Se questo è uno Stato

In Attualità

Si parte da una tragedia, un dramma umano di proporzioni grandissime e -come se non se ne fosse già abbastanza abusato in termini di sciacallaggio politico e mediatico -, sulla scia della catastrofe, viene rilanciato un tema che sembrava appartenere all’ancien régime: il “nazionalizziamo!!!”.

Lungi dal voler escludere, peraltro senza “aspettare i tempi della giustizia”, le apparenti responsabilità del settore privato circa la strage di ponte Morandi e altrettanto lontani dal volerne attribuire (solo) a un Governo entrato in carica pochi mesi fa, occorre affrontare il tema con razionalità e con un approccio realistico.

In quest’ottica, dietro il comportamento del “pubblico”, non ci si può esimere da rilevare un atteggiamento ipocrita, ai limiti della pantomima e senza dubbio caratterizzato da una deplorevole doppia morale.

Tutta la pomposa e quasi caricaturesca diatriba intorno alla revoca della concessione attribuita a suo tempo ad Autostrade per l’Italia SpA ,si cela la solita parabola di uno Stato che prima manda a morte i suoi figli e poi li piange, in una maniera non dissimile dai conflitti che fin dall’Età moderna hanno insanguinato l’Europa intera.

Difatti, e non lo dico io, ma lo afferma ripetutamente la Suprema Corte di Cassazione (vedi C. Cass., Sez. III, Cass. 18753/201712/4/2013, n.8935;; Cass. 7805/2017; Cass. 11526/2017Cass. 1677/2016;Cass. 1896/2015; Cass. 9547/2015), la responsabilità per i danni causati da una inidonea (o inesistente) manutenzione della rete stradale, si configura come una responsabilità CONDIVISA tra società di gestione e p.a. appaltante. Ciò in quanto l’amministrazione avrebbe, in quanto tale, il dovere di vigilare sulle condizioni dell’opera pubblica in quanto “custode” di essa.

Senza addentrarci oltre nelle cavillosità del diritto sostanziale, possiamo trarre una fondamentale conclusione, rilevante in questa sede. Sulla responsabilità dei gestori privati provvederà la magistratura, come esige uno Stato di Diritto che pretende di definirsi ‘civile’.  Naturalmente ci si augura che chi è colpevole venga debitamente punito. Quanto allo Stato, tuttavia, ci troviamo dinnanzi alla situazione – invero quanto mai solita nel nostro Paese – in cui questo non solo si sottrae alle sue evidenti responsabilità – si pensi anche alla miriade di debiti non pagati della P.A.- , ma le scarica, come sempre, sull’iniziativa privata; individuando in essa il capro espiatorio da dare in pasto alla folla desiderosa di vendetta – N.B. folla non direttamente coinvolta nel tragico evento -.

Assistiamo quindi al solito teatrino di uno Stato che compiange per nascondere la sua radicale incapacità di gestire la cosa pubblica, come il sommo peso del potere sovrano imporrebbe. Uno Stato che ritiene che basti issare una bandiera a mezz’asta e sollevare un po’ di polvere, promettendo revoche, inadempimenti e pubblica gogna per chi esso ha individuato come colpevole, per esonerarsi dalla sua evidente inettitudine. Dunque, come logica conseguenza, si arriva a concludere che la nazionalizzazione, rectius, mettere in mano la baracca allo stesso soggetto che ha fallito nell’effettuare i doverosi controlli, è ciò che ci vuole! Dalla vicenda non si è evidentemente imparato nulla.

Come se il crollo fosse da imputare non alla cultura clientelare di cui la politica italiana – soprattutto a livello locale – è da sempre impregnata. Come se nessuna colpa dovesse essere riconosciuta in capo ad una amministrazione che ha sempre ignorato interrogazioni parlamentari e lettere, anche di Governi stranieri, che denunciavano l’imminente crollo.
No. La colpa è del privato.

Preferiamo non indugiare oltre nella nostra critica e ci limiteremo ad esprimere il nostro più sincero cordoglio per le vittime del crollo e la nostra vicinanza ai loro parenti. Ovviamente, speriamo che un giorno gli Italiani possano confrontarsi con uno Stato amico senza rassegnarsi al suo storico doppiogiochismo.

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