Perchè la proposta di chiusure domenicali è contraria all’economia, all’etica e alla Costituzione

In Attualità, Economia, Filosofia

Quella che, a primo impatto, sembrerebbe una questione tutta interna all’economia, si rivela essere il campo di scontro tra due visioni antitetiche della realtà sociale. I dati numerici necessitano quindi dell’integrazione di una lettura di secondo livello.

Partiamo dai dati: come riportato da Il Sole 24 Ore, “una chiusura tout court nei festivi produrrebbe un taglio di 400 milioni che oggi vengono spesi ogni anno per pagare il lavoro straordinario di domenica. L’effetto a medio-lungo termine sarebbe l’addio a circa 40.000 posti di lavoro. Senza contare la rinuncia per i 12 milioni di italiani che oggi sfruttano le aperture domenicali per il loro shopping […] le grandi catene commerciali pagano retribuzioni per circa 400 milioni di euro, che equivalgono a circa 16.000 occupati aggiuntivi a tempo pieno in più.

Le domeniche e i festivi pesano per il 15% del fatturato (domenica è il secondo giorno settimanale per incassi, dietro al sabato, n.d.r.) […] I 400 milioni spesi in più servono a per pagare straordinari e/o assunzioni nei weekend nel settore della grande distribuzione dove sono impiegate circa 460.000 persone, dei 2 milioni complessivi: il contratto nazionale del commercio attualmente in vigore prevede infatti come regola base che i festivi e le domeniche siano stipendiati con una maggiorazione del 30% […] i contratti integrativi di secondo livello possono prevedere anche maggiorazioni più pesanti che arrivano in alcuni casi fino all’80%.

La discutibile caratura intellettuale del ministro Di Maio riconosce nelle liberalizzazioni la causa di un apparente sfascio dei nuclei familiari italiani: affermazione che, oltre una visione profondamente superficiale e distorta delle dinamiche familiari, denota una pressoché assoluta incapacità di lettura del rapporto tra mondo economico e realtà sociale.

La società è libera quando il suo campo d’azione risulta libero: senza economia, piano di contatto e relazione tra individui, la società non esisterebbe. Senza economia libera, qualunque velleitaria pretesa di progresso sociale sarebbe tanto inconsistente quanto insensata. Ciò di cui il ministro è deficitario, è la capacità di non confondere il piano dell’etica collettiva con quello della moralità privata.

In qualità di consumatore (magari anche non sposato e senza figli), a chi recherei danno nell’impiegare la mia domenica pomeriggio andando per negozi? Certo né alle famiglie che optano per la scampagnata fuori città, che non si vedrebbero private della libertà di evadere dai confini comunali, né tantomeno ai commercianti. Il ministro si avvale di una personalissima (e infondata) pretesa di tutela dell’etica pubblica per invadere e restringere i margini di libertà dei singoli cittadini.

Il secondo errore del ministro sta nel ripartire su piani differenti l’importanza data a mestieri differenti: se, in base a un principio squisitamente morale (e, dunque, soggettivo) chiude il negoziante, perché il medico dovrebbe degnarsi di prestare assistenza? Perché il camionista dovrebbe privarsi di una giornata di festa con la propria famiglia? Così i ristoratori, i musicisti, gli addetti ai cinema e teatri, lavoratori del settore energetico e idrico. Al ministro Di Maio, poco ferreo paladino della costituzione, occorre ricordare come le disparità di trattamento non ragionevolmente argomentate sono vietate dalla carta costituzionale.

Terzo errore: elevare a norma legale quello che è un valore religioso. Che la domenica debba essere il giorno festivo è una concezione di derivazione tutta cristiana. Perché un individuo di fede ebraica non dovrebbe indignarsi nel constatare come i presunti diritti acquisiti del cristiano prevarichino i suoi? Fenomeno in controtendenza rispetto al dettato dei padri fondatori: il pilastro del “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale senza distinzione di […] religione”, sancito nell’articolo 3 della Costituzione, verrebbe a cadere. Nel cielo della carta Costituzionale brillano i valori liberali, ma il poco onorevole signor ministro pare non essersene accorto.

