Abbasso il reddito di cittadinanza: la ricchezza va prodotta, non redistribuita

In Economia

Sono uscito devastato dall’annuncio secondo cui Di Maio potrebbe diventare ministro del lavoro. La motivazione addotta dallo stesso Di Maio per giustificare questa assurda pretesa mi ha sconvolto definitivamente, facendomi cadere in un baratro di depressione e ansia. Ha detto il trentenne partenopeo che lui e solo lui merita di ricoprire quel ruolo perché “le regioni affette maggiormente da disoccupazione hanno votato il Movimento”. Sono un tipo che tende a non lasciarsi travolgere dalle apparenze, ma nel caso di Di Maio il modo con cui è apparso fin dall’inizio è poi risultato definitivamente esatto: una persona che non ha minimamente le carte in regola per proporsi come salvatore della patria, capace quindi solo di sventolare facili slogan demagogici presi in prestito – ça va sans dire – dalla sinistra. 

Finge di non sapere d’essere stato votato nel Meridione solo e soltanto perché si tratta di una parte d’Italia affetta, prima che dalla disoccupazione, da un assai discutibile modo di intendere l’impegno e il lavoro, facendo proprio quell’atteggiamento insopportabile chiamato vittimismo. E quest’ultimo diviene addirittura inaccettabile allorquando venga adottato da chi campa da decenni sulle spalle altrui. Credo basti ricordare l’esoso numero di forestali calabresi che contano oltre il doppio di assunti rispetto ai Rangers del Canada. O forse Di Maio crede la Calabria abbia un territorio così vasto da meritarsi un tal numero di addetti alla fauna e alla flora?

E dove c’è povertà, e dove c’è assistenzialismo, e dove c’è il vittimismo sbandierato come vessillo non può non esserci anche una massiccia dose di invidia sociale, ovvero quel sentimento che ti induce ad odiare chi può permettersi uno stile di vita migliore del tuo senza indurti però al contempo a rimboccarti le maniche per raggiungere il medesimo livello di benessere. Come potrebbe non prendere una valanga di voti chi, in quei territori, propone di azzerare ogni genere di privilegio dell’odiatissima casta, di diminuire gli stipendi ai parlamentari, sbandierando come cavallo di battaglia l’insulso reddito di cittadinanza, ovvero l’elargizione di una paghetta mensile a chi si trova in stato di disoccupazione? 

Questa loro ricettina tutta sinistra, tutta rivolta e tutta redistribuzione della ricchezza è folle perché si rivolge ad un’enorme fetta di elettorato a cui la politica dovrebbe limitarsi a garantire le medesime condizioni di partenza, per potersi elevare dando il meglio di sé, accordate a tutti gli altri. Lo stato di indigenza in cui versa un’enorme quantità di cittadini del Sud è evidentemente irrisolvibile se si prosegue nell’elargizione di denari pubblici sotto forma di reddito mensile per il sol fatto di vivere nella disoccupazione, concretizzandosi – questo sì – in un vero e proprio privilegio. Questo concetto è paragonabile alla situazione di fame in cui potrebbe trovarsi un qualsiasi povero: ebbene, il mio modo di pensare mi porta a ritenere più produttivo regalare a costui una canna da pesca che non un pesce con cui al massimo può sfamarsi sul momento.

E l’idea che questa somma di denari pubblici, circa 17 miliardi di euro, possa essere racimolata attingendo da quelle zone dell’Italia produttiva, come le regioni del Nord, rende il tutto assolutamente odioso. Si realizzerebbe, come ho detto poco fa, il sogno della sinistra che pensa d’essere Robin Hood: togliere ai ricchi per dare ai poveri, in un vortice di ideologia inarrestabile che avrà come unico risultato quello di non aver creato le condizioni minime affinché l’indigente possa risollevarsi dalla sua indigenza. E sarà lo stesso indigente che continuerà a nutrire la falsa speranza che togliere i soldi a chi ne guadagna molti più di lui sia meglio che guadagnarne. 

La ricchezza non va distrutta o ripartita tra più soggetti: la ricchezza va solamente prodotta, e chi risulta capace di quest’impresa merita di godersela a pieno. Il reddito di cittadinanza è sinonimo di vendetta, e il punto è che nessuno di noi si è macchiato di colpe tali da meritarla. Meglio l’inferno degli odiati avidi che il paradiso dei santi poveri.

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