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Perché non possiamo essere comunisti (e neanche socialisti)

In Attualità, Filosofia

Pochi giorni fa è ricorso l’anniversario della nascita di Karl Marx, un evento che è stato ampiamente celebrato in tutto il mondo occidentale, con citazioni, nuovi saggi, film e approfondimenti di vario genere. Al di là dell’aspetto ironicamente consumistico che hanno assunto molte di queste iniziative, l’occasione è stata utile per mostrare quanto il comunismo eserciti tuttora un fascino notevole e attiri proseliti e sostenitori. Sembra quasi che i fallimenti delle esperienze del socialismo reale siano stati dimenticati ed è impossibile non esserne preoccupati.

Personalmente, comprendo benissimo il fascino del marxismo. Cresciuto in una tradizione politica e culturale di sinistra, il comunismo e il socialismo sono stati per anni un mio punto di riferimento ideale pur avendone una conoscenza, in fondo, piuttosto superficiale. A 14 o 15 anni già sapevo che il socialismo reale si era rivelato un fallimento costoso e sanguinoso, ma non riuscivo a confutarne i principi: come si può ritenere sbagliata un’ideologia che vuole mettere fine all’ingiustizia che si osserva tutti i giorni nella società? Che spiega di mirare a un mondo diverso, dove nessuno soffra il freddo o la fame e dove l’aspettativa e la speranza di una vita migliore non siano condizionate dal Paese e dal ceto sociale in cui si nasce?

Sono arrivato per gradi a capire cosa c’era che non funzionava. Tanto per cominciare, lo studio della storia mi insegnava che l’umanità non aveva mai vissuto lunghi periodi di pace e benessere, sotto qualunque tipo di regime; e che gli episodi più feroci di ingiustizia o di violenza non erano per forza legati a dinamiche economiche, ma anche a divisioni etniche, politiche, religiose, ecc. Guardando poi alla storia del Novecento, la brutalità dello stalinismo o del maoismo rendevano evidente che l’ingiustizia in quei regimi non era stato affatto eliminata, anzi! Ed anche i Paesi socialisti meno violenti avevano una lunga storia di corruzione e di repressione della libertà. Se il marxismo funzionava, perché i regimi socialisti erano teatro di violenze e prevaricazioni? Ci si sarebbe aspettato che eliminando le disuguaglianze economiche la società sarebbe stata più giusta e libera, ma non sembrava che così fosse.

Ci doveva quindi essere, alla base dell’ingiustizia, qualcosa che andava oltre le differenze economiche. E l’osservazione della realtà intorno a me (anche solo la scuola e le sue dinamiche) ha fornito l’ultimo tassello: l’ingiustizia deriva dalla disparità di potere. Basta concedere una goccia di autorità a un individuo per generare oppressione e violenza, fisica o verbale che sia. Le disuguaglianze economiche o sociali possono contribuire, ma non sono il cuore del problema.

Marx non era uno sciocco e comprendeva il dilemma che ponevano gerarchia e potere; secondo la sua dottrina, dopo una fase iniziale di dittatura del proletariato l’umanità sarebbe passata allo stadio finale di società comunista, dove non ci sarebbero state più classi sociali né disparità economiche e di potere, e dove sarebbero state cancellate tutte le forme di ingiustizia.

Ci sono un paio di cose che non tornano in tutto ciò: punto primo, perché una tale società non è mai esistita? E poi, perché mai si dovrebbe passare da una dittatura per raggiungere questo felice stadio? Alla prima domanda, Marx rispondeva parlando delle sovrastrutture ideologiche, create dalla classe dominante, che dividevano o assopivano gli individui (“la religione oppio dei popoli”, come da famosa citazione). Alla seconda, con la necessità di eliminare appunto tale classe dominante e tutti i suoi ideologi e difensori, per livellare la società e cancellare ogni sovrastruttura.

Il problema è che le due risposte sono in realtà in contraddizione fra loro: la prima presuppone che gli uomini siano essenzialmente buoni e pronti a vivere in perfetta armonia ed uguaglianza; la seconda insegna che una parte degli uomini è assolutamente malvagia e decisa ad opprimere i propri simili. Se la prima risposta fosse vera, come potrebbero esistere disuguaglianze e ingiustizia? Perché la società umana non vive già in perfetta pace e fratellanza? Se fosse vera la seconda, come si concilia con la prima? E, più pragmaticamente, come si impedisce a questa minoranza di “malvagi” di sfruttare il resto dell’umanità?

Per rispettare le premesse logiche del marxismo, l’umanità deve essere composta di una massa di uomini buoni ma stupidi e di una minoranza di uomini intelligenti, alcuni cattivi e altri buoni. Solo in questo modo si può spiegare l’oppressione delle classi popolari e le possibilità di successo di una rivoluzione comunista. Il marxismo propone una visione estremamente elitista del mondo, ed incompatibile con la democrazia (o con l’anarchia).

L’unico modo, in una visione simile, di evitare che i “malvagi” opprimano i buoni è tenere i primi sempre sotto controllo. La società dovrà dunque essere dominata da una élite di uomini intelligenti e buoni, che soli possono proteggere la massa dai malvagi e garantire che la loro stessa stupidità non li danneggi: non vi potrà essere libertà, né uguaglianza di potere; ma, come abbiamo visto, in questo caso non potrà esservi neanche giustizia. E infatti i socialismi reali sono sempre state dittature, oppressive e corrotte come tutte le dittature.

Marx è stato un ottimo storico, ed un critico acuto del sistema capitalistico. Ma la sua visione politica è piena di contraddizioni e fallacie logiche e pone le basi per ingiustizia e oppressione; ed è per questo che deve essere rigettata interamente, anche a sinistra.

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