Pensione, sistema insostenibile

In Attualità

Ad ogni cambio di governo, inevitabilmente in Italia, si torna a parlare di riforme della pensione: chi vorrebbe abbassare l’età; chi vorrebbe alzarla.
Nel frattempo, non risolvendo mai la questione in modo definitivo, la spesa pensionistica si aggira sui 220 miliardi di Euro, circa il 15% del PIL. Rispetto alla cifra, l’INPS incassa circa 191 miliardi di euro, con i restanti 30 che rimangono scoperti. Questo significa che il resto è coperto dal debito pubblico che, inevitabilmente, andrà a pesare sulle future generazioni.

Quando si parla di pensioni, bisogna tenere in considerazione due diversi sistemi pensionistici, quello a ripartizione e quello a capitalizzazione. Nel sistema a ripartizione, i contributi previdenziali pagati dai lavoratori occupati, servono per finanziare direttamente le pensioni corrisposte ai pensionati attuali.

Nel sistema pensionistico a capitalizzazione, la realtà è molto diversa: i lavoratori sono obbligati a versare contributi previdenziali, funzionali per l’acquisto di attività reali e/o finanziarie come titoli di stato, obbligazioni, azioni, immobili, terreni. Attività che presentano un basso rischio e che, probabilmente, aumenteranno di valore sin dal momento in cui si versano i contributi.

Dal 1992 al 2011, ci sono state nove riforme del sistema pensionistico, allo scopo di garantire una certa sostenibilità delle prestazioni erogate. Il lavoratore iscritto all’INPS riceveva una pensione, il cui importo era collegato alla retribuzione percepita negli ultimi anni di laboro. Con una rivalutazione media del 2% per ogni anno di contribuzione, per 40 anni di versamenti, veniva erogata una pensione che corrispondeva a circa l’80% della retribuzione dell’ultimo anno di lavoro.

Facciamo un breve riassunto delle riforme compiute.
Riforma Dini 1:
Si innalza l’età per la pensione di vecchiaia e si estende, gradualmente fino all’intera età lavorativa, il periodo di contribuzione valido per il calcolo della pensione con una rivalutazione dell’1%.

Riforma Dini 2:
Viene abbandonato il sistema retributivo per passare al sistema contributivo. La differenza tra i due sistemi è sostanziale: la pensione non è più legata alla retribuzione ma ai contributi versati.

2000:
Viene migliorato il trattamento fiscale ed è possibile aprire un Fondo Pensione.

2004:
Arrivano gli incentivi per chi rinvia la pensione di anzianità. Chi sceglie il rinvio può beneficiare di un bonus, che consiste nel versamento in busta paga dei contributi previdenziali. Aumenta l’età anagrafica per le pensioni di anzianità e di vecchiaia; solo per le donne rimane la possibilità di andare in pensione di anzianità a 57 anni di età, ma con forti tagli all’assegno pensionistico.

Riforma Prodi:
Vengono introdotte le quote per l’accesso alla pensione di anzianità, determinate dalla somma dellìetà e degli anni lavorati.

Legge n.102/2009:
Si cambia ancora. L’età per la pensione aumenta aumenta progressvamente fino a raggiungere i 65 anni. Dal 1° gennaio 2015, l’adeguamento dei requisiti anagrafivi deve essere collegato all’incremento della speranza di vita accertato dall’ISTAT e validato dall’Eurostat.

Decreto “Salva-Italia”:
Il quadro previdenziale si rinnova ulteriormente il sistema di calcolo delle pensioni: il metodo contributivo “pro-rata” si estende a tutti i lavoratori; il “pro-rata” si applica sui versamenti successivi al 31 dicembre 2011. Cambiano anche i requisiti anagrafici per la pensione di vecchiaia: per le lavoratrici dipendenti del settore privato, l’età sale a 62 anni e sarà ulteriormente elevata a 63 anni e 6 mesi nel 2014, 65 anni nel 2016, 66 anni a partire dal 2018; per le lavoratrici autonome l’aumento dell’età è di tre anni e 6 mesi, sale ulteriomente a 64 anni e 6 mesi nel 2014, 65 anni e 6 mesi nel 2016, 66 anni da gennaio 2018. I lavoratori del settore privato devono aver compiuto 66 anni di età.

Facendo due conti, proseguendo in questa direzione, un lavoratore ogni anno versa il 33% dello stipendio in contributi previdenziali. Visto che il nostro è un sistema a ripartizione, quello che incassa l’INPS serve a pagare le pensioni già in essere, probabilmente il lavoratore verserà circa 2500€ di contributi, per una pensione di scarso valore dopo una vita a lavoro.

Legata all’aspettativa di vita, in teoria, la vita media si innalza di 2-3 anni ogni 10 anni. Tenendo in considerazione questo calcolo, nel 2060 si andrà in pensione a circa 70 anni per riscuotere per circa 15-20 anni l’assegno sociale.

Il sistema a ripartizione si regge solo sulla produttività del Paese. Pertanto, se il Paese produce e lavora, allora la prestazione sarà erogata. Invece, nel caso del sistema a capitalizzazione, il lavoratore troverà il capitale una volta smesso di lavorare. Il sistema a ripartizione è un grande inganno, perché se cresce la produttività, cresce il numero di occupati, crescono le entrate fiscali dello Stato, il Governo può abbassare l’età della pensione. Poiché nessuno ha la sfera magica, da qui al 2070 nessuno di noi è in grado di sapere se e quanto crescerà il Paese. Ma una cosa è certa, se saremo in un periodo di crisi e stagnazione dell’economia, chi andrà in pensione resterà fregato.

In sintesi, se vogliamo che il sistema pensionistico diventi un sistema sostenibile, le decisioni sono due, la dismissione dell’INPS e passare ad un sistema a capitalizzazione.

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