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Il Socialismo e il Risparmio del Capitale (Prima Parte)

In Attualità

Due sono i problemi fondamentali che una organizzazione collettivista della società dovrebbe risolvere: quelli della popolazione e del risparmio. Intorno al primo fu vivace un tempo il dibattito tra i seguaci delle dottrine collettiviste; ed interessanti documenti di tale dibattito si leggono nelle vecchie annate della «Critica sociale» del Turati. Non mi pare che i socialisti abbiano finora veduto a sufficienza l’importanza del secondo problema, non meno fondamentale: quello del risparmio.

In questi pochi anni o mesi di vita il collettivismo russo ed ungherese si è già trovato di fronte a taluni gravissimi problemi di produzione; e le sue esperienze in proposito sono una curiosa dimostrazione della verità e della utilità delle dottrine economiche. Queste, in sostanza, altro non sono se non il riassunto fatto da osservatori pazienti, da fini intelletti e talvolta da uomini di genio sovrano delle esperienze compiute nei secoli dall’umanità e la loro riduzione a leggi generali. Non v’ha differenza alcuna fra Copernico, Galileo, Newton, Laplace e Adamo Smith, Malthus, Ricardo e Jevons: tuttavia se nessun astronomo riterrebbe di buon gusto ignorare i grandi che fissarono le leggi della scienza, e ricominciare gli studi dai primi erramenti degli astrologhi babilonesi e assiri; è di assai buon gusto tra ministri degli approvvigionamenti italiani, francesi, inglesi, tra commissari ai combustibili e sovraintendenti all’economia nazionale, tra i Giuffrida e i De Vito italiani, ignorare e svillaneggiare le leggi della scienza economica. Qual meraviglia se presumono di farne astrazione i Lenin, i Bela Kuhn, i quali posson almeno addurre a discolpa della loro negazione il proposito di voler riporre il mondo su altre basi?

Ad ogni modo, è interessante vedere come, a forza, i comunisti siano indotti a persuadersi che il governo della produzione non può essere cambiato ad un tratto ed organizzato secondo gli schemi della dottrina collettivista, senza cagionare inconvenienti molteplici e non trascurabili. Di qui adattamenti, transazioni, che i comunisti dicono provvisoriamente necessari nella fase di passaggio dalla vecchia alla nuova economia, ed in realtà sono il frutto delle lezioni che i dirigenti vanno faticosamente imparando dal libro vivo dell’esperienza, mentre avrebbero potuto risparmiare tempo e fatica, quando avessero consentito ad apprenderle nei semplici libri in cui quelle esperienze sono interpretate, commentate e ridotte a leggi generali.

Ma le difficoltà più gravi che i governi comunisti sono destinati ad incontrare sono quelle relative alla ricchezza esistente. Espropriare i possessori attuali di terreni, di case, di fabbriche, di scorte, di mobili, di gioielli, di libri non è impresa semplice, provoca resistenza e richiede adattamenti. Ma, al postutto, è cosa possibile. Con decreti e con la forza – dittatura del cosidetto proletariato – ci si può riuscire. Si possono anche costringere o persuadere gli antichi proprietari a lavorare come dirigenti o impiegati delle imprese socializzate o sindacalizzate (sovietizzate). Si può dare così una prima spinta alla macchina della produzione. Tutto ciò però è nulla in confronto alla difficoltà dell’opera che attende in seguito gli organizzatori della produzione. Impadronirsi delle ricchezze esistenti è men che nulla se non ci si assicura un regolare sviluppo di ricchezza nuova, la quale prenda via via il posto di quella quota della ricchezza esistente, che ogni anno, ogni giorno, ogni istante si consuma, sfuma, si volatizza.

Le case debbono essere riparate, tenute in buono stato. Altrimenti in dieci anni diventano un rudere, inadatto ad offrire ricovero agli uomini. L’acqua penetra attraverso i buchi del tetto, il vento attraverso le finestre e le porte rotte; i pavimenti si guastano, le tappezzerie vanno in brandelli; un fetore di muffa si diffonde dappertutto; la casa diventa antigienica, ricettacolo ed agente diffusore di malattie contagiose.

Nuove case debbono essere costruite per prendere il posto di quelle vecchie che non si possono più riparare e per dare ricovero alla eccedenza dei vivi sui morti.

Le terre debbono essere conservate in stato di fertilità. Se si cessa di immettere concimi capaci di fertilizzare il terreno anche oltre l’anno, di tenere in ordine i canali irrigatori, di rinnovare le piantagioni di piante da frutta, viti, se non si rinnovano i boschi tagliati, se non si riparano gli edifici rustici, la terra in assai meno di dieci anni ridiventa una brughiera, una landa e dove prima vivevano agiatamente 100 uomini 10 campano a stento.

Le macchine delle fabbriche diventano ferraccio o oggetti da museo di antichità se non rinnovate continuamente. Prendere una fabbrica agli attuali proprietari è prendere cosa la quale fra cinque anni avrà un valore zero, se nuovi investimenti non siano fatti di continuo per somme cospicue. Vi sono macchine che si devono ammortizzare, ossia sostituire con macchine nuove, in 20 anni. Altre debbono essere rinnovate in 10, alcune in 5. Durante la guerra, in certi casi il periodo del rinnovamento si ridusse ad un anno.

Dovunque si volga lo sguardo, si osserva ripetuto il medesimo processo: il capitale esistente è nulla in confronto al capitale nuovo che incessantemente deve rinnovarlo, vivificarlo. Il capitale esistente è la forza morta; il capitale nuovo, che si deve ancora formare, il capitale futuro è la sola cosa viva. Il vivo rivivifica il morto. Assai prima che il capitale esistente sia ridotto a valore zero, assai prima che esso sia distrutto, esso diventa inerte, improduttivo se un flusso continuo di capitale nuovo non interviene a mantenerlo in vita, a dargli l’anima che gli manca.

Questa è la tragedia dell’organizzazione collettivistica della proprietà privata. Credevano i socialisti di impadronirsi di una cosa viva e si sono impossessati di una cosa morta, di una entità irreale, che sfuma tra le loro mani. Avevano combattuto per tanti anni il «capitalismo» e si accorgono che hanno combattuto contro un mulino a vento, si avvedono, con stupefazione, che il «capitalismo» non esiste, si dilegua appena afferrato. Hanno conquistato l’ombra, ma l’anima del capitalismo è loro sfuggita. Quest’anima si chiama lo spirito di risparmio: e bisogna ricrearla, bisogna ridarle vita se si vuole che la società collettivistica, che una qualunque società viva e progredisca.

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