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Conoscere la Scuola austriaca: Prezzi, costi e profitti (parte 5 di 15)

In Economia, Storia
  • Scegliere significa rinunciare a una cosa con l’obiettivo di ottenerne un’altra alla quale si attribuisce un maggior valore.
  • I costi e i benefici sono, di conseguenza, intrinsecamente personali, come lo è la differenza tra essi: il profitto.
  • Le persone scambiano le cose poiché attribuiscono a esse valori differenti.      I prezzi sono semplicemente il tasso a cui gli individui decidono di effettuare gli scambi
  • L’idea di “concorrenza perfetta” contenuta nei manuali è fondamentalmente fuorviante: è la differenza che fa funzionare i mercati e non l’uniformità

Quando la gente parla di economia ha solitamente in mente individui che comprano e vendono nei negozi o nei mercati. L’economia, però, studia le scelte e le azioni delle persone in senso lato e non semplicemente gli atti che coinvolgono la moneta.

La maggior parte delle nostre scelte quotidiane rappresenta una scelta “economica” nel senso che, per ottenere una cosa, dobbiamo rinunciare a qualcos’altro. Ciò le rende esattamente identiche alle transazioni di mercato, dove ci priviamo della moneta per comprare qualcosa di cui abbiamo bisogno. La scienza economica si applica allo stesso modo a entrambe le tipologie di azione.

La scelta e la soddisfazione

Ciò che effettivamente facciamo quando operiamo una scelta è cercare di raggiungere uno stato di cose per noi più soddisfacente rispetto a quello in cui ci troviamo.

Possiamo affermare che noi daremo sempre la priorità più alta al perseguimento degli obiettivi dai quali ci attendiamo il maggior grado di benesere in assoluto. Partendo da ciò si deduce facilmente che, ogni volta, il processo di scelta ci porterà ad abbracciare il corso d’azione più appagante. Seguendo lo stesso ragionamento, noi diamo la priorità più alta all’evitare le situazioni in assoluto più sgadevoli.

Gli economisti non devono coniscere concretamente ciò che i singoli individui trovano ogni volta appagante o meno. Essi dovrebbero piuttosto ricorrere a deduzioni logiche: dato per assodato che in ogni occasione le persone agiscono per raggiungere gli obiettivi preferiti, se ne può derivare che esse cercano sempre di massimizzare la propria soddisfazione e minimizzare la propria insoddisfazione.

La natura personale dei costi

Ma la nostra ricerca dell’appagamento non è sempre lineare. Solitamente dobbiamo rinunciare a qualcosa per raggiungerla. Dobbiamo, cioè, sostenere un costo.

Non è necessario che si tratti di un costo finanziario: tagliare il prato ci costa un qualche sforzo fisico, leggere un libro ci costa rinunciare a una serata con gli amici… Quando valutiamo se perseguire un determinato scopo dobbiamo anche considerare il costo del suo raggiungimento, l’insoddisfazione derivante dal tempo perso, dallo sforzo o dalla rinuncia al divertimento.

La cosa interessante è che tutto ciò si trova nella mente degli individui: un prato in ordine non contiene un qualche ammontare di soddisfazione oggettivo e misurabile che può essere colto da chiunque disponga di un tagliaerba. L’appagamento derivante da un prato curato esiste solo nel cervello di chi lo vede: qualcuno lo può apprezzare tantissimo, qualcun altro a malapena.   Allo stesso modo, il tempo e lo sforzo di tagliare il prato non possono essere misurati in “unità di insoddisfazione”.

La gente valuta il proprio tempo in maniera diversa. Tutto ciò dipende dalle loro particolari scale di valori. Così, afferma Wieser, i costi, proprio come i benefici, esistono solamente nella mente dei singoli.

Quando decidiamo di effettuare un’azione non dobbiamo considerare solo il tempo e lo sforzo necessari per compierla, ma anche il valore delle altenative cui rinunciamo.

Anche il profitto è personale

Quando le persone pensano al profitto hanno solitamente in mente la differenza tra l’ammontare di moneta impegata da un imprenditore per offrire una merce sul mercato e il prezzo che egli riesce a spuntare dalla vendita di essa. Ma, proprio come si è visto per i costi, anche la natura del profitto non è, in realtà ,monetaria. Infatti esiste in ogni atto di scambio.

Quando raggiungiamo un obiettivo ambito, un prato curato ad esempio, noi deriviamo da esso una soddisfazione del tutto soggettiva. Ugualmente soggettivo è il valore di ciò che impieghiamo per ottenere le cose desiderate e il valore delle alternative cui rinunciamo: questi costi dono totalmente soggettivi.

Ma quando i costi e i benefici sono totalmente soggettivi, lo è necessariamente anche la differenza tra essi: il profitto (o la perdita).

Perché scambiamo le cose

Se tutto possedesse lo stesso valore oggettivo allora nessuno sarebbe in grado di scambiare una cosa desiderata in cambio di qualcos’altro di meno apprezzato. Però è un dato di fatto che noi permutiamo le cose. I bambini cedono i giochi che li hanno annoiati per averne altri di cui hanno invece desiderio. Gli adulti si scambiano favori.

Le persone non scambiano beni dello stesso valore. Perchè dovrebbero farlo? Al contrario, gli individui sono motivati a cedersi reciprocamente i beni proprio perché li valutano in modo differente. Nei fatti, più le controparti sono in disaccordo sul valore attribuito da ognuna a un oggetto e più ampia è la differenza tra le rispettive valutazioni, maggiore è il beneficio che ciascuna trae dallo scambio.

L’origine del prezzo

Non possiamo mai sapere quanto profitto ciascuna delle parti di uno scambio otterrà da quest’ultimo, perché non possiamo indagare le loro menti e visionare le loro scale di valori. Nell’economia moderna, però, possiamo almeno misurare quanto di una cosa ognuno è pronto a rinunciare per ottenerne un’altra: l’ammontare di moneta.

Possiamo concretamente quantificare il tasso corrente al quale ciascuna di loro è disposta a chiudere l’affare: il prezzo.

In ogni caso bisogna tenere a mente che i prezzi non sono la misura del valore delle cose. Il prezzo è semplicemente il tasso di cambio che emerge come risultato delle compravendite condotte nel mercato da milioni di persone (compravendite che avvengono solamente perché le valutazioni di ciascuno sono differenti da quelle di tutti gli operatori). Ciascuna transazione si verifica in corrispondenza di un solo prezzo, ma è frutto di valutazioni differenti.

I mercati perfetti dei libri di testo

Quanto detto rende la concezione austriaca dei mercati diversa da quella mainstream. Naturalmente la rappresentazione della concorrenza perfetta mainstream vuole essere una semplificazione del mondo reale. Ma un modello nel quale si suppone che i compratori e i venditori siano identici non è una semplificazione della realtà, quanto una completa rinuncia a fornire una spiegazione di essa. I mercati lavorano solo perché le persone sono differenti e possiedono punti di vista diversi sul valore delle cose.

I modelli dei manuali accademici danno la percezione che anche i prezzi siano “dati”. In realtà, i prezzi non sono “dati”: essi emergono come il risultato di un numero elevatissimo di transazioni tra esseri umani, ciascuno dei quali pronto a modificare le proprie priorità al variare del momento e delle circostanze. Modifiche che, naturalmente, hanno un impatto sui prezzi. Non può esistere neanche niente come il “prezzo di equilibrio”: la perfezione, infatti, azzera qualsiasi causa di cambiamento. Questi modelli sono fuorvianti perché escludono gran parte di ciò che, nella realtà, permette di funzionare ai mercati.

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