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Boicottare i giornali è da talebani: viva la libertà!

In Attualità

Non ho mai capito il senso delle battaglie delle femministe Boldrini e Argento. O meglio, ho una mia lettura dei fatti che grosso modo spiega il tutto, ma che ovviamente non coincide con ciò che raccontano loro. Dico: c’è bisogno di definirsi femministe per ritenere le violenze sessuali un insieme di pratiche oscene da punire severamente? È necessario iscriversi a Non una di meno per considerare l’uccisione di una donna da parte di un uomo un atto meritevole di non meno di trent’anni di galera? Mi sembrerebbero contenuti condivisibili trasversalmente.

Dunque da dove viene la necessità di personalizzare le tematiche legate a questi fatti? Molto probabilmente, dall’assenza di altre idee così convincenti (si fa per dire) e così roboanti che possano attrarre con tale forza l’attenzione dell’opinione pubblica. Il tutto scade nell’ideologia, dunque una gabbia mentale che non presuppone l’accettazione dell’opinione dissidente e tantomeno del confronto con l’avversario. Non sostengono ciò che sostengono per convinzione e volontà di confronto, piuttosto per assenza di altre possibilità per emergere. Il dissidente, anziché rappresentare un salvagente per rimanere a galla nelle difficili acque della libertà di parola, rappresenta una pericolosa zavorra.

Bene: Filippo Facci e Simona Bertuzzi hanno commentato su Libero una sentenza americana che ha condannato a un miliardo di dollari di risarcimento una società di sicurezza perché un suo dipendente, anziché vigilare sui condomini di un residence, ha stuprato una quattordicenne. Facci scriveva che tale importo fa parte di una giustizia spettacolo, rappresenta un tassello di una giurisprudenza morale e che probabilmente lui per un miliardo di dollari sarebbe disposto a farsi stuprare: io lo seguirei a ruota. La sua collega sosteneva il contrario: quel miliardo è una rivincita contro tutti gli stupratori del mondo. Mi paiono opinioni diverse, munite di pari dignità. Un uomo è molto probabile che provi meno empatia, rispetto ad una donna, nei confronti di problemi e vicende che riguardano prettamente l’universo femminile. È quindi prevedibile una divergenza di opinioni su certe tematiche, e dovrebbe essere anche prevedibile una sana accettazione dell’idea divergente dalla propria perché, senza di essa, il contraddittorio alla pari che sostanzia un Paese libero va a farsi friggere. Tanto varrebbe discutere allo specchio.

Ebbene, le due paladine sono insorte contro Facci, contro Senaldi (direttore responsabile del quotidiano) e contro Libero stesso chiedendone il boicottaggio. Siccome un giornale è un’azienda, a casa mia boicottarlo significa spendersi per promuoverne il fallimento e la chiusura. È un organo di informazione che viene meno, con lavoratori che si trasformano in disoccupati e una serie di rotture di palle al seguito. Io credo nel mercato e ritengo che, come massima, un’azienda possa chiudere nel momento in cui non regga il confronto con le altre. Non vi è ragione perché un cadavere rimanga in piedi.

Sorvolando sull’entrata a gamba tesa dello Stato nella vita delle aziende italiane in fatto di imposizione fiscale e burocrazia, evento che fa saltare ogni nostra ideuzza liberale sulla vita e morte delle aziende, Libero è un quotidiano che, fin quando avrà un pubblico di lettori, avrà tutto il diritto di presentarsi in edicola per divulgare le opinioni dei suoi giornalisti. Se e quando non dovesse più avere sostenitori, sarà il suo editore a verificare le ipotesi in campo. L’idea pazzesca che un’azienda che fa informazione meriti la gogna, il boicottaggio e la possibile e conseguente chiusura, anzi censura, per un’opinione espressa da chi vi scrive è la cartina di tornasole che fa emergere le vere intenzioni del mondo femminista capeggiato da Boldrini e Argento: occuparsi del corpo delle donne mettendo in gabbia il cervello di tutti gli altri.

Non ricordo dirimpettaio di idee delle due signore che abbia mai osato chiederne la censura, segno che quelli che dovrebbero essere pericolosi fascisti o in alternativa misogini, sono nella realtà soggetti caratterizzati dal rispetto sostanziale che nutrono nei confronti del dialogo libero. E io sono talmente convinto di poter/dover godere di questo diritto, che metto persino in discussione anche le famigerate accuse di violenza mosse dalla signora Argento nei confronti di Weinstein, pretendendo da lei il rispetto per le mie obiezioni senza invocare il linciaggio che avrebbe come fine quello di zittirmi. E soprassiedo sulla questione della presunzione di innocenza e sul culto del sospetto alimentati da persone come loro: roba degna di un tribunale di talebani.

Dovessero leggere questo articolo, do loro modo di spendere qualche altra parola al vento: per me, una censura alla libertà di pensiero e di espressione è ben più grave e indigeribile di qualsiasi stupro. Ho il diritto di sostenerlo?

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