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Se la giornata contro l’omofobia limita la libertà di pensiero

In Attualità

Signori non vorrei dirvelo, ma ve lo dico lo stesso: è appena passata la Giornata mondiale contro l’omofobia, la biofia e la transfobia, evento molto in voluto e promosso dall’Unione europea. Perché è il caso di ricordarlo qui su L’Individualista? Perché queste battaglie istituite per difendere una non ben precisata collettività anziché difendere l’individuo e la libertà di vivere il suo privato -così i momenti di sessualità ed erotismo- come meglio desidera fa abbastanza piangere. O ridere, a seconda del temperamento di ognuno di noi.

L’omofobia, a logica, significa paura dell’omosessualità, sebbene il tipico omosessuale sia ben lontano dall’incutere timore nel prossimo e non abbia senso provare paura per qualcuno soltanto per come vive la sua sessualità.

Proviamoci ribaltando il significato: dell’omosessualità non si deve aver paura perché si tratta solo di gusti sessuali e privati. Non convince un granché, anche in questo caso non c’è alcuna timore. Riproviamoci: dell’omosessualità non dovete aver timore perché è portatrice di grandi ed ottime novità. Ancora no: dell’omosessualità non potete aver timore perché altrimenti intacchereste i diritti di alcuni soggetti. Ci siamo quasi, ma il messaggio che vogliono mandare purtroppo non è nemmeno quello: sugli omosessuali non potete aver niente da ridire altrimenti loro si sentiranno arbitrariamente maltrattati. Ecco la versione definitiva del significato che loro danno: “secondo noi collettivisti l’omosessualità è innanzitutto un’ideologia, e come tale non potete sfiorarla con mezza critica altrimenti verrete accusati di razzismo verso i suoi tesserati”. Altro che libertà di vivere la propria sessualità come pare e piace, loro creano un vero e proprio clima di odio.

E così finiscono nuovamente nella lotta di classe gettando nei due calderoni, quello della pseudo minoranza da tutelare e quello della maggioranza da irretire, i sensibili protettori dei diritti per tutti e i cinici bastardi che vorrebbero ghettizzare la comunità lgbt entro il perimetro della non-riconoscibilità. La verità è tutta un’altra, invece. Ed è altra quantomeno in parte, perché è in effetti vero che un emisfero di questa giornata verrà occupato dai difensori delle non-minoranze, accettando che oggigiorno una minoranza sia tale se si considera vessata dalle angherie di qualcun altro considerato maggioranza.

Ma è anche al contempo vero che l’emisfero rimanente verrà occupato da coloro che verranno incolpati di eresia, di bestemmia in luogo sacro, di paraocchismo e di medioevalismo. Sì, sono questi i termini tecnici utilizzati da quel mondo, epiteti che riceviamo anche noi quando diciamo che la più piccola minoranza al mondo è l’Individuo.

Dato il sacrosanto diritto di vivere liberamente la propria sessualità, c’è chi ci vuole marciare sopra, tanto che partiti e politici strumentalizzano questo principio di Libertà promuovendo diritti non condivisi neanche tra i membri delle comunità Lgbt, cercando poi di censurare chiunque voglia esprimere critiche non verso gli omosessuali, ma ad alcune idee che le collettività vogliono inglobare nell’essere omosessuali. E pensate voi che da Il Cassero, centro arcigay di Bologna, sono state espulse le lesbiche perché sostenitrici dell’idea che l’utero in affitto sia una roba indegna per un mondo che voglia definirsi civile. Dunque dalle loro parti è complicato parlare di libertà di pensiero e di opinione: finisce così quando si trasformano le lecite libertà in diritti del pensiero unico.

Ma ce li ricordiamo i Barilla e i Dolce e Gabbana? Ce le ricordiamo le loro opinioni ritenute oscene da tutto quel mondo, pronte ad urlare al “sessismooo, razzismoooo!” non appena qualcuno osa dissentire sulle loro follie riguardanti il gender? L’azienda Barilla osò affermare che il loro modello di famiglia è quello chiamato tradizionale, e per questo motivo non faranno pubblicità ai loro prodotti utilizzando una coppia gay. Politica di marketing scelta da un’azienda privata, punto e basta. Ecco, si rivoltò mezzo mondo, e l’altro mezzo stette zitto per paura di essere investito dall’onda anomala provocata dagli isterismi di quattro scemi. Gli stilisti Dolce e Gabbana, già omosessuali, dissero l’indicibile: due uomini non possono avere un figlio a meno che non affittino l’utero di una donna e poi le strappino il frutto di quella pratica dalle braccia. Dal mondo patinato di Hollywood alle palafitte dell’Amazzonia (sempre ve ne siano: sto tirando ad indovinare) si riversarono in strada e su Twitter fiumi di indiavolati pronti ad avviare l’ennesima campagna di boicottaggio del dissidente. 

E v’è un’autostrada di banalità che lega il mondo della collettività Lgbt al femminismo becero secondo cui anche uno sguardo è violenza, o che lega l’attivista per i diritti umani laureato in scienza della comunicazione all’infoiato vegano che afferma che è in atto un Olocausto degli animali. Il fil rouge è l’inadeguatezza al mondo moderno e alla modernità, l’insipienza della propria vita per la mancanza di battaglie ancorate ad un minimo di logica e buon senso, il barcamenarsi tra varie attività ben viste ma che scadono nell’assurdo, l’incapacità di reinventarsi dopo l’89 e la fine di quel periodo che ha visto l’Occidente capitalistico trionfare sul resto, veicolando un’ideologia debolissima perché insipida ma al contempo potentissima nei media, nella scuola, nei salotti che contano, e che rimarrà tale perché vi è un sentimento autodistruttivo che caratterizza questa parte di mondo, ovvero la migliore e la più forte. 

Il dramma è che di voci contro il coro ve ne sono sempre meno, nonostante vi siano deboli segnali in giro per il mondo sulla necessità di mandare in frantumi la vetrina del politicamente corretto: la vittoria di Donald Trump è un caso emblematico. Ma è ancora troppo poco, perché o capiamo che finire sull’elenco degli eretici deve esser considerata una medaglia al valore, o continueremo a temere per sempre la pubblica gogna.

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