Solo l’astensionismo salverà l’Italia

In Politica

La politica vive, oggi in special modo, sulla base di molti assunti. Alcuni sacrosanti e fondamentali, frutto di battaglie e rivoluzioni illuministiche che sono alla base della nostra società. Ma tanti altri “dogmi” che abbiamo sempre creduto veri, sarebbe ora che venissero quantomeno messi in discussione.

Lo dico chiaramente: sono un fan sfegatato dell’astensionismo. Eppure, ogni volta che si avvicina il giorno in cui le urne avranno il compito di vomitare la loro sentenza, comincia la corsa al recupero degli intenzionati all’astensione. I politici cominciano a fare concitati appelli al voto, perchè “votare è un dovere da cittadino” o perchè “una scheda bianca è un voto ai soliti”.

Questo disperato tentativo di conversione del cittadino da astenuto a votante è spesso un esempio di necessaria ipocrisia politica, poichè nessun politico invita gli astenuti a votare e basta. Invita a votare per il proprio partito, come è naturale e giusto: nelle dinamiche elettorali il fine giustifica i mezzi, e il fine è avere quanti più voti possibile per poter fare ciò che si ritiene giusto per il Paese. Ma il risultato è che un elettore che è sulla serena via dell’astensione si trova assalito da appelli e preghiere che vengono da ogni parte e che lo convincono non a votare qualcuno, quanto invece a votare e basta.

Tutti mi dicono di votare perchè è importante, quindi voto”. La percentuale di votanti dell’ultima ora non è contata da nessuna statistica, ma basta parlare con la gente nei bar, per strada o al supermercato per rendersi conto che molto spesso è più il senso del dovere di andare a votare a portare i cittadini con la tessera in mano nelle aule di scuola, che la convinzione in questo o quel partito. C’è chi vi dirà che ha scelto per chi votare in auto, mentre andava al seggio, chi mentre aspettava di poter firmare, chi invece in cabina elettorale.

Questo cosa comporta? Che cresce sempre di più una categoria di persone che vota con leggerezza e senza esserne convinta. Vota senza essersi informata, senza aver seguito le vicende politiche degli ultimi anni, senza aver conoscenze basiche di economia, di filosofia dei diritti o di politica internazionale. E quello che è più grave è che ne è pienamente consapevole, ma dato che chi se ne intende invece di politica ha detto di andare a votare lo stesso, finisce per dargli retta. Il risultato è che chi invece ha idea di come funzioni uno Stato vive in balìa di una massa di disinformati che si vergognerebbero di non andare a votare.

Ora, vanno charite due cose. La prima: non si può fare una colpa a nessuno del non essere informati o di non seguire la politica. Partecipare alla vita politica di un paese è un diritto, non un dovere. E in uno Stato liberale deve essere sacra ed inviolabile la libertà di potersi interessare tutta la vita al calcio, alla musica, ai libri di fantascienza o a non so che, senza mai voler anche solo sentir parlare di debito pubblico, spread, politiche comunitarie e concorrenze dei mercati globali. La meraviglia dello Stato liberale è che ognuno può decidere in cosa impegnare il suo tempo e la sua passione.

Ma questo porta a un problema enorme: per quanto detto prima, chi appartiene alla categoria appena descritta talvolta va a votare, perchè se ne sente in dovere, e questo non porta che a una massa di votanti disinformati e dunque dannosi. Converrebbe perciò che questi non votassero. Nel mio piccolo mondo ideale, non vota che un 10% della popolazione, se non meno. Ma di certo non si può precludere il voto a nessuno, in uno Stato liberale che si rispetti. Non ammetto strampalate idee che si sentono talvolta su patentini di voto o test di conoscenza generale per poter accedere alle urne. Tutti, se vogliono, devono poter votare.

E allora come si può risolvere questo problema? Solo per una via: è necessario che si crei una coscenza generale di autovalutazione che porti il cittadino a interrogarsi su quanto informata sarà la sua scelta.

E bisogna che qualcuno, nel panorama politico o quantomeno intellettuale, dica una volta per tutte: votate se sapete cosa state votando. Se avete seguito le vicende politiche degli ultimi quattro anni almeno. Se sapete come funziona uno Stato, se avete confrontato ragioni e torti di tutti i candidati. Se ne conoscete le correnti e i precedenti.

Se avete sentito i comizi, le interviste e se avete letto giornali di tutti gli schieramenti. Se capite un po’, non necessariamente tutto, ma un po’ di economia, di storia e di logiche parlamentari. Non è un dovere votare, e i vostri antenati non hanno dato la vita perché voi oggi votiate, ma perché voi possiate scegliere se farlo o meno.

Hanno dato la vita per permettervi di fare il bene della comunità e contribuire al suo sviluppo. E se avete, a ridosso delle elezioni, letto superficialmente i programmi, o avete sempre sentito solo una radio, letto solo un giornale, seguito sui social solo gli esponenti di uno schieramento, fate il bene del vostro Paese: state a casa. È un atto di immenso coraggio e spirito civico.

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