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Contro il Moralismo – Sventoliamo liberamente la bandiera di Giacomo Casanova

In Sociologia

Dove ci sono campane, ci sono puttane”, dovremmo rispondere ai moralisti dei nostri giorni, gli affamatori di chi digiuna dal libertinismo da troppo tempo. E poi, dobbiamo ricordarglielo: sono affaracci privati nostri, e di quel che succede nelle nostre camere da letto con la porta chiusa puoi venire a conoscenza solo spiando dal buco della serratura. E tentare di infilzare con lo spillone della moralità elevata a legge di Stato chi sa godere a pieno della libertà è un esercizio, oltreché scorretto, di cui mi vergognerei pure io che sono un svergognato.

Grazie a Dio a Venezia, patria di un libertino micidiale, un brianzolo coraggioso ha aperto il primo museo dedicato a Giacomo Casanova, scopatore seriale e godereccio impenitente. Dolce musica per le nostre orecchie. Sarà un museo bello, non di quelli d’arte contemporanea, bensì antico e che più antico non si può, trattando la vita e le opere di un soggetto epico le cui doti e vizi oggi verrebbero inscatolati e gettati tra i rifiuti che la buona società non può accettare. Chiamasi libertà, signori. 

La libertà non la si può comprare un tot al chilo, non è divisibile né affittabile: o si è disposti ad abbracciarla integralmente nella sua interezza, oppure si deve smettere di raccontar balle ammettendo a noi stessi e agli altri che risulta più facile per le nostre timide coscienze abbracciare il dispotismo. Eppure finiamo per danzare con l’ipocrisia senza alcuna grazia, perché della libertà di scelta e di impresa godiamo ferocemente come ne godono tutti, libertari o no.

Ho sempre pensato che la civiltà di un paese, ovvero il grado di libertà di cui i cittadini godono, si potesse misurare attraverso l’analisi della vita di prostitute e prostituti. V’è segno di libertà più grande di questo, di decidere di affittare il proprio corpo per soddisfare le pulsioni sessuali d’altri? E v’è una prova più importante di questa a disposizione di un governo che voglia definirsi liberale, dunque della tutela e del rispetto da garantire a costoro?

Nel momento in cui, per motivazioni più o meno serie od in circostanze più o meno particolari, non si rispetta la libera scelta di una persona di fare del proprio corpo e della propria sessualità ciò che ritiene più opportuno, tutto va a ramengo, tutto viene meno, si sfaldano le fondamenta della cultura liberale che dovrebbe governarci, facendo posto al dispotismo di Stato e all’elevazione del giudizio personale e giudizio assoluto.

Le vite degli altri, film epico che tutti dovremmo guardare, è la ricostruzione plastica del fallimento della società genericamente intesa nel momento in cui lo Stato, guidato da un governo, ritiene di doversi impicciare degli affari dei suoi cittadini sottoponendoli a controlli serrati, maniacali, finendo per indebolire quel loro spirito avventuriero che, se lasciato allo stato brado, rende da sempre grande un paese che altrimenti sarebbe piccolo.

Se i peccadillos carnali divenissero reati, immediatamente tutta una serie di godimenti – magari meno fisici ma più mentali – come il guadagno, l’interesse personale, il successo, potrebbero finire sul banco degli imputati perché ritenuti imperdonabilmente immorali, rischiosi, tipici di un individualismo troppo sfrenato.

Si aprirebbe una prateria alle scorribande dei sociologi di serie c, degli intellettuali bel bene socialmente utile e dei difensori dell’utilità socialmente rilevante, i despoti dello Stato guardone e i finti giuristi liberali e i censori dei comportamenti altrui. L’interesse e le pulsioni personali, di qualsiasi natura esse siano, devono esser obbligatoriamente tutelate pena il sorpasso dell’interesse collettivo e con esso il dispotismo di Stato. Collettivismo che, pensate un po’, rimane un insieme formato da singoli. Assioma, questo, praticamente inevitabile.

Un certo giornalismo chiacchierone, colonna portante del mainstream italiota, si è fatto solone di questo bislacco modo di pensare e di porsi finendo per tirar su nelle piazze del popolo delle ghigliottine macabre dove, nel nome del moralismo, venivano decapitate persone più o meno in vista ree di aver valicato il confine di un certo buon gusto. Le sentenze venivano emesse alternativamente da tribunali veri e propri o da tribunali del popolo, ma sempre dopo che un giudice si era dato da fare per dare in pasto all’informazione giustizialista di cui sopra i particolari piccanti della vita degli altri. Il cortocircuito creatosi tra magistratura e giornalismo è, a questo punto, inestricabile. Si tratta di una matassa aggrovigliata di pregiudizi, di politica moralistica di polizia del pensiero unico che difficilmente qualcuno riuscirà ad ordinare.

Quel grottesco processo Ruby in cui venne messa alla berlina l’Italia intera perché qualcuno avvertì l’esigenza di scandagliare la vita privatissima di una personalità politica, ritenuta un po’ colpevole a prescindere in quanto tale, aprendo così la breccia ai peggiori soprusi di stampo classista, è la prova ennesima di come si sia malati di pregiudizio e di moralismo, di come questa sia divenuta una repubblica della virtù ove, a proprio piacimento, chi amministra la giustizia può decidere di scoperchiare l’esistenza privata di ognuno di noi. 

Sappiate che un museo dedicato ad un libertino per eccellenza è un enorme passo avanti. La cultura della libertà inizia anche da qui, dal ricordo di quando qualcuno aveva il coraggio di sventolarne la bandiera.

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