BTP e downgrade di Moody’s: facciamo chiarezza

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Un napoletano, un lombardo e un professore di diritto si siedono insieme allo stesso tavolo dei dadi…

Sembra l’inizio di una barzelletta e invece è la nostra cruda realtà politica.

Venerdì scorso, mentre i nostri eroi litigavano e discutevano su chi fosse stato il meno attento durante il Consiglio dei Ministri, in tarda serata è arrivato il tanto temuto downgrade da parte di Moody’s.

Venerdì sera, a borse chiuse, toccherà a Standard & Poor’s emettere il proprio giudizio.

Dopo settimane di botte e risposte fra il governo e praticamente ogni organismo e istituzione nazionale e internazionale, il giudizio di Moody’s è stato il coronamento, nonché la conferma, della poca fiducia dei mercati e del resto del mondo nei confronti del governo italiano.

Ora, dopo una mattinata passata a leggere commenti entusiasti sul fatto che lo spread invece di aumentare sia calato, mi sono deciso a scrivere questo articolo, giusto per mettere qualche puntino sulle “i” dell’azione del governo, passando in rassegna gli ultimi avvenimenti e commentandoli:

Il fatto che lo spread sia calato significa soltanto che gli analisti di mercato si aspettassero un downgrading decisamente più severo, il quale avrebbe fatto finire i nostri BTP sotto la soglia dell’“Investment Grade”.

Entusiasmarsi per questo è sciocco, più che altro dovreste tirare un sospiro di sollievo (per ora):

La reazione dei mercati sullo spread, detta in parole povere, è configurabile come “pensavamo li avrebbero ammazzati, invece li hanno “solo” massacrati di botte”.

Ora è necessario fare qualche chiarimento per i non addetti:

  • l’Investment Grade è quella soglia sotto la quale la solvibilità dell’emittente è messa in serio dubbio, e il titolo è considerato rischioso (non a caso si dice che quel titolo diventi un “junk bond”, un titolo spazzatura).
  • Si può pensare quello che si vuole delle agenzie di rating, i cui conflitti d’interesse con le imprese private sono ben noti, ma i fondi internazionali basano sulle le loro indicazioni le proprie decisioni d’investimento. O di disinvestimento, in questo caso.
  • Se i titoli di Stato (tradizionalmente considerati risk free) vengono declassati sotto la soglia dell’Investment Grade, i fondi obbligazionari, che tendono a ricercare investimenti sicuri e rischi minimi, hanno l’obbligo di liquidare i titoli rischiosi entro 6-12 mesi.
  • Questo determinerebbe una vendita improvvisa di centinaia di miliardi di euro in titoli di Stato italiano, facendone crollare il prezzo e per converso facendone lievitare il rendimento per il maggior rischio richiesto, con un aumento drastico dello spread.

 

Se siete fra quelli che “se ne fregano dello spread” è bene che ricordiate due cose:

  • Normalmente un aumento dello spread mostra i suoi effetti nel medio periodo, poiché il maggior rendimento richiesto non viene applicato sui prestiti già in essere. Questa è stata la giustificazione data dai rappresentanti del governo per spiegare la loro poca preoccupazione al riguardo ogni volta che lo spread è aumentato negli ultimi mesi. Quello che si sono opportunamente dimenticati di dirvi, o che probabilmente neanche loro hanno mai saputo, è che ogni anno una parte di debito va rifinanziata, il 13% quest’anno secondo le stime di Mediobanca. Circa 300 miliardi di euro che dovranno essere rifinanziati con una nuova emissione di BTP ad un tasso di rendimento che comprenda tutti gli aumenti dello spread degli ultimi sei mesi.
  • Inoltre, un aumento dello spread incide immediatamente sull’economia reale, impattando sul nostro sistema bancario che è pieno di titoli di Stato. La diminuzione del valore dei BTP in portafoglio ha già messo in crisi molte banche italiane, che hanno visto il proprio patrimonio ridursi in modo considerevole, le quali con ogni probabilità necessiteranno di nuovi e massicci aumenti di capitale.
  • Di conseguenza, la prima reazione delle banche sarà una stretta al credito al consumo e alle imprese, le quali si ritroveranno senza risorse finanziarie.

Come dicevo, per il momento possiamo solo tirare un sospiro di sollievo poiché il downgrading fatale potrebbe essere solo rimandato al 2019 o al varo della finanziaria: considerando però che, storicamente, tutte le leggi finanziarie siano uscite male dal CdM di qualunque governo e che, dopo il passaggio in parlamento, siano uscite anche peggio, io so bene per quale delle due opzioni propendere.