Quarto errore: concessione di aperture mensili dei negozi a rotazione. Ma con quale criterio? Perché lo Stato dovrebbe arrogarsi il diritto ad assegnare domeniche più favorevoli al commercio ad alcuni centri, e date meno appetibili ad altri? Perché è evidente come la presenza di alcune domeniche all’interno di festività prolungate (come i ponti) incentivi il commercio. E, nel caso (assai probabile) in cui fossero i comuni a determinare le turnazioni, si spalancherebbero le porte (specie in aree controllate da mafie, locali e non) al fenomeno della mazzetta, per accaparrarsi le date più appetibili.

Falsi costrutti morali, quelli dimaieschi, facilmente distruggibili: al (sempre presunto) diritto di passare in famiglia la domenica pomeriggio, fa sponda il lamento di chi, lavorando dal lunedì al sabato, riserva la domenica agli acquisti. Con i negozi chiusi, dovrebbe impiegare il proprio tempo settimanale post-lavorativo a girar per negozi. E in base a quale criterio si dovrebbe definire il passare la domenica in famiglia come attitudine prioritaria rispetto ad arrivare in tempo per cena e passare la serata con i propri figli senza dover ritardare oltre l’orario lavorativo?

All’ignoranza non c’è mai fine, ed ecco dunque che l’analisi si spinge fin dentro le competenze del ministero controllato da Di Maio: il sesto errore sta nel non individuare il turismo come chiave di sviluppo economico. Da Gennaio a Dicembre, è sufficiente un giro in un qualsiasi angolo del Paese per accorgersi come il flusso turistico sia pressoché costante (con i propri picchi, certo, ma comunque garantito nel corso di tutti i 365 giorni del calendario, a differenza di altri stati) e, nell’arco settimanale, concentrato nei weekend. Imporre forzatamente certe chiusure significa decapitare una consistente fetta di introiti. Con minor rendita anche per le magre casse nazionali.

Settimo errore: pensare ai centri commerciali quali entità dinamicamente autonome, prive di qualsivoglia relazione con il territorio circostante. Niente di più falso. Esattamente in virtù della loro capacità di catalizzare i consumatori in aree geografiche specifiche e ben determinate, intorno ai centri sorge una notevole quantità di attività secondarie (che vanno dalle giostre per i bambini ai centri di ristorazione) che registrerebbero consistenti perdite nei giorni di chiusura dei nuclei commerciali aggregati.

Ottavo errore: (intro)mettere le mani nel mercato pensando di equalizzarlo, ma parossisticamente assoggettarlo ancora di più ai monopoli dell’e-commerce. La crisi delle vendite in loco sono sotto gli occhi di tutti. Tranne, a quanto pare, del ministro, che propaganda norme in grado di favorire ancor di più le piattaforme di distribuzione online. Critica alla quale ha replicato affermando che le aziende di e-commerce sarebbero soggette alla medesima legislazione.

Tuttavia, quando il centro di grande distribuzione vede sottrarsi un giorno lavorativo, constata il danno ma resta in grado di gestire ampiamente le proprie entrate: consegne prorogate di un giorno lavorativo, e poco più. Quando il piccolo commerciante vede la propria attività privarsi del 10% delle entrate mensili, lo stesso problema assume proporzioni ben differenti sulle voci di bilancio familiare.

Nono errore: voler istericamente smantellare ogni misura presa dai precedenti governi, anche nel caso abbiano prodotto risultati positivi. Il riferimento, in questo caso, è relativo alla norma sulle aperture domenicali varata dal Governo Monti: manovra che non solo consentì di ammortizzare la fase recessiva dei consumi durante la crisi, ma che ebbe anche un effetto positivo sulla tenuta degli esercizi commerciali, con un aumento del 3% degli introiti.

Le spiegazioni che si possono offrire di una tale proposta da parte del titolare dello Sviluppo Economico sono, per così dire, congiunturali: da un lato la necessità di distrarre l’opinione pubblica dagli evidenti problemi connessi alla legge di bilancio, drogando il sentimento pubblico favorendone l’avversione ai vecchi modelli “imposti dall’alto”; dall’altro (e qui la Thatcher corre in mio soccorso) la manifesta volontà di trasformare la società italiana da una “siediti e aspetta” in una “siediti e pretendi”.

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