Quella maledetta acqua della Evian

In Attualità

Mostro voi un post carpito da Facebook, all’indomani della messa in commercio dell’acqua collo viso della Ferragni appresso.

l’acqua sponsorizzata da #ChiaraFerragni?

Il risultato di un’epoca debole frutto di un settore lavorativo virtuale de-materializzante e ipocritamente materialista. L’individuo uomo-merce diventa prodotto di consumo ideologico, abbandonando il valore e il concetto stesso di “prodotto” mutando in “esperienza”.

Ecco cosa compri, non l’acqua, normalissima acqua, ma un’esperienza 8euro/litro.

Non esiste difesa, né rispetto, solo ultraconsumismo di chi predica una finta morale. Mentre gente come me, ancora, porterà a spasso i propri nonni fortunatamente vivi in montagna a bere della vera acqua, gratis, esperienza inclusa”.[1]

È uno dei sempre più frequenti deliri in stile Fusaro, il quale pare aver contagiato indirettamente qualche aspirante scribacchino.

Ma di Fusaro qui ci importa poco, per lo meno della sua persona. Oggi, il focus deve essere mirato sulle parole contenute in quel post – le quali fungeranno da campione per una serie di riflessioni conseguenti.

Uno degli aspetti certamente più scadenti – almeno secondo la mia opinione – è una sorta di narrativa anacronistica della vita. Della serie: povere pecore, voi che consumate! Non apprezzate il contatto con la natura, le emozioni, il sangue, la passione!

Non si capisce per quale motivo il consumo di massa debba escludere automaticamente altre abitudini: escursioni, viaggi, affetti e via discorrendo. Ma, soprattutto, sembra quasi che il godimento vero della propria esistenza debba derivare dall’immaterialità, o comunque da un contatto fisico solo con realtà incontaminate dalla mano umana.

Quale torto faccio alla società, alla cultura, ai rapporti sociali, se il sabato preferisco andare a fare shopping piuttosto che passeggiare in un prato di montagna – dove magari è anche pieno di merda di animale?

Scherzi a parte, la rivoluzione culturale è da orientare in maniera differente: non abolendo l’economia di mercato, il consumo, l’iniziativa privata. Così facendo, si creerebbe soltanto una società triste e fiacca, dove i consumatori acquisterebbero solo beni di sussistenza e si divertirebbero unicamente passeggiando con i propri nonni (che due coglioni, dopo un po’).

Peraltro, mi pare che il concetto di “prodotto” sia qui compreso alla perfezione, non mutato. Non essendo il mercato sol teatro di scambi di sussistenza, il venditore deve indagare le tendenze per rendere accattivante il proprio prodotto.; dunque, cosa c’è di meglio che piazzare la faccia di Chiara Ferragni su una bottiglia d’acqua?

L’unica cosa su cui posso eventualmente allinearmi è il prezzo. 8 euro sono veramente tanti, considerato soprattutto l’elevato grado di sostituibilità del bene: l’acqua distillata ha un gusto tendenzialmente neutro, il che la rende facilmente intercambiabile; e le determinanti che causano l’acquisto di una o dell’altra sono anch’esse poco variabili, come ad esempio la dimensione della bottiglia, generalmente standardizzata.

Sarebbe forse stato più vincente apporre il viso della Ferragni sulla Coca Cola, che ha un gusto unico nel suo genere e si presta ad un minor consumo rispetto all’acqua minerale: il consumatore avrebbe potuto decidere di acquistare un Coca Cola anche nell’ordinario, rinfrescato nella memoria di questa sua passione per la bibita grazie al viso della Ferragni. E altresì avrebbe potuto, sì, godersi l’”esperienza” di bere “con” la Ferragni. Anche questo fa parte della logica di mercato. E non vedo dove sia il problema. Forse la Ferragni ruba troppo tempo ai nonni?

Facendo un trattato di microeconomia ci allontaniamo comunque dal fulcro del discorso. Il consumatore medio non soffre di un’estrema carenza d’acqua; quindi è più che possibile che si conceda una spesa più elevata per anteporre la sua soddisfazione al proprio bisogno.

Ricordiamoci poi che la Ferragni sponsorizza Evian, un’acqua rinomata e con una fetta di mercato già acquisita.

Ma, comunque, alla fine della fiera la storia è questa: quell’acqua si trova su uno scaffale e il suo acquisto è demandato alla singola coscienza, sulla base di criteri individuali e indipendenti; non è propinato forzatamente a nessuno dai malefici tentacoli di quell’oscura entità che è il mercato. In sostanza: la compra chi cazzarola vuole.

Ora concludiamo.

Io vedo più veemenza ideologica nel diniego del consumo di massa, nell’anticapitalismo, che non nel consumo stesso. Se il consumo può dare priorità al piacere, o può anche avvilire l’essenza stessa delle cose, l’anticapitalismo si contrappone a quel motore fantastico che ha reso la nostra società ricca e variegata e che, sì, permette a chi vuole di mercificarsi, non solo per riscuotere danari, ma anche per vedere appagata la propria passione. Proprio Chiara Ferragni ne è un esempio.

L’ignoranza, la coglionaggine si possono sconfiggere con una rivoluzione culturale seria, non con l’anticapitalismo moraleggiante di chi vuole schiacciare l’iniziativa privata in nome della giustizia collettiva (stabilita poi da chi? Su quali basi?).

[1] Il post è stato prelevato dalla pagina di Rain Hachenberg, blogger.

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