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Anni Sessanta. Inizia il Socialismo Economico

In Attualità

L’anno scorso il “Daily Mail” cominciò a lodare l’Italia parlando di “miracolo economico”. Quest’anno il “Financial Times” dà l’Oscar del delle monete alla lira. Grazie a Fellini siamo diventati per il mondo intero il Paese della “Dolce Vita” […]. Un progresso c’è stato, ma non piace ai nostri progressisti. Essi, contrariamente agli allenatori di calcio, vogliono cambiare la squadra che ha vinto […]. La gente sta meglio, ma la “dolce vita” è immorale. Troppi consumi privati, dicono i moralisti, pochi consumi pubblici.

Così Sergio Ricossa racconta l’Italia degli anni sessanta, dei primi anni sessanta. L’Italia viveva un Boom Economico straordinario. Un Boom Economico spontaneo, quasi inaspettato dai politici che governavano l’Italia. Ma secondo la classe dirigente dei primi anni sessanta, quel benessere non era ordinato, non andava nella giusta direzione. Tendeva troppo per i gusti privati, piuttosto che per soddisfare esigenze collettive. Pertanto un aspetto già carente, come le infrastrutture, non era una colpa della politica, ma degli stessi cittadini che pensavano solo ai propri comodi.

Non era solo un problema di pochi consumi pubblici, ma anche del fatto che si stava assistendo ad una scarsa redistribuzione dei redditi, nel quale pochi si arricchivano e tanti sopravvivevano economicamente. Il segreto del Boom Economico, secondo queste persone, erano i salari bassi, dimenticando che se i cittadini di una nazione non sono ricchi, è molto difficile che la nazione stessa possa considerarsi “in crescita”.

Pertanto, si diffonde l’opinione che la ricchezza di una nazione doveva essere manovrata, coordinata, ordinato (trovate voi la parola perfetta). Le forze politiche che portavano avanti questo pensiero erano sempre più prevalenti in Parlamento. Non solo la Democrazia Cristiana che aveva al suo interno come forza maggioritaria la corrente socialista INIZIATIVA DEMOCRATICA di Amintore Fanfani (come dimenticare la sua frase celebre “se il cittadino ha un problema, lo Stato glielo deve risolvere”) e di Aldo Moro, Mariano Rumor, Benigno Zaccagnini, Luigi Gui, Emilio Colombo; ma anche il fatto che il Partito Socialista (che entrerà nel governo Moro, nel 1963) e il Partito Comunista Italiano erano delle forze politiche sempre più forti e prevalenti, ottenendo complessivamente 253 seggi alla Camera dei Deputati e 122 seggi al Senato, contro i 260 e i 126 della Democrazia Cristiana.

Quindi la ricchezza doveva essere “governata”, pertanto si iniziò a parlare di nazionalizzare, proporre Commissioni per la programmazione economica, rafforzare i sindacati, istituire le regioni. Iniziò ufficialmente con il 1962 il Socialismo Economico in Italia, poiché la ricchezza doveva essere governata dai partiti socialisti, a favore di chi aveva un salario particolarmente basso, pertanto occorreva rafforzare il raggio d’azione, prima i sindacati, poi le regioni (da non dimenticare le famose regioni a subcultura rossa, come Emilia Romagna e Toscana…). A proposito dei bassi consumi pubblici, si inizia a “statalizzare” qualsiasi settore che opera nella collettività, in primis l’elettricità.

Il Socialismo economico iniziò negli anni sessanta ed è ancora nettamente prevalente rispetto al libero mercato ancora oggi, nonostante siano cambiate tante cose, tanti presidenti del consiglio e tanti partiti politici. Probabilmente, il concetto che la ricchezza debba essere coordinata, pensiero diffuso alla fine degli anni cinquanta, è ancora prevalente in Italia. In realtà che questo tipo di politica avrebbe contribuito all’attuale declino italiano, poteva essere notato sin da subito, con l’inflazione iniziò a crescere velocemente e con i capitali che iniziarono a scappare a gambe levate all’estero.

Ma che l’opinione nel quale “la ricchezza doveva essere governata” era ormai prevalente, si poteva notare dal fatto che il ceto medio-basso non chiedeva più una casa, non chiedeva più medicine, non chiedeva più cibo per mangiare, ma iniziava a chiedere una lavatrice, automobili e così via.

Ma la cosa davvero paradossale era ciò che che in realtà era un problema, veniva considerata come la soluzione ideale da adottare e da rafforzare. Il problema non era l’economia pianificata, non era la ricchezza governata, ma che l’economia non era ancora abbastanza pianificata, ma che la ricchezza non era governata abbastanza bene. Ma dall’altronde il socialismo economico non conosce limiti, vuole fare sempre di più, dimenticando che più fa e più danni procura alle persone.

 

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