Il diritto di sciopero e l’ignavia della politica

In Attualità, Politica, Società

Nelle scorse settimane, nell’informazione specialistica un po’ meno interessata all’isteria governativa, ha fatto molto discutere la decisione dell’Autorità di Garanzia sugli Scioperi di estendere il numero massimo di giorni, da 10 a 20, per la proclamazione di uno sciopero da quello precedente, nell’ambito del trasporto pubblico locale.

Lungi da me voler andare a giustificare l’ondata di scioperi che hanno coinvolto le principali città italiane, ma ritengo che la notizia meriti una riflessione più ampia.

In primo luogo, da liberale, ritengo che la compressione di un diritto fondamentale come il diritto di sciopero, seppur in un settore specifico, sia dannosa per la società nel lungo periodo.

Nel momento in cui si dà allo Stato il potere di limitare i diritti delle persone, esso lo farà ogni volta che ne avrà occasione. Infatti, la storia ci insegna che il trasferimento di poteri fra cittadini e Stato va in una sola direzione.

In secondo luogo, se vista a livello superficiale, tale decisione può sembrare giusta e consona, specie a coloro che soffrono continui e ingiustificati ritardi nella propria vita quotidiana, ma la verità è che ci troviamo di fronte all’ennesimo esempio di soluzione frettolosa e unilaterale a un problema molto più ampio e radicato: quello della rappresentanza sindacale.

Infatti, se si vanno a vedere i dati delle aziende delle principali città italiane, ma in particolare di ATAC (Roma) e ATM (Milano), ci si rende conto che la maggior parte degli scioperi ingiustificati che hanno bloccato queste città negli ultimi anni, sono stati indetti da sigle sindacali con un numero molto piccolo di iscritti (a Roma, il mese scorso, uno sciopero è stato indetto da un sindacato con un solo iscritto).

I sindacati più grandi come la FIT CISL, secondo la serie storica, indicono scioperi molto di rado, per giustificati motivi e distanziati gli uni dagli altri da periodi di molto superiori ai 20 giorni.

Dunque, come si diceva, il problema non sta nel numero di giorni minimo fra uno sciopero e l’altro, ma nella rappresentanza sindacale. Anche perché, come diceva il segretario della FIT CISL ai microfoni di Radio 24, se una compagnia di TPL smettesse di pagare gli stipendi (motivo più che giustificato per indire uno sciopero) e un sindacato minore avesse proclamato uno sciopero da pochi giorni per un qualsiasi altro motivo, i lavoratori sarebbero costretti a lavorare per almeno 20 giorni senza poter minimamente protestare, poiché la normativa, emanata da quella stessa autorità che dovrebbe tutelare il loro diritto a ribellarsi, li costringe ad aspettare e a stare quasi un mese senza stipendio. Oltre a dare, paradossalmente, ancora più potere a questi sindacati minori, incentivando ulteriormente la “dittatura della minoranza”.

Una possibilità del genere, da liberale, penso che sia semplicemente inaccettabile, checché ne pensino i nostri detrattori.

Tuttavia, sono anche comprensibili le ragioni dell’Autorità di Garanzia, il cui compito è quello di bilanciare i diritti dei lavoratori col diritto degli utenti ad avere un servizio di trasporto efficiente. Tuttavia, tale decisione mi sembra la proverbiale pezza peggiore del buco.

E sta proprio qui la radice del problema, questo buco normativo che il Parlamento avrebbe dovuto chiudere con una legge sulla rappresentanza sindacale. Legge che impedirebbe a una minoranza di decidere per il resto dei lavoratori, e che impedirebbe di bloccare le nostre città per nulla.

Ma si sa, il Parlamento, con tre proposte di legge al riguardo bloccate, latita, troppo impegnato a cercare di decidere quale sedere poggiare sulla sedia più importante di Palazzo Chigi.

In questo sta il vero fallimento della politica italiana e di questa legislatura che, anche se iniziata da poco, pare non sarà poi così dissimile da quelle precedenti, nonostante tutti i paroloni sprecati in campagna elettorale: si delega il potere legislativo, proprio del Parlamento, ad organi dello Stato che non dovrebbero avere questo potere. Si demanda a giudici, magistrati, autorità di garanzia, persino all’Agenzia delle Entrate, tutti organi non eletti dal popolo, il potere di prendere decisioni che di fatto assumono forza di legge.

Più di qualsiasi altra cosa, è questo che dovrebbe indignare la popolazione: persone non elette prendono ogni giorno decisioni che plasmano la vita di tutti noi, mentre la politica, ignava e latitante, le volta le spalle, troppo presa dai propri giochi di potere.

Non si sa se a breve si formerà un nuovo governo, o se il Presidente Mattarella indirà a breve nuove elezioni, comunque sia il mio consiglio è: la prossima volta che sarete nella cabina elettorale, oltre ai programmi, oltre alle simpatie o alle antipatie per questo o quel politico, prima di segnare con la matita pensate anche a questo: pensate a chi sia veramente in grado di rappresentarvi e di decidere in vostro nome, e votate di conseguenza.

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