Come può il capitalismo esaltare il lavoratore?

In Attualità

Marx sosteneva che il capitalismo, o meglio, i capitalisti tendono a comprimere i lavoratori al minimo vitale. Adam Smith, invece, sosteneva che nessuna nazione può durare e puntare alla prosperità, se i suoi cittadini regnano nella totale povertà.

Oppure, come scrisse perfettamente Sergio Ricossa, in uno dei suoi tanti saggi liberali

[…] i lavoratori-consumatori diventano i principali clienti degli industriali, e il minimo vitale è un pessimo affare per tutti

In questo articolo, proverò a spiegare come e perché il capitalismo (e il mercato libero) possono produrre dei benefici anche per il lavoratore.

Il lavoratore dipendente gode della propria forza lavoro, prima e fondamentale proprietà privata che viene messa a disposizione del datore di lavoro, in cambio di un compenso per sopravivere. Come punto di partenza, l’obiettivo è quello della sopravvivenza che, in certi situazioni, viene seguita dall’obiettivo dell’esperienza. Questo è il caso dei giovani, specie se alle prime armi, che iniziano a lavorare sia per iniziare un percorso di emancipazione economica rispetto ai genitori, sia per acquisire nuove esperienze.

In Italia non è così semplice, tanto da permettere ad alcuni socialisti di nominare parole come “dignità”, come “schiavismo”, come “sfruttamento” , eccetera eccetera, dimenticando che la precarietà è figlia stessa delle politiche socialiste.

Margaret Thatcher diceva,

Ogni richiesta di sicurezza, che riguardi il posto di lavoro o il reddito, implicherebbe l’esclusione di tali vantaggi di quelli che non appartengono allo specifico gruppo privilegiato e provocherebbe richieste di privilegio compensativi da parte dei gruppi esclusi. Alla fine, tutti verrebbero a perdere.

La forza lavoro della persona è una merce, nella misura in cui questa merce non viene fatta “maturare”, nella misura in cui questa merce non compie il famoso salto di qualità. La forza lavoro smette di essere merce solo e soltanto quando essa raggiunge un livello di capitale umano e professionale alto, di qualità e quantità. Fateci caso, si parla tanto di lavoro sfruttamento quale “essenza dell’economia capitalista liberale”, ma in realtà il lavoratore è di scarsa qualità e malamente remunerato, solo nelle nazioni che si richiamano formalmente ai valori marxisti-leninisti. Nei paesi con una forte cultura cattolica socialista, come l’Italia, dopo una fase di “lavoro (apparentemente) per tutti”, siamo passati alla fase di “lavoro solo per alcuni”. Questi alcuni sono quelli che rientrarono nella categoria “selezionata” dai partiti socialisti degli anni settanta, cioè il dipendente pubblico, i futuri baby pensionati oppure i lavoratori in aziende strategiche per lo Stato. Il risultato grave è che si realizzato quanto previsto dalla citazione della Thatcher, nel quale chi viene escluso dalle politiche dello Stato, si ritrova ad essere penalizzato, come i giovani e i disoccupati over 50 anni.

Pertanto, iniziamo ad ammettere che le politiche socialiste che intervengono sui lavoratori, tendono a soddisfare una piccola parte di essi e a penalizzare la stragrande maggioranza.

Quindi, torniamo alla nostra domanda, il capitalismo può essere utile per il lavoratore?

Immaginiamo di vivere senza contratti collettivi, senza sindacati. Immaginiamo anche che lo Stato, a parte toglierci una minima parte per le tasse, ci dia il nostro stipendio da gestire per il presente e per il futuro. Quello stipendio potrebbe essere usato per i consumi di oggi, potrebbe essere reinvestito per un futuro sicuro, come una polizza vita o una pensione privata, potrebbe dare vita ad un’azienda, potrebbe essere reinvestita nel mattone. A proposito di quest’ultimo, chi di noi non vorrebbe come secondo lavoro/entrata economica avere una seconda casa da dare in affitto, lunghi o brevi che siano? Io lo vorrei e lavoro anche per questo, nonostante le tante penalità presenti in Italia.

Il capitalismo, il libero mercato, la concorrenza sono elementi fondamentali per il lavoratore. Si inizia dal lavoro, anzi dalla propria forza-lavoro per poi raggiungere obiettivi sempre più importanti. Però per far in modo che ciò sia realmente possibile, bisogna prendere in seria considerazione tutte quelle politiche socialiste, realizzate negli ultimi 50 anni, che hanno reso problematico il lavoro. Se oggi lavorare non ci permette nemmeno di sopravvivere, la colpa non è del capitalismo, ma delle tasse, di un welfare costosissimo, di aliquote INPS troppo onerose e di un contratto collettivo che, nato per proteggere, è ormai diventato uno strumento antimeritocratico che non permette al lavoratore medio di poter osare di più.

Questo vuol dire che non serve solo concorrenza e mercato libero tra le imprese, ma anche tra i lavoratori perché solo così si innescerà un circolo virtuoso che stimolerà i lavoratori ad essere sempre più specializzati, gli stipendi saranno sempre più alti e, attraverso questo stipendio, si potrà dare vita a qualcosa che solo il lavoratore può sapere perché appartengono ai suoi sogni, ai suoi progetti o alle sue ambizioni. Per carità, nulla ci viene regalato o dato per scontato, poiché ogni cosa va conquistata e meritata.

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