No alle delocalizzazioni: Lo Stato italiano chiede l’Articolo 18 per se stesso

In Attualità, Economia, Politica

Il  neo-ministro del lavoro e dello sviluppo economico (colpo al cuore) Di Maio ha di recente affermato che sarà impedito alle aziende che hanno ricevuto fondi pubblici di delocalizzare in altri paesi. Questa misura (impraticabile) porterebbe conseguenze negative alla economia italiana che tutti noi eviteremmo ben volentieri.

Se questa proposta venisse attuata, e gli enti statali continuassero ad elargire sussidi alle imprese come hanno sempre fatto e perciò verosimile, sarebbe un forte disincentivo agli investimenti in Italia con tutte le conseguenze immaginabile sul piano occupazionale e della crescita economica.

Un investitore estero (oppure italiano, la dichiarazione non era dettagliata) che aprisse un’azienda in Italia ricevendo all’apertura o successivamente fondi pubblici non avrebbe più l’opportunità di chiudere e perciò questo sarebbe un forte peso sulla profittabilità e redditiva dell’investimento. Molti degli investimenti non sarebbero più convenienti e perciò non verrebbero più effettuati o semplicemente verrebbero effettuati all’estero anticipando gli effetti che si vorrebbero evitare con questa proposta (delocalizzazione precoce).

Con un grosso MA: nessuno se ne accorgerebbe. Infatti ogni qualvolta una imprese annuncia chiusura o delocalizzazione sindacati, lavoratori, televisioni, giornali e esponenti politici se ne occupano per svariate ragioni ponendo la questione nel dibattito pubblico (ex Caso Embraco). Con questa fantasiosa norma molte imprese nemmeno investirebbero in Italia e si potrebbero persino vedere nel futuro esponenti politici vantarsi della diminuzione di proteste sindacali.

Grazie al piffero, non ci sono né imprese né lavoratori. Questa norma ha effetti sugli investitori che vogliono venire in Italia simili a quelli che ha l’Articolo 18 sui datori di lavoro che vorrebbero assumere dipendenti: un’ipoteca sul futuro che blocca l’iniziativa economica, la creazione di ricchezza e l’assunzione di nuove persone.

Questo atto di “sovranismo economico” (con le conseguenze già viste) mi sembra del tutto impraticabile per due ragioni che dovrebbero essere più o meno evidenti alle forze politiche:

  • La Costituzione vieta le norme retroattive, e imporre una restituzione di somme versate in passato quando non era vigente la norma in questione si configurerebbe (a mio modestissimo parere di non giurista) come tale.
  • Impedire la delocalizzazione è inverosimile, si bloccano le persone all’interno dell’azienda a lavorare? Non si accettano più i prodotti di una azienda che è andata (scappata) all’estero? E se si trasferisce nell’UE come si può fare? Si nazionalizza?

Il problema del non problema sta nella politica interventista degli enti locali e dello Stato che continua a sussidiare aziende che non stanno in piedi sulle proprie gambe o che vogliono scappare, in entrambi i casi i sussidi sono soluzioni sbagliate e temporanee. Se la azienda vuole andare all’estero deve essere libera di farlo e se è profittevole deve esser lasciata chiudere senza che le tasche dei contribuenti ne soffrano.

Per ritornare a coloro che hanno espresso la loro determinazione ad opporsi al “governo liberista” (smettetela di ridere), vi pongo un mio vecchio post sul caso Embraco in cui le posizioni del governo di allora sono le stesse del governo di oggi.

“Vorrei porvi una mia riflessione sul caso Embraco in cui penso potrete trovarvi d’accordo su moltissimi punti. Riassunto veloce dei fatti:

Embraco fa parte del gruppo Whirlpool, opera in Italia da diversi anni producendo motori per frigoriferi (più o meno), nel corso degli anni ha ricevuto parecchi fondi pubblici da vari enti per rimanere sul territorio e mantenere il livello occupazionale (il termine mantenere è incredibilmente adatto a questa situazione). A fine 2017 decide di trasferire praticamente la totalità della produzione italiana in Slovacchia dove ha già la gran parte della produzione e il suo principale polo produttivo. A seguito di questa decisione il governo interviene per risolvere il problema dei lavoratori. E qui inizia la battaglia Calenda vs libero mercato. Calenda, sempre stato pro libero mercato, come si evinceva dalle sue dichiarazione e dagli attacchi ai protezionisti, accusa la Slovacchia di favorire lo spostamento di Embraco con una fiscalità agevolata (quella che gli è stata garantita negli anni anche in Italia) e porta la questione alla Commissione Europea (senza nessuna prova). Per rimediare al problema delle delocalizzazioni cosa attua il nostro ministro:

1) Fondi (20 Milioni, 40000€ a dipendente circa) per il mantenimento dei dipendenti Embraco fino a fine 2018 (assistenzialismo ulteriore ai sussidi di disoccupazione che ci sarebbero comunque stati)

2) Fondi (200 Milioni) per combattere la delocalizzazione con un decreto d’urgenza del Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) per mantenere le aziende che minacciano di trasferirsi all’estero (misura vagamente protezionistica e controproducente dato che sarà d’incentivo a porre la minaccia del trasferimento per le multinazionali)

A questo punto la mia domanda, cosa è successo a Calenda?”

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