidono tra differenti corsi d’azione. Nel momento della scelta esse si chiedono di cosa possano privarsi in cambio di un bene di cui ritengono di avere necessità. Banalmente, esse partono da ciò che ritengono meno importante, l’oggetto che dà loro il minor beneficio, il bene, insomma, che ai loro occhi presenta la minor utilità marginale.

Se quest’ultima è presente nella cosa desiderata in quantità maggiore che nell’oggetto posseduto allora lo scambio avrà luogo. Ammettere questo principio equivale a comprendere come funzionano i mercati.

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