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Diritti umani: fai attenzione quando te ne parlano

In Filosofia

Libertà. Liberalità. Liberale. Libero. Liberalismo.

Oggigiorno, fiotti di retori si impastano la bocca di queste parole e non meno pennivendoli ne scrivono a riguardo. Ma la quaestio fondamentale è: chi c’azzecca tra tutti quanti?

Districarsi nel groviglio delle interpretazioni non è certo semplice, data la chiave di lettura elastica che il concetto di libertà detiene.

A dir il vero, la dissertazione meramente speculativa sulla filosofia liberale è difficile individuarla nel teatro sociale e politico; è più semplice espungere l’idea di quest’ultima dal suo adattamento ad un corpo ideologico, valoriale o di caratura pragmatica.

A tal proposito, è quanto mai doveroso – perlomeno, per  noi liberali – denunziare, in particolare, una teologia che spesso si erge a depositaria di idee liberali ma, in realtà, ne è una mistificazione recrudescente. Si tratta della liturgia dei diritti umani.

Anzitutto, vediamo perché – filosoficamente e logicamente – anche il solo sintagma “diritti umani” sia un attentato al liberalismo e, se mi è consentito, al buon senso.

Fuori dal suo significato canonico – concernente una materia di studio tipizzata in differenti categorie di norme – la parola “diritto” anela all’assicurazione di una condizione che si ritiene essere giusta.

Quale giustizia vi può essere per l’umano, considerato nella sua natura ontica? Si potrebbe teorizzare un’indulgenza universale solo se fossimo certi che la manifestazione dell’essere umano fosse tendenzialmente unica: benevola, rispettosa, empatica e comprensiva. Ma la millenaria storiografia e l’esperienza hanno noi insegnato che le manifestazioni dell’essere umano possono essere molteplici e non troppo raramente brutali.

In buona sostanza: la violenza è parte di un archetipo olistico dell’essere umano tanto quanto lo sono virtù come la bontà e il rispetto reciproco. Asserire indiscutibilmente quale sia l’indole che prevarrà dalla nascita è perciò impossibile, tutt’al più nel corso della vita. Invero, incastonare un sistema giuridico su un fatto indeterminabile , è paradossale – soprattutto alla luce di ordinamenti razionalistici come il nostro.

Il clero umanitario tenta di tappare la falla con il postulato esoterico della dignità umana[1]. La dignità umana corrisponderebbe ad un’intrinseca condizione di purezza che caratterizzerebbe ogni essere umano esistente sul Globo, nella pratica impossibile da sottrarre, sia per meriti sia per demeriti. È un concetto che dunque sconfina abbondantemente nella metafisica, attualmente non corroborato da alcuna evidenza assiomatica o scientifica, ma dal quale si fa discendere una concezione della giustizia spacciata per incontrovertibile.

È interessante, in questo senso, leggere testi dotti in materia, come I diritti umani in una prospettiva europea di Paulo Pinto de Albuquerque e Ergastolani senza scampo di Andrea Pugiotto e Carmelo Musumeci, nei quali la dignità umana, senza che venga definita scientificamente nei dettagli, è assurta a deterrente contro un importante istituto come l’ergastolo.

Più tagliente è l’argomentazione in Ergastolani senza scampo, ove Andrea Pugiotto spiega didatticamente come l’ergastolo ostativo – il carcere a vita – sia incompatibile con il nostro ordinamento. Da ricordare che la pena dell’ergastolo ostativo è disciplinata dall’art.4 bis o.p., che prefigura tra le fattispecie l’associazione mafiosa e l’associazione terroristica – non proprio bazzecole, dunque.

Il punto focale della mia analisi verte su quanto segue: il diritto umano è fondamentalmente incompatibile con il diritto liberale, per la semplice ragione che il primo è un diritto deresponsabilizzante.

Chi avrà il piacere di leggere i testi da me citati,potrà constatare come la vulgata umanitaria non produca soltanto muffa, ma anche sottili riflessioni. Ma – detto tra noi – non vi è nulla di palingenetico nel dire che tutti gli umani sono dotati di un’eguale dignità, poiché procedendo in tal modo non si fa altro che degradare il merito ed innalzare il demerito, fino a farli giungere al medesimo livello, neutralizzando le differenze che stanno alla base della natura umana e della filosofia liberale. Non vedo traccia di progresso nell’equiparazione di un vigile del fuoco a un pluriomicida.

I vinti, gli ignavi e gli sfaccendati non debbono salire sul podio dei vincitori. Debbono, sì, essere compatiti – nei limiti del possibile – ma altresì responsabili dei loro misfatti. La sussistenza non rende giustizia alcuna, né al libero né al detenuto. E, aggiungerei, nemmeno alla morale: che giustizia vi può essere, se si degradano tutti, in barba alle peculiarità individuali, al rango di simbionti?

È inaccettabile. E ancor più inaccettabile è che a servirsi di teorie siffatte sia un supposto impianto giuridico razionalistico.

La giustizia non si articola nell’uguaglianza. Ciò che è giusto, in una società liberale, è premiare la vittoria e tacciare la sconfitta, fin quando essa non si tramuterà in vittoria. In una giusta società liberale vi sono differenze: vi sono vittime e vi sono carnefici; vi sono uomini retti e uomini disonesti; vi sono, in sintesi, uomini diseguali.

Una giusta società liberale è una società in divenire: non vi è alcuna ontologia che determina un trattamento che porti all’uguaglianza di tutti gli uomini. Una giusta società liberale è una società ove vi sono responsabilità, che non si possono rifuggire, demandando l’onere di sconto a terzi o appellandosi al proprio ruolo di vittima.

In una giusta società liberale, “il grande non è confinato dal piccolo[2].

Una giusta società liberale patrocina strenuamente una sola cosa: la libertà – la quale, comunque, andrà deteriorandosi, se l’individuo non ne avrà cura.

[1] Per un ulteriore approfondimento personale sul tema, leggere Tractatus iuris philosophiae: il fascino della semplicità e il moderno orientamento giurisprudenziale su Mondo Internazionale.

[2] La citazione è di Andrew Ryan, personaggio fantastico della saga videoludica Bioshock.

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