Il liberismo genera serial killer?

In Attualità

Se per la quasi totalità del pubblico che leggerà questo articolo il titolo avrà i connotati della parodia, evidentemente non è così per Francesco Borgonovo, che nella sua ultima “meraviglia” edita dal Primato Nazionale cerca di raffigurare il liberismo come una fornace di serial killer (o soggetti comunque devianti)[1].

Borgonovo inizia facendo una diagnosi della proliferazione di omicidi seriali negli Stati Uniti sul finire degli anni ’80 del XX secolo, riprendendo gli studi dello storico canadese Peter Vronsky: quella macabra diffusione fu “la conseguenza della Seconda Guerra mondiale. I massacratori di innocenti sono, in effetti, i figli di quel conflitto”. E ancora:”I serial killer, sostiene Vronsky, sono figli di padri assenti, o violenti, o spostati. Padri ritornati dalla guerra con difficoltà psicologiche gravi, incapaci di rientrare nella vita famigliare e di prendersi adeguatamente cura dei loro bambini. C’è, insomma, la dissoluzione della famiglia e, prima di tutto, della figura paterna dietro l’esplosione di violenza di certe personalità deviate”.

E fin qui tutto bene; l’analisi è originale e soprattutto possibile: la mattanza del secondo conflitto mondiale deve aver lasciato segni indelebili nelle menti di alcuni uomini, i quali possono – a loro volta – aver proiettato sui loro figli una tale instabilità da averli plasmati come irriducibili assassini.

Ma è dopo che l’articolo si cristallizza in una grottesca condanna del liberismo:”nel serial killer si presentano – ovviamente in modo estremo – alcune caratteristiche tipiche del corporate man. Il narcisismo, per esempio. l’assenza di empatia. La disposizione a violare le regole, la predisposizione a farsi guidare dal desiderio sfrenato, illimitato, che richiede di essere immediatamente soddisfatto. In qualche modo, il serial killer è un perverso uomo dell’era turboliberista. Forse è anche per questo che la nostra società ne è così affascinata (basta guardare quanti libri, film e serie tv esistono sul tema)”.

Io non so se sia opportuno continuare, perché l’asserzione sopracitata è talmente strampalata che non merita speculazioni di vario tipo. Ma io sono ostinato (e turboliberista, ops) e voglio procedere secondo la mia ratio, che mi impedisce l’immobilità di fronte a un simile scempio.

Quello che Borgonovo cerca di fare è tracciare un’analogia tra lo shock della Seconda Guerra mondiale e la “cultura turboliberista destrutturante” del XXI secolo.

Ciò che risulta immediatamente lampante, è un deficit di conoscenza – strumentale o effettivo che sia. Borgonovo – come spesso accade – fa coincidere il liberismo con l’orientamento liberal, quello dei cosiddetti radical chic, il quale è effettivamente destrutturante, ma non comunque al punto tale da poter essere accusato di “ricettazione di serial killer”. Questa è pura follia, o estremismo ideologico.

Quanto al liberismo in sé, o si vanno a leggere i testi dei teorici e dei propugnatori o si continua a dare aria alla bocca (in questo caso, alla penna).

Inteso nella visione di Edgardo Sogno (dunque come un unicum, aggregante filosofia ed economia), il liberismo è incompatibile con l’area sinistra della politica. Ivi sono soliti risiedere i radical chic ostili al Borgonovo e al Primato in generale; ergo, quello che loro osteggiano non è liberismo, o, semmai, è liberismo mistificato.

Perché mistificato? Riprendiamo le parole di un altro autore liberale, Irnerio Seminatore, presenti nelle dissertazioni al PLI nel 1986: il liberalismo si fonda sulle tradizioni, sulla solidità di una comunità, che solo se è compatta può rispettare i fondamentali assunti sulla libertà; appunto per questo, Seminatore era favorevole a un sostegno economico alle famiglie: a causa del calo demografico che già si avvertiva 32 anni fa. Quale avversione alla famiglia, o elogio narcisistico, dunque?

Aggiungiamo un’ultima perla del Borgonovo per concludere. Egli cita uno studio condotto su manager di banche e grandi aziende italiane da una criminologa, tale Isabella Merzagora. Questa è l’illazione che segue:”A 52 di loro è stato sottoposto un questionario che forniva un punteggio corrispondente all’ “indice globale di psicopatia”. Alla fine, molti di questi manager – tutti uomini di successo – hanno ottenuto punteggi che superavano la soglia di psicopatia. E, di solito, si trattava delle persone di maggior successo. In pratica, nel sistema attuale, certe tendenze psicopatiche vengono premiate, garantiscono maggiore successo. Mancanza di rimorso, freddezza emotiva, amore per il rischio, egocentrismo, negazione della vittima, mancanza di empatia, aggressività: sono tutte caratteristiche presenti nello “psicopatico di successo”. Fateci caso: sono anche caratteristiche tipiche del serial killer”.

Se per evitare di far colare a picco la vostra azienda, frutto di duro lavoro e mangiatoia per dipendenti, foste costretti a licenziare 10 operai, che fareste?

Eh sì, credo proprio che gli imprenditori siano costretti ad essere pragmatici oltre che umani. Grazie per averci fatto scoprire l’acqua calda, Borgonovo.

Di più: il prototipo del serial killer “di successo” è più un immaginario che afferisce alla fantasia cinematografica che alla realtà fattuale. Spesso questi soggetti sono personalità talmente borderline (per dirla in termini tecnici), da aberrare rapporti sociali convenzionali. O che comunque manifestano comportamenti perversi già in tenera età. Queste persone sono un mix di natura cruenta e traumi insanabili (e a scriverlo è un patito di Crime Investigation, canale 118 su Sky).

John Wayne Gacy veniva ridicolizzato e molestato dal padre. Ed Kemper era brutalizzato dai nonni, specie dalla nonna, che uccise lui stesso. Aileen Wuornos fu violentata e usata come un oggetto fin quando non fu in grado di rendersi indipendente.

Per azzardare l’ipotesi che la cultura liberal/liberale possa in qualche modo dare adito alla nascita di pazzi assassini, non bisogna avere cognizione alcuna del concetto stesso di cultura, né tanto meno delle azioni che questi soggetti hanno compiuto.

Albert Fish, serial killer di inizio ‘900, uccideva, stuprava, torturava e mangiava bambini. Questo tipo di desiderio trascende qualsiasi nozione di buon senso e competitività postulata dall’ideologia liberale.

Ma… sapete com’è: io sono liberista, interessato a storie criminali e, oltretutto, sono figlio  di un direttore commerciale di una multinazionale. Potrei essere poco affidabile.

[1] L’articolo è reperibile sull’ultimo numero cartaceo de Il Primato Nazionale, quello del 1°ottobre, p.50.

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