L’insopportabile moralismo su Cristiano Ronaldo

In Attualità, Economia

Cristiano Ronaldo è stato acquistato dalla Juventus, e questo non è un giornale sportivo. Dunque la vicenda risulta interessante ai nostri occhi per una questione collegata alla compravendita del giocatore portoghese che consiste nello stracciamento generale e condiviso di camicie da parte degli operai della FCA (non tutti, ovviamente) e dall’Unione Sindacale di Base dello stabilimento di Melfi.

L’inizio del comunicato del sindacato renderà tutto più chiaro: “Di fronte a tanta iniquità non si può che scioperare”.Iniquità, ovvero assenza di equità, ovvero assenza di coscienza e di bontà nella scelta della dirigenza della Juventus e della famiglia Agnelli nell’acquisto di Cristiano Ronaldo. E in che modo? Sentite qui:

“È inaccettabile che mentre ai lavoratori di Fca e Cnhi l’azienda continui a chiedere da anni enormi sacrifici a livello economico la stessa decida di spendere centinaia di milioni di euro per l’acquisto di un calciatore”.

Non scaraventate via computer o cellulare, abbiate pazienza e aspettate la parte forte:

“È normale che una sola persona guadagni milioni e migliaia di famiglie non arrivi alla metà del mese? Siamo tutti dipendenti dello stesso padrone ma mai come in questo momento di enorme difficoltà sociale questa disparità di trattamento non può e non deve essere accettata”

E dunque, per le ragioni addotte, l’Unione Sindacale di Base ha indetto sciopero da domenica 15 luglio a martedì 17.

La situazione è effettivamente drammatica, ma non per il calo di produzione e i famosi sacrifici chiesti agli operai (sarà vero? Io non ho mai sentito una sigla sindacale elogiare il lavoro del famigerato padrone) piuttosto per le assurdità contenute in questa sorta di lettera minatoria. E per lettera minatoria non intendo una lettera scritta da dei minatori, ma da gente ideologicamente e affettivamente rimasta ancorata a pensieri e situazioni vecchie di decenni e che gridano “al lupo, al lupo” ogni volta che possono, finendo per rimediare delle figure oscene. 

Partiamo da un presupposto, da un concetto chiave: nessuno di noi è uguale a chi ci sta attorno.
Le differenze non riguardano soltanto caratteristiche fisiche, bensì anche e soprattutto peculiarità caratteriali e di capacità. È di conseguenza impensabile che migliaia di persone, le quali ricoprono oltretutto ruoli diversi all’interno della società, siano passibili dei medesimi trattamenti e riconoscimenti, sia sotto un punto di vista qualitativo che quantitativo.

La protesta idiota nei confronti di chi guadagna “in un mese quanto cento operai guadagnano in un anno” è stata più volte fatta nei confronti di Marchionne, manager di altissima qualità che di posti di lavoro ne salva e ne crea. E secondo questi soloni del socialismo scientifico, la capacità uniche di un manager di livello mondiale dovrebbero essere retribuite al pari di quelle di un operaio che, non per colpa sua ma neanche per colpa nostra, è uno dei tanti.

Di conseguenza, o la proprietà dà milioni di euro all’anno ad ogni operaio, oppure ne dà 1200 al mese anche a Marchionne, con l’unico risultato possibile che consiste nella soddisfazione dell’operaio e della moglie coi bigodini in testa i quali godranno del fatto che nessun altro ha più soldi di loro. Appagamento della loro invidia. Livellamento verso il basso. Incapacità di mandare a quel paese i fannulloni e i capricciosi, insegnando loro che l’unico modo per diventare ricchi è produrre ricchezza, non certo quindi togliendone ad altri o impedendo ad altri di produrne. 

La protesta contro una proprietà che decide di utilizzare il proprio capitale come meglio crede è grottesca. Si parte dal presupposto che certe spese siano inutili perché solo “loro” possono permettersele. Di inutilità viviamo tutti noi, altrimenti saremmo degli animali che si accontentano di vivere mangiando, bevendo e “scopando” ogni tanto. Ognuno dei qualsiasi inutili oggetti che ci circondando e che rappresentano il famigerato consumismo rende la nostra vita migliore.

