13 Reasons Why e come chi ha il monopolio della forza può far male

In Attualità, Filosofia, Società

È uscita da poco la seconda stagione di 13 Reasons Why, una serie che ha amplificato il dibattito del bullismo, della droga, del suicidio e, soprattutto, sulla responsabilità e sulle ripercussioni di certe azioni.

Vediamo tutto ciò nei film americani, dai festini ai ricatti e i “ci vediamo fuori” fra i tipici corridoi con gli armadietti, e non ci sfiora l’idea che avvenga anche in Italia, complice la mentalità secondo la quale l’uso della forza e dell’autorità è sintomo di grande personalità e di potere, come se si fosse su un piedistallo o un luogo altolocato che permette l’ammirazione altrui.

Lo vediamo sin dalla mattina prima che la campanella suoni l’ingresso, in quei dieci o venti minuti nei quali prendono forma i gruppetti che, generalmente, si dividono già secondo due categorie distinte: i fighetti e gli “sfigati” (con tutte le sfumature, fra i due gruppi). E, quando avviene qualcosa a scapito dei secondi regna l’omertà, tipica del nostro paese, in cui si grida all’onestà di fronte agli altri e si è menefreghisti quando si può evitare il confronto con chi detiene il potere, come il personaggio Bryce della serie TV, perché potrebbero esserci ripercussioni di ogni genere: dalla piccola vendetta allo sfottò pubblico.

In 13 Reasons Why si parla di violenza sessuale e minacce, ma anche di quell’atteggiamento diffuso che possiamo identificare come gossip o voci di corridoio, potenti come un mezzo di informazione e che come un mezzo di informazione diventano una vera e propria macchina del fango. Ciò che subisce Hannah Baker non è tanto insolito durante l’adolescenza.

Dire in giro che una ragazza è una puttana, scriverlo sui bagni della scuola, farlo sapere nei laboratori e ramificarlo in ogni angolo dell’edificio non è altro che la versione in piccolo di quanto avviene nella società civile, in cui i media non fanno più informazione, ma lotta fra bande e cittadini a colpi di insulti.

Un po’ di sana cultura dell’individualismo risolverebbe la questione, siccome né con la Legge né con la forza possiamo precludere la possibilità di parlare liberamente, fra cui dunque la possibilità di insultare, sparlare. La questione è prettamente culturale, poiché in una società in cui è usuale parlar male e dare adito alle malevoci, manca completamente il rispetto per l’Individuo, per il suo lavoro, per il suo essere.

Non si può fare niente che sia ritenuto immorale -come girare in minigonna- senza essere tacciati di danno allo spirito della collettività, non si può essere politicamente scorretti perché arrivano epiteti che vanno dal nazista all’ignorante, ma non si può nemmeno vivere onestamente senza che arrivi qualcuno per consegnarti alla gogna pubblica.

Ritornando al tema della violenza, dunque su qualcosa di ben più evitabile e limitabile, affermo -e spero che anche il lettore sia d’accordo- che l’omertà è più diffusa dei beni alimentari e del vestiario. Pubblica amministrazione e persone comuni diventano colpevoli allo stesso modo: appiattiscono l’errore ad uno spiacevole sbaglio (uno stupro diventa un fraintendimento da sabato sera o una deviazione culturale), relativizzano il bene e il male (in fondo, chi ha dato fuoco ai cassonetti e distrutto le banche aveva un po’ di ragione, no?), tollerano gli intolleranti fino all’estremo perché “bisogna essere mentalmente aperti“, non danno colpe definite perché sotto sotto la colpa è un po’ di tutti.

Il capitale civico è andato a farsi benedire, tutto ciò col patrocinio dello Stato che ha fomentato e tutt’ora fomenta il rispetto per l’autorità e per il potere nelle scuole, ponendo i docenti non come insegnanti, bensì come educatori morali e intoccabili giudici, innescando nei ragazzi l’idea che fuori dalla scuola il mondo sia composta da autorità e sottomessi. E così, come nella società troviamo lo Stato che si impone in maniera autoritaria e la mafia che tramite l’omertà sopravvive, nelle scuole troviamo i professori e i bulli, quest’ultimi insolenti che godono e si creano una comfort zone di popolarità ottenuta camminando sugli altri.

La seconda stagione di 13 Reasons Why punta subito allo scontro fra l’uso della forza e la Giustizia: perché queste due cozzano immediatamente? È lampante come l’uso della forza sia sempre sbagliato, sia quando si fa del male sia quando si pensa di fare del bene. L’unica eccezione è per la tutela della libertà, proprio così i cittadini sono legittimati a far uso della forza per evitare una coercizione ancor maggiore.

Se proprio bisogna insegnare qualcosa ai ragazzi, fra tutti gli insegnamenti moralistici inseriti fra un verso di Dante e un’equazione, è proprio il rispetto per l’alter, per l’Individuo in generale che ci si può trovare di fronte. Come potremmo quantificare l’annichilimento quotidiano che subiscono col bullismo molti ragazzini che hanno la sola colpa di non avere quell’aura di potere concessa da un sistema basato sull’omertà? Come potremmo difenderli senza intaccare altre libertà? Questi sono casi in cui, a differenza dell’uso della forza e della violenza in maniera fisica, abbiamo alcune difficoltà ad intervenire.

Sentiamo spesso di suicidi, o di quanto siano in aumento i casi di depressione. I collettivisti non aspettano altro che strumentalizzare la cosa per dire che è colpa della competizione, come se fosse il confronto sul merito il problema. No, il problema è proprio l’abuso della forza, l’abuso del potere, il continuo sbeffeggiamento nei confronti di chi non può avere un riscatto perché senza doti ammirate dai coetanei nell’adolescenza.

Affrontano sovente la questione restringendo tutto al solito “amiamoci perché siamo tutti uguali“, mai al “rispetta gli altri anche se sono diversi da te“.
Tutto ciò continuerà in una società in cui non conterà mai ciò che meriti, ciò che fai, ma semmai ciò che sembri e che riesci a conquistarti facendo rete o prevaricando sugli altri. Non basta la meritocrazia, come dimostrano gli Stati Uniti, in cui comunque ce n’è di più ma di abusi ce ne sono tanti lo stesso, bisogna cominciare sia dal basso sia dall’alto (questa, più improbabile, siccome chi ha il potere e la forza non rinuncerà mai) a rifiutare di concedere valore all’autoritarismo, sia a rinunciare all’omertà denunciandola quando la si riconosce.

Sarebbe il primo tassello di una lunga strada verso la civiltà, prima che -dopo anni di conquiste di libertà- si torni all’imbarbarimento per colpa di quel dannatissimo relativismo sociale, per cui il bene e il male sono concetti di poco conto.

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