Se solo fossimo più anglosassoni!

In Politica

Nessuna nazione è mai diventata prospera tassando i propri cittadini oltre la loro capacità di pagare. Margaret Thatcher 

Se la Lady di Ferro fosse stata una cittadina italiana oggi, di certo non si sarebbe ricreduta. Il sistema paese Italia è “uscito” dalla crisi nell’anno corrente insieme agli altri Stati che compongono il mercato unico Europeo.

Tuttavia, nonostante l’Italia sia la quarta economia per PIL dell’Unione – terza da marzo qualora l’annunciata uscita del Regno Unito dovesse avere luogo – il suo tasso di crescita ammonterebbe all’1,3%; il più basso dell’intera Comunità!

È questo un dato stupefacente? Certamente no! Tra tutte le cause che concorrono alla realizzazione di un risultato così deludente non si può non ricomprendere le questioni legate alla fiscalità.

Nel 2017 il nostro Paese si è posizionato come sesto per pressione fiscale all’interno dell’aera OCSE. Sesto su trentacinque paesi, i trentacinque paesi economicamente più avanzati dell’intero globo terracqueo. SESTO.

Infatti, con il suo 42,9%, l’Italia si posizionerebbe dietro solo a Francia, Belgio e i paesi del Nord Europa, il cui modello di welfare impone necessariamente dei livelli di tassazione esorbitanti.

Tutto ciò impone una riflessione. In ottica liberale – la nostra, per intenderci – la tassa non è che il prezzo che il consumatore paga per un determinato servizio; un servizio la cui erogazione è posta in essere dallo Stato in quanto attore economico.

L’imposta, dal canto suo, si caratterizza per la sua obbligatorietà, la quale a sua volta si concretizza come un obbligo del cittadino di “acquistare” i servizi sanciti dalla Costituzione dello Stato, in termini economici: i suoi servizi “di punta”.

Ora, posto che la pressione fiscale è, in termini realistici, essenziale e ineliminabile proprio perché da queste dipende la capacità dello Stato di garantire l’esistenza stessa del mercato, rimane tuttavia la domanda: Qual è la radice del problema? O meglio, cosa c’è di particolarmente scandaloso (come se una pressione fiscale superiore al 40% non fosse già abbastanza scandalosa di per sé)?

Indubbiamente, la risposta risiede nella constatazione che il contribuente italiano, comparativamente ai suoi omologhi europei, si qualifica come un parziale “defraudato di fatto”. Exempli Gratia : Il cittadino svedese trasferisce allo Stato in media circa il 44% della ricchezza da lui prodotta per avere servizi, seppur in larga parte non esplicitamente richiesti, di qualità equivalente a quelli che gli avrebbe offerto un privato. Il cittadino italiano, di contro, ne trasferisce più del 42% per ottenere in cambio un servizio scadente.

Chiaramente, è innegabile che il quantum di verità della affermazione di cui sopra dipende dal contesto sociale e geografico in cui il contribuente viene a inserirsi. Questo, certamente, anche con riferimento alla mai risolta questione meridionale.

Tuttavia, è innegabile che se un italiano spende in media quasi quanto uno svedese per ottenere un servizio mediamente scadente, ciò non può che classificarsi come come un problema strutturale, se non addirittura come vera e propria “mafia”.

Simbolo di questo disagio è la città metropolitana di Roma Capitale. Questa gode addirittura di uno status speciale che permette all’amministrazione romana di esercitare un potere di imposizione tributaria per un ammontare complessivo pari allo 0,9% della base imponibile calcolata ai fini dell’applicazione dell’Irpef (contro lo 0,8% degli altri comuni).

In altre parole, se l’abitante medio di Copenaghen rinuncia a metà del suo stipendio per ottenere un servizio di trasporto pubblico danese e formidabile, il cittadino romano rinuncia a poco meno per ottenere delle strade completamente devastate dalle buche (quando non manca proprio l’asfalto!).

Quale conclusione è lecito concludere da tutto questo? C’è chi, keynesiano per sentito dire, se la prenderebbe più volentieri con l’autore di questo articolo piuttosto che con una macchina statale che lo depriva di metà delle sue ricchezze per ottenere spesso poco più dell’aria in cambio – non fatemi parlare della rete wi-fi del comune di Roma, vi prego -.

Tuttavia, rimane incontrovertibile che c’è qualcosa di profondamente sbagliato nel modo in cui viene concepita l’imposizione fiscale nel nostro Paese, qualcosa che rasenta la furberia.

Metà di ciò che chi produce possiede viene sottratto dallo Stato e finisce dove? Non si sa. O forse sì. Non è un caso che fu proprio per questa ragione che il popolo americano iniziò la rivoluzione che portò alla fondazione della prima superpotenza mondiale?

Quello Italiano no.

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