No Monti, ti sbagli sulla Solidarietà

In Attualità

Non ho fatto a meno di sentire o leggere le parole dell’ex presidente del consiglio Mario Monti, nel frattempo che parlava dell’attuale governo, sul concetto di solidarietà.

Esattamente, le parole di Monti sarebbero state:

“Uno Stato può fare disavanzo pubblico per fare veri investimenti pubblici che aumenteranno la produzione e il benessere o per ridistribuire e agevolare i bisognosi. Normalmente il modo in cui bisognerebbe finanziare questa ridistribuzione è con le tasse a carico dei più abbienti o con il risparmio di spese”.

In soldoni, secondo Mario Monti, per avviare un circolo virtuoso di solidarietà, l’unico strumento adottabile sono le tasse.

Possiamo essere d’accordo quando dice che “finanziare la solidarietà con il disavanzo pubblico significa semplicemente accontentare coloro che oggi riceveranno dei sussidi o redditi di cittadinanza ma scontentando quei poveretti che non possono lamentarsi perché non votano ancora cioè le famose generazioni future”, ma proporre le tasse come soluzione, non è esattamente giusto.

Dire no al deficit per dire si alle tasse, equivarrebbe a dire “non facciamo diventare povere le persone del domani, ma faccio diventare povere le persone di oggi”. Le tasse e il deficit sono un male per motivi differenti. Le tasse sono un prelievo di soldi guadagnati da persone che fatturano e che lavorano. Il deficit è un doppio male perché consisterebbe nel creare nuovi debiti che dovranno essere ripagati da lavoratori del domani. Il vero problema del deficit è che il lavoratore del domani dovrebbe pagare due volte le tasse, il primo per finanziare i servizi fondamentali, il secondo per pagare i debiti del passato.

Un’altra prova che dimostra l’inesattezza delle parole di Monti è il percorso storico socio-economico dell’Italia. Nel corso della Prima Repubblica, esattamente dagli anni sessanta, chi ha governato ha spesso spiegato che la ricchezza, nata con il boom economico, si era sviluppata in modo caotico e, pertanto, bisognava riordinarla. Per raggiungere una piena solidarietà bisognava “governare” la ricchezza.

Di conseguenza, dal primo governo Moro fino a Tangentopoli, il governante di turno ha iniziato ad usare la ricchezza dei privati contribuenti per il bene della solidarietà collettiva. Una ricchezza sfruttata a suon di deficit e di tasse, con nazionalizzazione dell’energia elettrica, con una solida e robusta sanità pubblica e assunzioni di persone disagiate nei luoghi pubblici.

Quindi, per il bene della solidarietà, abbiamo garantito l’energia pubblica per tutti, la cura e la salute per tutti e tanti “posti fissi” per persone che, probabilmente, non avrebbero mai trovato un lavoro nel privato. La solidarietà all’italiana, a suon di deficit e tasse, ci è costata cifre non indifferenti. Se oggi abbiamo un debito di più di 2000 miliardi di euro, il motivo è anche perché abbiamo voluto governare la ricchezza per il bene della solidarietà, a suon di tasse e di deficit.

Con la solidarietà nata per “rendere meno caotica la ricchezza” (frase dei governati degli anni sessanta), abbiamo iniziato un ciclo che ha reso, gradualmente, i cittadini italiani sempre più poveri. Dall’intenzione di governare la ricchezza, ci siamo ritrovati a gestire un paese sempre più povero.

Ma a quanto pare, non è diffusa l’intenzione di dire addio alla povertà per puntare alla ricchezza, ma si vuole distruggere chi ha ancora un reddito importante per il bene della solidarietà. Sostanzialmente, tassare quel poco di ricchezza per il bene della solidarietà. Ma quanto ci costa la solidarietà imposta dallo Stato?

Ebbene, l’ex presidente Monti si sbaglia, e di grosso. Va bene dire no al deficit, ma non apriamo le porte all’ennesima manovra di tasse, visto che gli italiani stanno già pagando gli errori del passato. Errori come le tante e troppe manovre di deficit e tasse.

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