È innegabile, e chi lo nega è un bugiardo. Dunque uno dei proprietari della FCA potrebbe aver voglia di acquistare una barca da qualche milione di euro per andare in Sardegna a spender soldi in bottiglie e ostriche, ma poiché quel danaro deriva dai dividendi da lui percepiti, i quali a loro volta derivano da quanto la sua azienda produce e vende, egli non avrebbe il diritto di usare quel danaro come meglio crede perché alla sua origine vi è il lavoro di chi la barca non può permettersela.

La situazione di questo esempio è sovrapponibile a quella di Cristiano Ronaldo acquistato dalla Juventus. La quale, per altro, si sobbarcherà autonomamente l’onere della spesa senza tirar nel mezzo l’azienda degli Agnelli, che non potrebbe comunque intervenire con danaro proprio in virtù di certe regole sul così detto FairPlay finanziario. Ma il bello del capitalismo e dell’economia di mercato è che chiunque può decidere di metter su un’azienda, farla ingrandire trasformandosi in un uomo ricco.

Persino quell’operaio e la sua moglie coi bigodini e la vestaglia di flanella. Chi si incazza perché qualcuno ha molti soldi mentre lui si limita a dichiarare 15mila l’anno dovrebbe prendere coscienza del fatto che quei 15mila euro annui non derivano dalla stronzaggine del padrone che se la spassa sul panfilo, bensì solo ed unicamente dalle sue limitate capacità. Limitate e quindi non scarse: semplicemente non sufficientemente sviluppate per partorire idee geniali che produrranno utili milionari. 

E il paragone tra Cristiano Ronaldo, un calciatore, e gli operai che assemblano automobili: siamo alla follia e alla tardiva lotta di classe. Oltretutto, non sfiora minimamente la mente degli illuminati sindacalisti che l’acquisto del calciatore, che per inciso sarà utilizzato per pubblicizzare le auto della FCA, sia un’ottima strategia di marketing: abbinare un prodotto ad un personaggio famoso e brillante rende tale bene più appetibile, generando un circolo virtuoso di cui godrà anche il singolo operaio.

La realtà però non interessa alle sigle sindacali, perché loro hanno i libretti con le regolette scritte, i manualetti con le massime da rispettare, hanno sempre grandi paternali pronte per essere impartite a chiunque, affetti come sono da un moralismo insopportabile che mai ha tenuto della realtà concreta e perennemente in movimento in cui si trova il mondo dell’imprenditoria. Si limitano ad odiare la ricchezza e la proprietà privata, sia dei mezzi per produrre un bene, sia e soprattutto dei quattrini che ognuno poi si mette in tasca.

L’idea che debba essere stilato un codice comportamentale etico (sulla base di quali idee? Partorite da chi? In virtù di quale senso di giustizia? Quella sociale, dicono. E chi cavolo ne stabilisce i confini?) sulla cui base ognuno di noi dovrebbe modellare la propria condotta è un obbrobrio e uno squallido tentativo di ghigliottinare la libertà individuale di fare della propria vita cosa crediamo meglio. Magari creando una polizia della morale e dell’etica col compito di sorvegliare che nessuno di noi esageri, sia sopra le righe, ovvero sia troppo.

Il punto è che è proprio quel “troppo” ad aver permesso a questa fetta di mondo di divenire grande e migliore. Il punto è che l’avidità di ogni cosa ha permesso all’uomo di andare sempre oltre conquistando capacità e conoscenza uniche e importanti. L’avidità di denaro dell’imprenditore che vorrebbe che la produzione andasse avanti anche di domenica è paragonabile all’avidità di conoscenza dello scienziato che vuol riuscire a debellare del tutto il cancro. È la bramosia di essere i migliori e di non fermarci mai che rende (o che renderebbe) questo paese competitivo e all’avanguardia.

L’uguaglianza è un concetto buono per chi nella vita sa ciabattare per casa con bigodini e vestaglia di flanella pensando a quanto sia ingiusto un mondo cui c’è qualcuno che guadagna tanto. Se non posso essere ricco, allora non deve esserlo nessuno, ci dicono. Applicassimo il medesimo criterio all’intelligenza di chi partorisce queste iniziative, vivremmo in un mondo di idioti.

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