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Il diritto alla molestia

In Attualità

Non vi piacerò. Non vi piacerò affatto. Non vi piacerò adesso. Tanto meno vi piacerò in conclusione.

Avvertiti della suddetta condizione, è giunto il momento d’occuparsi seduta stante d’un annoso cruccio, Signori e Signore: l’uguaglianza di genere.

L’eguaglianza è quel tema ermetico che merita riflessione: quel tema del quale il progresso culturale si fa accanito inseguitore; e in ciò il “femminismo” – per dirlo alla Evola – equipolle il progresso in tutto e per tutto, essendo un suo diretto emissario.

Ma cos’è l’eguale?

L’eguale trascende il pari: il pari viaggia in parallelo, ma può essere eguale, diverso, superiore, inferiore. La parità è funzionale a cause di forza maggiore: può essere costretta, veicolata, ricercata o scaturire liberamente da processi in cui i meriti prevalgono sui demeriti – in barba ai talenti personali.

L’eguaglianza è ontologica: l’eguale è natura, l’eguale è forma e non è moto; l’eguale non si cerca, si ha. E anche quando l’eguale si ha, non si può certo dire che vi sia una conseguente parità: le due condizioni si escludono originariamente, ma possono benissimo coesistere.

E veniamo dunque a noi. Esiste un’eguaglianza di genere?

Prima di dare una risposta affrettata, rileggete quanto scritto sopra.

Di primo acchito, viene naturale rispondere di no.

Per implementare al meglio il raggiungimento di una valida risposta, è doveroso discernere in maniera ancora più netta il pari e l’eguale.

Buttando un’occhiata retrospettiva alla storia dell’umanità, pare ovvio che maschi e femine abbiano vissuto in un giogo di estrema disparità. Ma essa disparità è stata veicolata o si è generata da un’ancestrale diseguaglianza dei sessi? Di questi tempi, mi rendo conto che porre un quesito simile rasenta l’eresia, ma è importante al fine di comprendere quanto segue. Soprattutto, non è banale porsi la domanda poiché dalla secolare subalternità della donna si è fatta discendere una religione secondo cui la subalternità – e dunque la disparità – sia correlata a un dato naturale, ovvero: il maschio comanda, la femmina lo incentiva. Questa religione ha ormai perso proseliti – nell’Occidente democratico – ma fino ai tempi della modernità rimaneva un caposaldo della struttura sociale.

Cos’è venuto meno, dunque, nell’ultimo cinquantennio?

La disparità è in larga parte cessata, ma l’eguaglianza sembra aver seguito un processo inverso.

Come ha recentemente scritto Vittorio Sgarbi in un acuto articolo sul Giornale, in tal senso il caso Argento-Bennet è emblematico: ha reso manifesta la natura della femina, parimenti dolosa a quella maschile.

Forse così è sempre stato e forse la tetra disparità perpetrata dalla prepotenza del maschio l’ha in parte oscurata. O forse siamo noi ad aver perso la vista, soggiogati da donne che combattono per la parità ma sempre di più palesano l’uguaglianza. E quanto si può essere orgogliosi d’eguagliare l’uomo?

L’uomo è violento, burbero, scostante, aggressivo e supponente; è altresì esuberante, irrispettoso, volgare e animalesco. Traete dunque voi le vostre conclusioni.

Ma – dico io – se l’eguaglianza è il motore del progresso, perché non foraggiarla?

Esortiamo le femmine a molestare, ad urlare a gran voce il loro astio verso i maschi; consentiamole di sbandierare uno squallore che possa far retrocedere un po’ gli uomini, così da rendere il conflitto prossimo alla parità.

Non sfoggiamo ipocrisia, coprendo culi e vestendo tette: mostriamo i culi e le tette e facciamo vedere quanto siano migliori dell’uccello.

Istituiamo il diritto alla molestia e all’incostume. Ne gioveremmo tutti, sicuramente: le donne si prenderebbero un meritata rivalsa – accertando l’uguaglianza e raggiungendo la parità – e gli uomini impauriti imparerebbero, forse, a rispettare il gentilsesso.

Vi piaccio adesso?[1]

[1] L’incipit e l’epilogo sono ispirati a The Libertine, film del 2004 con Johnny Depp.

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