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Perché il #Metoo si può dire fallito

In Attualità, Società

Parto da questo assunto, che spero tutti condividano: un liberale non può che essere, per forza di cose, femminista. Se si crede in uno Stato che permette a tutti di partire dalle stesse condizioni, di far fruttare le proprie competenze, capacità e il proprio potenziale per il miglioramento e il progresso della società, non si può non pretendere che femmine e maschi debbano partire dalle condizioni più simili possibili e che il genere non costituisca un freno alla propria realizzazione personale. Altrimenti una donna più capace di un uomo potrebbe venire penalizzata nel suo perseguire il successo, e un liberale non può tifare per la premiazione di qualcuno di meno meritevole. Il merito è il motore fondamentale dello Stato liberale.

C’è chi dice che, in un discorso, tutto ciò che precede il “però” non ha significato. E invece il preambolo che ho appena fatto è importantissimo e prego che lo si tenga presente nel leggere il resto. Ma il “però” incombe su questo discorso come l’influenza col venire dell’autunno. E dunque eccolo:

Il movimento del #Metoo, nato in America l’anno scorso con lo scandalo di Harvey Weinstein, si può dire fallito. E rappresenta il fallimento di quel femminismo e di quell’ideologia “liberal” che hanno rappresentato il cavallo di battaglia dei Democratici e della società americana e occidentale. Dopo un anno di #Metoo, possiamo guardare agli ultimi mesi e prendere atto di quanto si è conquistato.

E dispiace dirlo a chi, come me, crede che le molestie sul lavoro siano un freno all’autorealizzazione della donna e che minino una libertà che uno Stato liberale dovrebbe tutelare, ma ciò che si è ottenuto è stato privare di qualsiasi significato le accuse di molestie. Se prima questa, nei confronti di un personaggio famoso, era qualcosa che ne minava la reputazione e la credibilità, oggi è quasi normale averne una. Sennò “che personaggio famoso sei”?

E dispiace soprattutto perché questa, tra le tante distrutte dai liberals americani, è un’altra di quelle battaglie importantissime e che andrebbero combattute con buon senso e serietà. Mentre a questi movimenti, come a quello per i diritti LGBT, come a quello per i diritti degli afroamericani, manca da anni una guida riconosciuta che sappia discernere le battaglie giuste da quelle sbagliate. Che sappia e possa sottrarre attenzione a questioni ridicole per concentrare le forze su quelle davvero fondamentali. Un Martin Luther King per la battaglia degli afroamericani, un Marco Pannella su aborto e divorzio.

Quando manca una guida che capisca le esigenze dei propri rappresentati, la stupidità di pochi rovina ed arrugginisce battaglie rendendole ridicole. Ad una manifestazione di qualche anno fa sulla liberalizzazione delle droghe leggere, in Italia, degli studenti organizzarono un “simpatico” gioco per cui un furgone colpiva dei manichini vestiti da poliziotti. E si è subito sfiduciata l’intera battaglia collegando la Marijuana alla violenza e all’odio verso le forze dell’ordine.

Con il terzo millennio si è persa la guida politica di movimenti civili. Sono rimaste le guide politiche dei partiti e non delle battaglie. Al Gay Pride si invitano i bambini e si vendono oggetti sessuali o lecca lecca a forma di pene. In America le manifestazioni di “All lives matter”, movimento contro le violenze dei poliziotti contro gli afroamericani, si sono trasformate a volte in episodi di guerriglia urbana e distruzione di negozi ed auto. Movimenti senza una guida riconosciuta hanno portato a inevitabili esagerazioni delle proteste.

Alessandro Manzoni, nei Promessi sposi, nel descrivere la rivolta del pane a Milano, spiega che “Ne’ tumulti popolari c’è sempre un certo numero d’uomini che, o per un riscaldamento di passione, o per una persuasione fanatica, o per un disegno scellerato, o per un maledetto gusto del soqquadro, fanno di tutto per ispinger le cose al peggio; propongono o promovono i più spietati consigli, soffian nel fuoco ogni volta che principia a illanguidire: non è mai troppo per costoro; non vorrebbero che il tumulto avesse né fine né misura. L’uniformità de’ voleri crea un concerto istantaneo nell’operazioni. Chi forma poi la massa, e quasi il materiale del tumulto, è un miscuglio accidentale d’uomini, che, più o meno, per gradazioni indefinite, tengono dell’uno e dell’altro estremo: un po’ riscaldati, un po’ furbi, un po’ inclinati a una certa giustizia, come l’intendon loro, un po’ vogliosi di vederne qualcheduna grossa, pronti alla ferocia e alla misericordia, a detestare e ad adorare, secondo che si presenti l’occasione di provar con pienezza l’uno o l’altro sentimento.”.

