Prontuario (semi)serio su ciò che non si può dire ma che dovremmo fare

In Attualità

All’indomani del nuovo, sebbene previsto, scandalo lessicale per un uso inappropriato e politicamente scorretto della così detta lingua italiana vorrei concedermi e concedervi un prontuario (semi)serio su voglie recondite che mi sconvolgono il ventre ma alle quali non posso mai dare ascolto.

Giornalisticamente pazzerello e culturalmente scorretto, sogno di vedere in prima serata su Mamma Rai, preferibilmente su Rai 3, un documentario girato da Gad Lerner sull’insostenibilità dei campi rom in Italia: interviste alle donne sdentate, ai padri nullatenenti sui Mercedes, agli adolescenti bulletti e ladruncoli e, soprattutto, ai residenti incazzati che ambiscono ad appiccare il fuoco alla baracca. Vorrei vedere, dopo, il conduttore di destra (perché Lerner è stato rapito dal capo rom) dire pacatamente che in un paese civile le autorità farebbero un inventario di quella brava gente così da sapere con certezza chi di questi amici rom dovrà essere rimpatriato verso la terra dei padri.

Vorrei del sano realismo e vorrei sentire il rabbino pronunciare le parole l’islam-è-la-nostra-minaccia, scuoterlo e dirgli di iniziare a spendere tempo e parole per le battaglie serie e vere. Perché mi sono sinceramente stufato anche delle giornate-tipo-dove-la-critica-è-vietata. Cristo santo, durante la commemorazione dei martiri delle foibe gli amici dei centri sociali ci ammorbano coi loro striscioni pro-maresciallo Tito: non possiamo godere della medesima libertà d’espressione?

Mi piacerebbe anche intervistare quel “bravo” ragazzo di Alessandro Limido, leader dei Do.Ra. di Varese di cui ho apprezzato la voce a La Zanzara, e pubblicare un articolo a nove colonne in cui, senza censure, riporto il suo apprezzamento verso i signori Hitler e Himmler quali lungimiranti statisti, anche se non sarei per nulla d’accordo. Sogno che dopo questa storica impresa, l’ordine dei giornalisti mi contatti per stringermi la mano: uso corretto della famosa libertà d’espressione.

Ripreso dalla sbornia e dai festeggiamenti, vorrei passare il giorno successivo saltellando da un talk show all’altro, urlando in faccia ai Fazio e ai Formigli e agli umanitaristi filantropi appena rientrati dall’Erasmus che io sono come il cinico avvocato del film Carnage, e il loro amore e i loro sorrisi e le loro bandiere arcobaleno e il loro ritmi africani mi fanno solo venir voglia di iscrivermi al Ku Klux Klan. Cosa che non faccio perché ho l’onore di definirmi liberale, e indossando quel cappuccio cesserei di esserlo, ma mi dolgo del fatto di non godere in astratto di tale libertà. 

Ah, a proposito di feste e festeggiamenti, mi accodo a Luigi Mascheroni: voglio anch’io partecipare ad un party nella Reggia di Caserta a base di ostriche, champagne e puttane pagato da una multinazionale americana senza dovermi poi sorbire i sermoni di Settis che su Repubblica tuona contro l’ingresso dei privati nella valorizzazione dei beni culturali.

I soldi non sono lo sterco del diavolo, e chi lo sostiene è, alternativamente, un ricco ipocrita oppure un povero incapace. Vorrei anche poter dire, durante un confronto col neo ministro del Lavoro da Bruno Vespa, che detesto il suo reddito di cittadinanza poiché consiste in una paghetta regalata a chi è ammorbato da sempre dalla non voglia di lavorare. Aggiungendo anche che le imposte non devono più essere progressive bensì regressive: chi produce deve pagare meno di chi non combina un tubo in tutto il giorno, e voglio potermene sbattere dei problemi di una fetta di paese in cui le mafie producono più degli onesti.

Desidererei ardentemente che il Cav riproponesse per una sola sera un bunga-bunga: voglio parteciparvi girando un reportage su “L’uso corretto della propria libertà e del proprio corpo” e trasmetterlo poi su Rai 3 dei Santoro e dei Travaglio e della Santa Inquisizione di qualche anno fa senza dovermi poi sorbire le lamentele stupide e moralistiche della Zanardo riguardanti il-corpo-delle-donne. Non limiterò la sua libertà di critica, è ovvio, ma in tal caso vorrò risponderle ricordandole i tribunali dei talebani  e i burqa e le lapidazioni delle adultere all’interno degli stadi di calcio: cara femminista, vi è una parte di mondo che apprezza lo spettacolo di una donna presa a sassate fino a che morte non sopraggiunga, e voi dovreste ringraziare Iddio d’essere nate nella fetta di mondo dei Weinstein e dei Trump e dei Berlusconi, poiché sono proprio le persone libertine come loro che vi stanno salvano dalle gabbie di stoffa chiamate burqa.

Vorrei poter dire tutto questo senza poi trovarmi Asia Argento attaccata alla lingua e la categoria che rappresenta appesa alle gonadi. E poi vorrei appiattirmi su quanto detto da Filippo Facci, secondo il quale, commentando il risarcimento di un miliardo di dollari avvenuto negli Usa per uno stupro, per una cifra del genere, dopo una prima valutazione, potremmo seriamente pensare di farci stuprare, e che comunque una sentenza del genere indurrebbe una miriade di donne a millantare stupri e violenze, ché tanto questa è materia untouchable.

Visto che ci siamo, vorrei poter aggiungere che il multiculturalismo è una cagata pazzesca, che Michele Serra adora sentenziare per il popolo dal suo attico milionario, che Saviano è un imbonitore insopportabile e che della sua bandiera dell’antimafia militante e iper corretta, che lo ha incoronato censore unico delle coscienze, non so proprio cosa farmene. Carta igienica? Forse. 

Far leggere a scuola, assieme a Manzoni, la trilogia della Fallaci sull’islam con annessa interpretazione del Corano  e un monito per i genitori degli alunni musulmani: questa cultura, la cultura italiana che è  liberale, garantista, laica e molto altro ancora è infinitamente più civile e aperta della vostra, e dunque se non dovesse andarvi a genio nessuno vi chiederà di rimanere.

Vorrei scriverne una dozzina di editoriali come questo, vorrei poterli leggere in mondovisione di fronte all’imam di turno che, incazzato, perde le staffe e mi dà del razzista, e a quel punto gli risponderei che non sono affatto razzista, ma odio il suo odio che non è lecito odiare. Odio l’intolleranza che incarna, odio i suicidi miei compasani che gli lisciano il pelo anziché mandarlo a quel paese e soprattutto odio la fighettaggine, perdonatemi la licenza lessicale, dei politicamente corretti. Non avrò mai la forza di tollerare la loro intolleranza, ma intanto adesso mi son tolto un discreto sfizio.

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