Ma mi potrei sbagliare. Del resto, i più acuti fra di voi mi contesteranno dicendo che Moody’s ha confermato le previsioni sull’outlook.

Dunque, pensano che le cose andranno bene o che, quanto meno, resteranno stabili.

Non è esattamente così.

Se si va a leggere il comunicato stampa di Moody’s (https://www.moodys.com/research/Moodys-downgrades-Italys-ratings-to-Baa3-stable-outlook–PR_390302), a un certo punto si trova questa frase:

Italian households have high wealth levels, an important buffer against future shocks and also a potentially substantial source of funding for the government.”

Tradotto: “Le famiglie italiane hanno un alto livello di ricchezza, un importante ammortizzatore contro futuri shock e anche una potenziale e sostanziale fonte di risorse per il governo”.

Avete capito bene? Rileggetevi l’ultima frase.

In questa ottica va letta la conferma dell’outlook da parte di Moody’s, così come l’affermazione del direttore di JP Morgan Asset Management Italia della settimana scorsa, della quale tanto si è parlato la settimana scorsa: Se le cose si mettono male, il governo potrà attingere dai risparmi dei cittadini per finanziarsi.

Il che significa, cari lettori, che il governo metterà nel proprio mirino i vostri risparmi e sarete VOI a pagare, non l’Europa, non le grandi banche, le multinazionali, Soros, gli speculatori ecc. Voi.

Dunque, pensate ai vostri depositi, ai vostri conti di risparmio, ai vostri piccoli investimenti obbligazionari/azionari, e se le cose si mettessero molto male pensate anche ai vostri conti correnti.

Del resto, un prelievo forzoso è già stato fatto una volta, può sempre riaccadere. E temo che questa volta sarà di tale entità che Giuliano Amato spostati solo.

Perciò prima di urlare “abbasso i mercati”, o “chissenefrega dello spread” o di annuire e riempire di scroscianti applausi piccoli politicanti affacciati ai balconi, pensate al vostro portafoglio.

Perché saranno loro a portarvelo via, non l’Europa cattiva.

I più zelanti, tuttavia, potrebbero confidare nel prossimo appuntamento elettorale: le elezioni europee del maggio prossimo, mese al quale i nostri eroi al governo guardano come il grande Sol dell’Avvenire.

Ecco, temo che anche questo tiro di dadi sia perdente.

Sebbene il cosiddetto fronte sovranista/nazionalista avanzi in tutta Europa, l’idea secondo la quale si possa costruire un fronte comune contro “l’Europa cattiva e rapace, serva del turbo-globalismo imperialista” è abbastanza puerile.

A parte il fatto che la sola idea di costituire una “Internazionale Nazionalista” sia già di per sé una contraddizione in termini, quello che bisognerebbe spiegare a questi personaggi è che se ogni stato europeo cominciasse a pensare esclusivamente ai propri interessi (come è l’auspicio dei sovranisti nostrani) non è affatto detto che i loro interessi coincidano con gli interessi italiani.

Una prima conferma l’abbiamo avuta nei giorni scorsi quando il “grande alleato sovranista”, il Cancelliere Austriaco Sebastian Kurz, ha esplicitamente detto che “i contribuenti austriaci non hanno alcuna intenzione di pagare i debiti degli Italiani”, mettendocelo dritto dritto nel… tunnel del Brennero, per utilizzare un’immagine cara al nostro ministro dei Trasporti.

Ricordiamo anche, che il “sovranista” Kurz ha presentato alla Commissione Europea una manovra a deficit 0%, e ha ridotto il rapporto debito/PIL del 5% in due anni. Così, tanto per dire.

Inoltre, i nazionalisti dei paesi nordici avanzano cavalcando la crisi dei migranti, ma la somiglianza fra questi e la Lega finisce qui. Essi sono critici verso l’Europa perché non hanno alcuna intenzione, fra le altre cose, di collaborare con i paesi mediterranei per la suddivisione dei migranti in quote, lasciandoli in mano ai paesi di prima accoglienza e perché i contribuenti di quei paesi non hanno alcuna intenzione di pagare di tasca propria le scelleratezze di paesi irresponsabili. Dunque, cercare in questi paesi una sponda o dei compagni di viaggio per abbattere l’Europa significa stringersi da soli il cappio intorno al collo.

Alla fine, se ci si ferma a ragionare per un secondo, appare piuttosto chiaro che la scommessa sovranista sia persa in partenza.

Sarebbe quasi soddisfacente vederli andare a schiantarsi contro il muro della realtà, se non fosse che questo Governo ha già messo sul piatto del tavolo dei dadi il futuro mio e di milioni di altre persone.

Come al solito, saranno i giovani e le fasce più deboli della popolazione a pagare le spese di scelte altrui.

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