Così, anche i paladini del #Metoo sono andati disordinatamente dietro a qualsiasi accusa di molestia uscisse dopo lo scandalo Weinstein. Ignorando di aver creato un terreno florido e fertile per fare “coincidenzialmente” riemergere questioni di svariati anni fa e, talvolta, di scarsissima importanza. Come il ministro inglese della Difesa, Micheal Fellon, che l’anno scorso si è dovuto dimettere perché si era venuto a sapere che nel 2002, 15 anni prima, aveva messo la mano sul ginocchio ad una giornalista. Ed a nulla è servita la difesa del ministro da parte della stessa. Ormai la macchina del fango era cominciata e, sull’onda dell’ancora fresco scandalo Weinstein, il Ministro ha preferito dimettersi.

Sono seguite le accuse a James Franco, completamente campate per aria. Quelle al regista Fausto Brizzi che è stato estromesso da qualsiasi progetto televisivo: l’inchiesta si è conclusa con l’archiviazione perché il fatto non sussiste. Le accuse a Kevin Spacey, risalenti a 30 anni prima, da parte di un ragazzo che coincidenzialmente stava in quei giorni promuovendo la sua ultima serie su Netflix. Accuse di cui l’attore ha dichiarato di “non ricordarsi” ma di cui si è scusato lo stesso. Questa vicenda ha, tra le altre cose, portato al coming out forzato dell’attore di House of Cards.

In conclusione, il crollo dell’impero di Weinstein è senza dubbio stata una buona cosa. Hollywood era un mondo che penalizzava il merito e che poneva le donne di fronte ad una scelta che mai dovrebbero essere obbligate a sostenere. Ma è degenerato in un “vale todo” in cui l’accusa di molestia è la nuova facile, comoda e semplice arma di distruzione di un personaggio. Ogni volta che si vuole far fuori qualcuno, esce uno scandalo che rovina carriere e reputazioni. Tanto che noi non possiamo sapere quante importanti figure siano state ricattate ed abbiano dovuto pagare per far tacere chi minacciava la più comoda delle diffamazioni.

È quello che è successo a Asia Argento con Jimmy Bennett. Solo che di questo fatto si è venuto a sapere. Altro caso ridicolo in cui un ragazzo afferma di essere “stato stuprato” da una ragazza. Il che fa rima con l’accusa di Asia Argento a Weinstein. Accusa che sarebbe stata legittima a pieno, se fosse stata quella di molestia. Ma la Argento è voluta andare un po’ oltre accusandolo di averla stuprata con un cunnilingus.

Il risultato del #Metoo, che era partito come movimento che avrebbe dovuto combattere il terribile fenomeno delle molestie sul lavoro, è diventata una battaglia senza quartieri a colpi di accuse poco credibili e spesso pretestuose. Spesso in concomitanza con un momento particolare della carriera dell’accusato o dell’accusatore. Come per la vicenda del Giudice della Corte Suprema americana, Brett Kavanaugh, che all’indomani della sua candidatura si è visto piombare addosso un’accusa di molestia risalente agli anni di Liceo. È difficile non vedere qualcosa di politico in ciò. E questa vicenda svilisce ancora di più possibili future accuse, riferite a violenze vere e molestie.

Dopo un anno di #Metoo, queste hanno perso di significato e si apprende la notizia di una nuova accusa come di un qualcosa di normale e di quasi scontato. Intanto non si è vista alcuna legislazione o azione concreta per combattere il fenomeno e nei luoghi di lavoro che non sono sotto i costanti riflettori, le molestie continuano come prima. L’accusa di molestie è diventata una “roba da ricchi”. Al pari di un bene di lusso.

Complimenti.

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