La rivoluzione liberale che sconvolse Praga

In Storia

Praga, 16 novembre 1989.

Il comunismo europeo stava iniziando a dare segni di cedimento, pochi giorni prima era crollato il Muro di Berlino, ma la leadership comunista cecoslovacca, capitanata da Husák, leader imposto da Mosca dopo i fatti della Primavera di Praga, sembrava salda: Era stato deciso che i cambiamento gorbacioviani del sistema politico sarebbero stati implementati dopo il 1990, possibilmente nel 1992 o 1993.

A differenza di Stati come la Polonia, dove la dissidenza di Solidarnosc esisteva da anni e muoveva decine di migliaia di persone in Cecoslovacchia la dissidenza era piccola e guidata non da un politico ma da un drammaturgo: Václav Havel.

Ma il 17 novembre cambiò tutto: Il 17 novembre 1939, infatti, il governo nazista del Protettorato di Boemia e Moravia uccise molti studenti oppositori del regime e nel 1989 varie sigle studentesche scesero in piazza per ricordarli e, rapidamente, il ricordo divenne protesta contro il totalitarismo comunista.

In tutto il mondo le TV trasmisero le immagini dei manifestanti che armati di bandiera cecoslovacca facevano tintinnare le chiavi e facevano il segno della vittoria, adottato come simbolo dai dissidenti e dallo stesso Havel.

In pochi giorni il governo comunista fu costretto, prima sotto la leadership di  Ladislav Adamec e poi di Marián Čalfa, a lasciare spazio all’opposizione e il 29 dicembre Václav Havel salì al Castello di Praga dopo essere stato eletto Presidente della Cecoslovacchia. Pochi mesi dopo vennero convocate le libere elezioni, vinte dal Forum Civico, all’epoca guidato da un nome caro ai liberisti euroscettici: Václav Klaus.

Come mai la rivoluzione di Velluto è più interessante delle altre rivoluzioni dell’autunno delle nazioni?

La ragione è che fu una “liberální revoluce“, una “rivoluzione liberale“, e lo fu inconsapevolmente.

In molti Stati comunisti il cambiamento fu praticamente un fatto interno al Partito Comunista, alle volte misto a questioni nazionali mai risolte, come in URSS, in Bulgaria e in Ungheria, in Germania Est e Polonia fu il trionfo del cristianesimo democratico mentre in Romania ci fu una rivoluzione violenta che però non eliminò l’infrastruttura comunista.

In Cecoslovacchia la rivoluzione fu quasi inaspettata e il movimento risalente a Charta 77, documento firmato da 200 dissidenti nel 1977 chiedendo il rispetto dei diritti dell’uomo, non era capace di portare avanti il tutto. All’epoca il movimento della dissidenza era principalmente composto da membri della società civile e molti dei dissidenti politici erano socialisti democratici epurati dopo il 1969. Non proprio la patria del liberalismo.

Tuttavia con la politicizzazione la rivoluzione di Velluto assunse connotati fortemente liberali: Il Forum Civico era dominato da forze liberali e liberiste, con la componente socialdemocratica minima.

Nel 1990 il Forum si divise in Parlamento: La maggioranza andò con Klaus nel Partito Civico Democratico, che proponeva un rapido passaggio al libero mercato, la componente più vicina al liberalismo sociale scelse invece il Movimento Civico, che scomparve dalla scena politica in poco tempo, non raggiungendo lo sbarramento del 5%. I pochi socialdemocratici si unirono al Partito Socialdemocratico, rifondato dopo la rivoluzione e perseguitato durante il comunismo. Prendano nota i sedicenti socialdemocratici che gioiscono per le vittorie del comunismo.

La Repubblica Ceca, nel frattempo nata da una secessione, avversata dal Presidente ma non impedita, si avviò al libero mercato ed oggi è una delle principali economie emergenti d’Europa, con una disoccupazione ampiamente sotto il 4% e un debito del 35% del PIL. Anche Havel, inizialmente dubbioso su alcune riforme di Klaus come la mancanza del diritto di prelazione nelle privatizzazioni dei negozi assegnati dai comunisti, ebbe da ammettere che fu il sistema migliore per adeguare il mercato ai cittadini e non viceversa.

Havel supportò dunque la transizione all’economia di mercato ma ebbe dissidi con Klaus, principalmente su temi etici e sociali ma anche sul fatto che la privatizzazione fatta rapidamente potesse favorire corruzione e monopolismo. A vedere altri Stati che hanno seguito un cammino simile a quello ceco non si può negare che fu un timore fondato, tuttavia in Repubblica ceca tale modello ha funzionato abbastanza bene, garantendo benessere e crescita che il comunismo non avrebbe mai garantito.

E tutto ciò fu garantito da una collaborazione, non priva di dissidi, tra le forze liberali ceche: Dal liberalismo verde di Havel al liberismo duro e puro di Klaus all’euroliberalismo del Principe Carlo di Schwarzenberg, che ha lasciato una Cechia venticinquesima al mondo per libertà economica, paradiso europeo dei portatori di armi e, soprattutto, senza leggi corporativiste e di limitazione delle libertà di pensiero d’epoca fascista.

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