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Ecco perché un liberale deve essere contrario allo ius soli

In Filosofia, Geopolitica

Temo per la mia libertà, e quando temo per la mia libertà tendo a scrivere. Non posso dare pugni, perché altrimenti la mia libertà lederebbe quella altrui, ma a pensarci bene certe parole son peggiori del miglior pugno dato sotto la cintura. Mentre mi preoccupo di tutelare la mia libertà (generica, talmente generica che difficilmente riuscirei a farla rientrare in qualche sottocategorie), io penso ai fatti miei, al mio interesse, badando principalmente a ciò che io desidero avvenga.

Egoismo? Certo che sì. Cattiveria? Anche, e grazie a Dio qualcuno ha ancora il coraggio di fare uno slancio in avanti di questo tipo. Sono reduce dalla lettura di Madame Bovary e di altri pamphlet disponibili in edicola che discutono della libertà a 360 gradi: innanzitutto ve li consiglio. Mentre questi ultimi mi hanno divertito moltissimo (prestate attenzione a quello scritto da Luigi Mascheroni sul politicamente corretto: è un tesoretto), Madame Bovary mi ha gettato nel più totale sconforto, e mi domando per quale motivo lei, donna brillante, intelligente e bella non sia riuscita ad uscire dalla depressione e dalla insoddisfazione.

La risposta è talmente banale che vi sono arrivato con giorni di ritardo: ella non ascoltava le sue pulsioni, e queste ultime erano dovute (come per tutti noi) dalla sua personalità, dalla sua anima, dalla sua indole, in poche parole dalla sua intrinseca specificità. Sposò un uomo mediocre e si abbandonò alla clandestinità sentimentale in un secondo momento perché non aveva il coraggio di fuggire per ricercare la propria felicità.

Sostanzialmente, Emma Bovary si prodigava affinché l’indissolubilità del matrimonio rimanesse intatta, salvaguardandone l’importanza sociale, a discapito della propria realizzazione personale. È un caso plastico di nobili intenti che finiscono per devastare le vite di molte persone, perché la signora non sarà felice, il marito tanto meno perché si ammoscherà del problema e la cittadinanza intera spettegolerà a più non posso girando il coltello nella piaga senza, però, fare passi avanti nel riconoscimento della prevalenza che l’interesse individuale deve avere su quello collettivo.

Ho letto sull’Individualista un testo di Friedman che calza a pennello: “Il valore fondamentale non è fare del bene agli altri come tu vedi il loro bene. Non è obbligarli a fare del bene. Per come vedo io, il valore fondamentale nelle relazioni tra persone è rispettare la dignità e l’individualità dei propri simili”. Madame Bovary era un’irreprensibile, quanto affascinante, fedifraga, certamente non interessata a suo marito: obbligarla a rimanervi insieme è l’esatto contrario di ciò che consiglia il caro Milton.

Si discute animosamente di diritti e di stranieri. Siccome per ogni diritto ottenuto una libertà finisce nel dimenticatoio (parlo dei nuovi diritti, non certo di quelli sanciti dal primo paragrafo della Dichiarazione d’indipendenza), e siccome di diritti cianciano i servi mentre gli uomini pensano ad ottemperare ai propri doveri, la sinistra sta ovviamente discutendo di appioppare agli stranieri extracomunitari dei nuovi diritti. Costoro ritengono, così, di compiere una buona azione, mentre in realtà essi perpetuano lo scempio tipico di chi, riempiendosi la bocca di buone intenzione, ne combina di quelle nere.

Giova ricordare che ogni regime dittatoriale e criminale si è mosso, mietendo milioni di vittime, sulla base di ottimi propositi. Marx era un insopportabile buonista, difatti i suoi testi sono illeggibili perché traboccano di noia. Insomma, i sinistri vorrebbero concedere la cittadinanza italiana agli stranieri con maggior elasticità rispetto ad oggi. Giova considerare che nell’ultimo anno ne sono state concesse 200mila, dunque non pochissime. Giova anche ricordare che la cittadinanza non è un mero pezzo di carta, non è un diploma, bensì l’attestato di partecipazione attiva alla vita di una nazione composta da individui differenti i quali, al contempo, si somigliano per determinate peculiarità. Ma perché un liberale deve ripudiare un’idea simile?

Prima che per l’oggettiva assenza sei presupposti indicati nel rigo di sopra, soprattutto per il livellamento che avverrebbe delle specificità caratterizzanti gli stranieri in questione. Divenire italiani significa cessare d’essere, chessò, nigeriani, peruviani, bengalesi. Significa divenire formalmente uguali ad un altro enorme gruppo di persone, circa 60 milioni. E da qui sorgerebbero delle difficoltà nel riconoscersi sostanzialmente italiani perché un italiano, va da sé, difficilmente potrà essere musulmano: al massimo potrà diventarlo, e dunque a cosa servirebbe trasformare dall’oggi al domani un pakistano islamico in un italiano islamico, dunque in una sorta di incomprensibile meticcio? Se talvolta gli italiani nati in terra cristiana decidono di diventare islamici, perché una legge dovrebbe trasformare un iraniano islamico in ciò che non può essere?

A meno che costui, col tempo e con una decisione totalmente indipendente, non decida di abbracciare l’Italia e la sua cultura (che, ripeto, non è islamica), decidendo senza doversi sorbire una perenne campagna d’indottrinamento su quanto sia bello essere (Liberi e) Uguali e su quanto sia fondamentale conquistare nuovi diritti. Nessun ometto dell’ostia che si prodiga per lo ius soli ha mai spiegato a quale trattamento inumano siano soggetti gli stranieri senza di esso, perché è una balla colossale quella secondo cui dobbiamo tutti quanti batterci perennemente per l’ottenimento di diritti in più, finendo magari per averne di doppioni e quindi scambiarli con altri: io ti do lo ius soli e tu l’utero in affitto. 

Noi italiani laici, cristiani, atei ci troveremmo circondati da corpi estranei che per forza di cose rimarrebbero isolati, non capirebbero il nostro modo di vivere (e forse per questo ci condannerebbero a morte? Cavolo, è già accaduto), creerebbero delle enclave ostili all’interno di questo paese facendo sfociare tutto ciò nello scontro di civiltà. Se qualcuno ritiene vero il contrario, che mi si elenchino i casi in cui una comunità islamica numerosa (non come quella italiana, che comunque cresce giornalmente) si sia lasciata assimilare da quella ospitante.

Non è mai accaduto sia per certe peculiarità dell’islam (vedi il generico pessimo carattere: nessun cristiano ha progettato di fucilare Vauro per la sua vignetta pasquale), sia perché le peculiarità di ognuno di noi durante la vita di tutti i giorni, o di popoli interi duranti processi macroscopici, non possono essere limate per la bramosia di certi soloni impegnati continuamente nella gara a chi è più buono. 

Giorni fa, durante un meticoloso vagabondaggio per Firenze, ho negato il mio finanziamento ad una esaltata attivista di Amnesty. Il motivo? Temo coloro che si ergono a paladini della giustizia, imbracciando il fucile dei buoni propositi, perché divengono in quello stesso momento intoccabili, immuni da ogni critica. Preferisco esser cattivo come Paperino, così sarò almeno divertente e, eventualmente, qualcuno potrà sempre limitare la mia cattiveria.

Lorenzo Zuppini

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