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Il mercato ha fallito, è morto e noi l’abbiamo ucciso

In Filosofia

Sì, il mercato ha fallito una volta sola, ed è stato un colpo durissimo. Può sembrare allarmismo per chi crede nell’infallibilità del mercato, in compenso potrà non sembrare abbastanza ai suoi detrattori: ma il mercato ha fallito perché noi l’abbiamo ucciso.

Fra poche righe cercherò di essere meno criptico, abbi pazienza, ho due premesse da aggiungere prima di continuare.

Non lo abbiamo ucciso esattamente noi, noi che perlomeno abbiamo capito che il mercato non è un ente pensante che si autoregola in quanto intelligente, bensì è l’insieme delle interazioni economiche che avvengono fra individui. (Insomma, così come la circonferenza è il luogo dei punti equidistanti da un punto fisso…)

Non è un concetto difficile, anzi, è banalissimo, eppure sfugge a chi la spara grossa con affermazioni del tipo: “I neoliberali sono servi del mercato! ” e “Il mercato ci controlla tutti!” o ancora “I poteri forti comandano i mercati!“.

Ecco, anche io che non sono un laureato in economia riesco a capire che non si può essere servi delle azioni economiche di miliardi di individui, così come non si può essere controllati da esse, né è possibile che qualcuno manipoli le azioni di questi miliardi di individui senza il loro consenso. O, meglio, tutto ciò è possibile per mezzo dello Stato, tanto che in Cina il governo centrale controlla davvero le azioni di miliardi di individui, ma non vorrei essere noioso divagando su quanto sia inutile chiedere allo Stato di eliminare i poteri forti dei mercati finanziari, quando lo stesso Stato è il più pericoloso potere forte in grado di opprimerci.

Il mercato ha fallito, rieccoci in tema, ha fallito perché per funzionare bene bisogna assumere che le persone che interagiscono fra loro siano razionali e intelligenti, l’errore è stato nel fidarsi dell’intelligenza degli umani. A riprova del fatto che gli umani non sono innatamente intelligenti, basti vedere quanti voti prendono i partiti socialisti e collettivisti: superano il 50%!

E se il mercato, tornando alla definizione iniziale, è l’insieme delle azioni economiche degli individui, allora buona parte del mercato è in mano agli idioti.

Usare la libertà di scelta per votare un partito che vuole opprimerci non è un uso corretto di tale libertà, non lo è nemmeno quando si sceglie un prodotto per moda anziché considerando tutti i vari fattori. “Ma come, tu che sei liberale stai criticando le libere scelte altrui?” mi si dirà. Sì, critico quelle scelte, le critico perché sono inconsapevoli, inautentiche, superficiali. Le critico perché abbiamo un cervello e con esso la virtù della Ragione, dunque non siamo liberi di essere stupidi.

Ci siamo fidati troppo di lasciare la libertà a chi non voleva farne uso come si deve. Dobbiamo togliergliela? Oddio, no! Bisogna dare il giusto contrappeso alla libertà, ce n’è uno che le fa da compagno naturale e di solito viaggia a braccetto con essa, ma che sembra venga sempre lanciato ad altri come una patata bollente: la responsabilità.

Non è impensabile: se sei libero di fare ciò che vuoi, devi anche essere consapevole che solo tu, e nessun altro, pagherai i tuoi errori.

In un bel libro che ho letto c’è un personaggio, un grande imprenditore, che azzecca ogni investimento, un vero genio che sa dove, quando, come e perché investire; questo personaggio viene venerato e preso come fonte più che affidabile in ogni contesto, nessuno osa metterlo in discussione considerandolo un’autorità indiscutibile. Ad un certo punto, di proposito, compie un investimento fallimentare, perde un pezzetto del suo patrimonio, ma fa crollare decine o centinaia di investitori che lo avevano imitato fidandosi per induzione.

Eccola, l’induzione, un altro degli errori peggiori commessi dagli individui che non si mettono mai in discussione,  viene ben espressa con l’esempio del tacchino induttivista di Popper: un tacchino viene sempre sfamato dal padrone, questi si prende cura di lui per ogni bisogno, lo accudisce, gli dà sempre da mangiare con puntualità, lo difende dalle intemperie. Va avanti così per dieci mesi, mettiamo trecento giorni. Al trecentounesimo giorno il padrone gli taglia la testa e gli riempie lo stomaco di castagne per festeggiare il Ringraziamento. Il tacchino aveva pensato, per induzione, che il trecentounesimo giorno sarebbe stato uguale al trecentesimo.

Va bene, quello era un tacchino, non possiamo pretendere molto da un tacchino, vero? Eppure, per assurdo, miliardi di persone in questo mondo si comportano come quel tacchino: vivono di abitudini, cercano continuamente sicurezze e ripetizioni, si incastrano negli schemi mentali di una comfort zone e non osano, non cercano il nuovo, prendono sempre lo stesso prodotto, frequentano sempre gli stessi negozi, parlano sempre con le stesse persone.

Questo è il fallimento dell’umanità e, di conseguenza, del mercato: aver lasciato che le persone si dimenticassero di essere individui e iniziassero a vivere come ingranaggi di un grande sistema.

Un sistema del genere non è altro che mediocrazia, in cui regna il più mediocre, in cui il prodotto più venduto non è il migliore, il più buono, il più efficiente, il più aggiornato, il più bello, ma quello che va di moda o che si è sempre comprato; è un sistema di omologazione, giacché coloro i quali compieranno scelte non ragionate tenderanno tutte a fare la stessa scelta e a seguire la massa, come pecore, anziché i propri gusti, le proprie necessità, il proprio bene.

Questo è il sistema che oggi, noi individualisti, combattiamo.

Combattiamo giorno dopo giorno per distruggere le barriere che continuano a crearci attorno per limitare le nostre libertà, combattiamo per far sopravvivere l’ingegno e l’industriosità umana, combattiamo per un mondo libero. Il mercato ha fallito, è morto e i collettivisti lo hanno ucciso: riportiamolo in vita!

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